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(Favola tragicomica)

Non ricordo come diventai il signorotto del mio paesello ottocentesco. Ero felice come una fenice, che pure se schiatta poi si arrabatta, e torna alla ribalta? Certo ero spaesato. Come la principessa sul pisello al sentir il legume sotto il lenzuolo. Quando si tratta di piselli, la donna è sempre all’erta, questa è cosa certa. Tutti mi rispettavano, e si esprimevano riverenti con tanti di quei salamelecchi che chiunque avrebbe detto che la mia epoca era l’Ottocento, persino i viaggiatori nel tempo inclini per indole all’incertezza. Tutto faceva schifo, si viveva male e si moriva presto, non dissimilmente dalle epoche più antiche; non eravamo ancora arrivati alla modernità, sempre che essa sarà un progresso ulteriore davvero migliore. Io ero ben trattato, ed ero corteggiato da fanciulle non male, sia popolane che del mio rango. E con esse mi giacevo spesso, promettendo col matrimonio ciascuna di liberarla da una vita da cesso. Mica ero fesso: rimanevo poi libero lo stesso.

Tutti avevano accettato la mia unica stranezza. Tiravo animali con una catapulta oltre i muri delle mie proprietà. Chi fosse sopravvissuto al lancio, sarebbe corso difilato con qualche osso rotto verso l’orizzonte. Ma avevo anche posto un alto muro, sopra il quale l’animale poveraccio che vi avesse sbattuto contro al termine della rocambolesca parabola, cozzando discendendo…sarebbe diventato purea di micio, polenta di tigre, spremuta di cane…Tutto questo bendidio di bestie accoppate sminuzzate servivano a nutrire il terreno sottostante di humus fecondo, e avevo promesso a tutti i poveri che il cibo là coltivato sarebbe stato loro, come mio beneficio generoso. Questo dono alimentare era gradito, e senza di esso alcune persone non si sarebbero più viste vive. Certo, i giovani piangevano a sapere che un tale randagio non faceva più gnaulii striduli o abbai rompicazzo. E piangevano, e mi auguravano la morte! E mi lanciavan di sicuro tante brutte parole, che però mai seppi.

Tiravo soprattutto gatti matti, topi ciclopi, tigri allegre, leoni sboroni e ciò che mi capitava a tiro occasionalmente o più spesso. Un elefante perso da un circo lo caricai a fatica sulla catapulta, e quasi la scassai. I garzoni che mi aiutarono morirono, straziati dalle chiappe del pachiderma. Che morì pure esso soffocato dalla propria merda, perché toccando terra sopravvisse ma si cacò tutto. (Chi razziò il suo avorio raccontò poi di aver trovato nelle sue narici un coprolito, lungo e secco.)

Non infierivo mai sugli animali, tranne che coi maiali. Quelli li tormentavo, tipo gli davo botte sulla pancia finché non cacavano piagnucolando, e ci giocavo a calcio coi monelli usandoli rozzamente come palle suine. Morivano spesso facendomi fare gol con la loro cotenna. Il loro ultimo grugnito coincideva quindi con le mie grida di giubilo.

Feci meno di queste deprecabili cose quando mi fissai col tesoro sotto gli arcobaleni. Tutti sanno che quando piove si vede ogni tanto una serie di strisce colorate. E tutti sanno che ci stanno i leprecani sotto, o degli gnomi o coboldi o folletti o quel che sono, sotto alle due estremità.

– Sono due. Ma uno ti canzona, e ti colpisce al naso. E non possiede niente, se non un alito che appesta, come se ha bevuto per secoli un vino inacidito, tipo aceto fetido. Ti mostra le natiche, e quei peli neri e spessi che ha nel buco di culo, quello è quel che ti da’…-

No, non diceva così mia zia Berenice, quando narrava il mito del meteo. Sono io che faccio il racconto più colorito. Perché oltre che grottesco appaia anche pittoresco.

-L’altro nano, meno farlocco, può essere persino dotto. Ha una pignatta, ossia una pentola piena zeppa di monete, tipo zecchini d’oro o altra valuta di valore similare. E tu gliela devi sottrarre usando un inganno che gli appaia gentile.-

Io trovai un nano, ma non mi comportai bene, lo presi a botte tanto da lasciarlo tremante e sfracellato al suolo. Gli presi la ferraglia col tesoro, e me lo portai a casa. Con tutti quei soldi mi costruii una nuova catapulta enorme e potente, e eressi un muro maggiore. Morirono più animali volanti, ma andò bene al popolo dei poveri, che intanto era cresciuto e come sempre andava sfamato.

Quel che attirai però su me era una specie di maledizione! Il leprecano si chiamava Squacquerel Punzel. Era stronzo come un avido cinico. Rialzatosi dopo mesi di convalescenza, mi entrò in casa e mi defecò in tutte le stanze. Poi giacque con tutte le ragazze con cui andavo io. Vendeva loro dei biglietti per un inesistente serata di ballo al termine del quale io avrei scelto la fortunata come sposa. Con questo inganno mefistofelico, il nano, deforme e orrendo, cavalcava le poverette come un incubo, e tanto dolore provocava nella loro psiche l’amplesso con quel mini-mostro, quanto a me provocò conati di vomito il saper poi che erano avvenuti, e con le stesse tipe con cui ero stato. Meno male che poi non andavo una seconda volta con la stessa, o mi sarei sentito vischiosamente sporco di melassa…

Quando vidi però Guglielmina Anselmi piangere, capii sia quanto la disgraziata mi amava sia quanto era successo con quel brutto sesso. Allora non ci vidi più. Spaccai di botte Squacquerel Punzel, e quando lo vidi in fin di vita, restai un’altra ora a dargliene ancora di santa ragione, e lui a implorarmi di risparmiargli la vita, promettendomi un sacco di altre monete. Ma io lo caricai con già tutte le ossa rotte sulla catapulta, e mirai al muro. Quindi, trovando il punto in cui si era spetasciato morto stecchito, piantai lì un albero di baobab, per evitare che la mia gente mangiasse ortaggi o frutti provenienti da un terreno fertilizzato dal sangue di quel coso. Chissà che non fosse un demone degli inferi!

La gente continuò a rispettarmi. Solo, mi annoiai a tirare sempre animali, così feci buttare giù il muro e regalai quelle terre alla mia gente. Tolto un pezzo che coltivai per me, tanto grande da garantirmi raccolti a sufficenza per una vita. Vissi molti anni, e morii. Andai in una specie di paradiso, dove non è però che le cose andavano bene bene. Ero quasi cieco, da morto. Non saprei quindi dirvi se le anime di noi trapassati avevano sembianze belle. Vidi (questo sì distintamente) Guglielmina china sui miei campi, che coltivava. Di una cosa però fui contento. Ero certo che in quei posti su nel cielo, non c’era l’ombra ferina di quel gran stronzo diabolico fetente di Squacquerel Punzel.

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta e Owntale. Teatro, romanzi e racconti. Sono il "Re" di una "Nazione Digitale" ("Utopia"). Scrivevo anche su MeeTale, ma è un sito chiuso.

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