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Cosa sia veramente la sensazione di sicurezza lo capii nel maggio del 19… Per quanto la sicurezza io l’associ a condizioni astratte che riguardano per lo più l’animo e lo spirito dell’uomo; ritenevo di sapere, come tutti ritengono di sapere, cosa esattamente essa fosse.

Scoprii invece di non averne la minima idea di quanto essa fosse stratificata. Un solido e apparente strato superficiale seguito da strati sempre più deboli e profondi, sempre più vicini alla profonda insicurezza dello spirito e dell’incertezza delle cose. Lo capii durante una situazione caratterizzata dall’insicurezza più estrema che io avessi mai visto. Non fu una congettura mentale a rivelarmi quanto fosse la sicurezza fuggevole dall’equilibrio umano, ma fu un fatto reale che accadde appunto nel maggio del 19…

Ero impegnato nell’attraversata del deserto del Rub’ al-khalì quando, improvvisamente, finii per sprofondare in delle sabbie mobili. Cosa può esistere di più malefico e punitivo che sprofondare molto lentamente in un cumulo di terra poco compatta?

L’andare incontro al proprio destino è per molti cosa dolorosa e imprevedibile, mentre è per altri prevedibile e indolore. Per esempio, gettarsi da qualche punto elevato e andarsi a schiantare a terra, è una morte rapida, prevedibile e indolore, lascia per l’appunto un tempo sufficiente a capire dove il proprio destino s’interromperà. Non si va certo in contro allo stesso tipo di morte venendo assorbiti improvvisamente dieci centimetri all’ora giù per le sabbie mobili; é parimenti straziante al conficcarsi lentamente, con una forza appena sufficiente, un punteruolo nel petto. Al morire soffocati o al morire per disidratazione. Comunque sia, durante questo viaggio che intrapresi e questa sventura, un fatto molto strano e misterioso accadde, e fu per me, nella disgrazia, una porta spalancata verso nuove comprensioni.

Da molti giorni ero in viaggio, ero stanco e spossato, ma per lo più tutto era andato bene. Almeno finché non fui costretto ad attraversare un tratto di deserto particolarmente ostile. A causa delle sabbie mobili e delle terribili leggende che si narravano su di esso. Mi accompagnava per l’attraversamento una guida locale, uno sporco beduino che in cambio di soldi metteva a disposizione i suoi cammelli e la sua conoscenza. Comunicavamo con i gesti, perchè io non parlavo la sua lingua e lui non parlava la mia, e con una lettera tradottagli che spiegava a lui ciò che doveva fare, alla meno peggio ci intendevamo. Stavamo attraversando una delle tratte più difficili di tutto il tragitto e non eravamo ancora stati coinvolti in nessun tipo di incidente. L’orizzonte guardando verso ovest era colorato dei più bei colori, difficili anche solo da immaginare. Si spaziava dal rosso intenso, al giallo scuro, dal rosa, all’arancione; tutti mischiati e sfumati in innumerevoli tonalità. Quel paesaggio mozzafiato ci privava delle capacità di concentrazione necessarie a comprendere bene cosa stavamo facendo e dove stavamo mettendo i piedi. Non ci sono differenze linguistiche o emotive di fronte a un simile spettacolo, gli occhi della mia guida, Nadir era il suo nome, erano taglienti e freddi, fissi sull’orizzonte colorato. Non batteva ciglio. Il suo corpo proseguiva dritto, ondeggiante sull’instabilità della sabbia. La sua testa rimaneva fissa sull’orizzonte mentre continuava a camminare. Qualche punto dell’orizzonte gli teneva gli occhi inchiodati fissi. Qualcosa lo stava toccando nell’animo profondo, chissà quanti tramonti come quello aveva visto morire nella sua vita e chissà perché quell’ennesimo che vedeva lo guardava in quel modo così speciale. Io a quello spettacolo non avevo dato più che un’occhiata sfuggente, rapida, mi accontentai di una manciata di nuove emozioni. Fui stupido e superficiale. Nadir, freddo ma profondo nel guardare, cercava forse di ripartire dal punto in cui era rimasto l’ultima volta che aveva fissato un tramonto simile. Un po’ come se un tramonto si potesse seguire ad episodi. La sua doveva essere una ricerca lenta e continua nel tempo, per questo non dimostrava stupore di fronte a quel paesaggio. Forse anche io, se avessi assistito a più tramonti simili avrei avviato una ricerca interiore più profonda invece di stupirmi solo per qualche secondo e poi credere anche che il tramonto che avevo visto potesse essere il migliore di sempre.

Ricordo chiaramente il momento di smarrimento e panico che provai quando sentii la sabbia cedere sotto ai miei piedi. Era come se le gambe mi si accorciassero. Sprofondavo verso l’oscurità. Il primissimo sprofondamento fu quello che mi inghiottì più rapidamente. Finii per sprofondarci quasi fino al ginocchio in un solo momento. Giusto a bloccarmi subito, a impedirmi di essere abbastanza libero da poter muovere le gambe. Immobile e pieno di terrore provai a dimenarmi, ma più mi muovevo più scendevo giù con rapidità. Allora mi calmai. Cercai aiuto in Nadir che non esitò a venirmi incontro, con tutta la sua calma si avvicinò a me ed io mi calmai immediatamente. Infondeva una sicurezza tale da attenuare tutte le mie preoccupazioni. In spalle portavo un pesante zaino che conteneva tutti i miei beni personali, cibo e acqua. Me ne liberai quasi subito, appena iniziai ad affondare, lo gettai a circa mezzo metro da me. Ebbi modo di notare, proprio mentre Nadir mi veniva in soccorso, che lo zaino affondava ben più rapidamente di quanto non facessi io nonostante il suo peso nettamente inferiore. Lo zaino alla mia destra affondò velocissimo, fino a sparire in pochi istanti. Non è che affondava, veniva risucchiato avidamente! Attonito voltai lo sguardo avanti, verso Nadir, dal quale mi ero distratto per via dello zaino. Vidi con immenso stupore che era quasi completamente sparito nella sabbia. Gli rimaneva fuori poco più che il collo. Ed io, vedendomi affondato solo fino alle anche, pensai di essere fortunato ad andare incontro alla morte non tanto velocemente come il beduino e il mio zaino. Probabilmente nell’essere così sfortunato non lo fui così tanto. Il punto in cui ero finito mi lasciava scoperto dal busto in su e mi risucchiava molto lentamente, circa dieci centimetri all’ora calcolai. Erano passate diverse ore e la situazione era più o meno stabile. Nadir non era ancora morto, aveva fuori dalla sabbia il viso, ed io ero coperto quasi fino al busto. Nadir era stremato, tutte quelle ore pressate coperto dalla sabbia lo avevano indotto in uno stato di delirio che mai avrei potuto credere di vedere in lui così calmo e sicuro di se sempre.

C’è un momento nella vita di ogni uomo, anche del più inietto, in cui è costretto a prendere una decisione importante e dalla quale non ci si può sottrarre. Era stato calmo per ore nella speranza che qualcosa venisse in nostro soccorso, ma Nadir ad un tratto, delirante, si agitò e si dimenò a tal punto da velocizzare la sua morte. Non sopportava più di essere attanagliato quasi per intero ma non del tutto, e fu così che in preda a dolori e spasmi egli andò in contro al suo destino con onore. Con la freddezza di un guerriero si agitò in modo da sprofondare completamente. Nel suo dimenarsi e agitarsi ebbe modo di accennare a qualcosa, ad una leggenda. Nadir disse in una lingua che non era la sua, distorcendo ogni parola, di non aprire mai gli occhi di notte e di tenerli sempre chiusi, perché il buio che è intorno a noi non è così buio come il buio che è dentro di noi. Scoprii così che seppur in maniera grossolana, Nadir parlava la mia lingua. Rimasi stranito e non seppi spiegarmi il motivo di quella mancata rivelazione. Accennò, poco prima di sparire del tutto ad una strana mostruosità che si aggirava nel buio. Poi scomparve nel nulla, risucchiato in un vortice di sabbia. Fu risucchiato con una tale veemenza che i suoi occhi fuori dalla sabbia sprofondarono verso l’ignoto a una tale velocità da non lasciarmi neanche il tempo di coglierne il terrore impresso. Cosa mai poteva essere la cosa a cui il beduino aveva accennato? pensai che altro non poteva essere che una stupida leggenda. Cosa voleva dire Nadir con quella frase?

Erano passate svariate ore dalla scomparsa di Nadir. Ormai ero sprofondato fino allo stomaco, potevo sempre muovere le braccia e ruotare parte del busto; il mio stato d’animo era piuttosto tranquillo, anche perché quando si va in contro alla morte così lentamente si ha talmente tanto tempo a disposizione che il pensiero della morte si priva dell’avarizia di voler occupare tutta la mente, lascia quindi, lo spazio libero ad altri pensieri. Ero in un certo senso distratto, quindi tranquillo. Nella tranquillità e nella pace dei sensi in cui mi trovavo, nella situazione stabile in cui ero da diverse ore, calmo e quasi addormentato mentre tutt’intorno a me era buio; in quel gelo, del tutto all’improvviso, vidi chiaramente di fronte a me una sfera di luce. Un puntino di luce simile ad una sfera apparve in lontananza. Mi destai improvvisamente e da assopito che ero divenni euforico e pieno di energie. Una nuova forma di speranza si manifestò in me, sotto forma di un’energia che prima non avevo posseduto. Urlai con tutto il fiato che potevo emettere e con tutta la forza che il mio diaframma poteva imprimere, urlai così tanto che per qualche secondo non emisi più alcun suono e la gola, tanto irritata, mi proibì di respirare per qualche secondo. Ma quegli sforzi non furono vani perché quel punto di luce così lontano lo vidi poi ingrandirsi. Seppur di poco, aumentava di diametro. Questo poteva voler dire soltanto una cosa: quella sorgente di luce si stava avvicinando a me. Dovevano essere senz’altro gli abitanti del luogo che venivano a cercarci. Pensai che seppur il deserto fosse così grande, alla fine, le vie e i passaggi attraverso di esso sarebbero dovuti essere stati rotte ben precise. Specialmente di notte, dove i viaggiatori si orientavano con le stelle. Mi ritenni, forse un po’ troppo frettolosamente, salvo. Le mie certezze crollarono e compresi di essere stato avventato nelle conclusioni quando non riuscii più ad associare una tale quantità di luce a nessuno tipo di oggetto che io conoscessi. Non capivo cosa mai potesse emettere una tanta luce. Nessuna torcia o focolare che conoscessi, che io avessi visto, poteva emetterne tanta. Ero pienamente occupato a cercare di comprendere. Intanto l’amarezza e la delusione modellavano i miei connotati. In poco tempo mi trovai una sfera di grosse dimensioni davanti a me. Quel puntino lontano (chissà quanto) in poco tempo mi raggiunse. Mi trovai presto di fronte a una una grossa sfera di luce, immobile davanti a me, fatta di luce calda e di bordi bianchi. La cosa che mi colpii di più fu che, una volta davanti a me, non irradiava poi tanta luce. Sembrava piuttosto una sfera fatta di una qualche densità strana, sulla quale si muoveva come magma un liquido luminoso. Stava sospesa a mezz’aria davanti a me, immobile, con quel liquido che scorreva superficialmente in maniera del tutto casuale. Purtroppo riuscii a guardarla e analizzarla per poco tempo perché presto si liberarono da essa due sottosfere più piccole e la mia concentrazione andò perduta. Due sfere della grandezza di pochi centimetri in meno di un attimo si liberarono dalla cosa che avevo di fronte. Una era di colore nero, con minuscole crepe da cui filtrava una debole, quasi impercettibile luce bianca. Schizzò via dalla sfera madre e si posizionò sopra di me a circa un metro di altezza dalla mia testa, immobile e rotante. Un’altra sfera, completamente bianca, abbacinante, si posizionò alla mia destra a circa un metro dall’estremità massima del mio braccio, che senza volerlo si stese completamente in direzione di essa. Le due sfere, posizionate sopra e a destra di me, avevano attirato in un movimento che non potevo controllare, le mie braccia verso di esse. Come se il mio braccio sinistro e il mio braccio destro fossero stati tesi da una corda invisibile a loro legata. Il ricordo di quest’evento è per lo più confuso nella mia mente e non nego che possa omettere o ingigantire i fatti e le descrizioni. La sfera madre invece non si mosse, restò piantata immobile esattamente com’era. Come arrivò ci restò. Dopo che le due sottosfere si liberarono, la sfera madre cambiò il suo colore e la sua consistenza. Non aveva più nessun liquido magmatico e strano che gli scorreva in superficie, sembrava più una sfera morta, colorata di un grigio spento e privo di sfumature, aveva assunto un effetto di decrepitezza che ne contrastava assolutamente le fattezze originali. Riuscivo a cogliere bene, grazie alla sfera bianca, luminosissima, alla mia destra, i dettagli di ogni sfera di quella madre e di quella nera. Era come se tutta la luce iniziale si fosse spostata solo sulla sfera bianca alla mia destra, ed ora fosse lei ad illuminare le altre. La testa, anch’essa, era immobile. Puntata verso la sfera madre. Come fossi obbligato a guardarla. Ero in una situazione che veramente non sapevo spiegarmi, ma ero talmente sfinito che tutto mi sembrò possibile. Tutte le percezioni erano alterate, non saprei dire se fosse stato caldo o freddo, o quanto fosse stato lungo un minuto o un’ora. Non ho più che un’idea vaga di quanto successe. Era passato un giorno, credo, da quando quelle misteriose sfere si erano posizionato vicino a me. Per un giorno esatto ero rimasto nella stessa identica posizione.  Riuscito a resistere in quella posizione tutta la notte e tutto il giorno seguente. Senza bere e senza ripararmi. Fu per lo più un miracolo il fatto che riuscii, in fin di vita, ad arrivare a vivere un’altra notte. La pelle del mio viso era completamente spaccata dalla disidratazione a tal punto da lasciar fuoriuscire sangue dalle spaccature sulle labbra, ma la cosa più incredibile erano le braccia. Assolutamente impossibilitate nel muoversi. Inutile era provare a disallinearle con le sfere. Tese erano e tese rimanevano. Credo che fossero diventate nere a causa della pessima circolazione che le irrorava. Oramai in fin di vita, il mio cuore non pompava più troppo sangue, il suo ritmo doveva essere sceso, la quantità di sangue ad ogni pompata doveva essere inferiore a quella necessaria. Era quindi difficile per il mio organismo mantenere un apporto di sangue sufficiente ai tutti i tessuti del mio corpo. Specialmente agli arti. Le braccia, anche se fossi sopravvissuto, ne avrebbero senz’altro risentito. Durante la seconda notte, seppur stremato, avevo sempre energia sufficiente per sostenere le facoltà basilari di una mente che si possa reputare ancora efficiente. Improvvisamente la sfera madre, Nonostante il suo grigiore, iniziò a proiettare fasci di luce orientati. Non erano semplici fasci di luce, essa proiettava immagini, scene, fatti, un po’ come fossero degli ologrammi. Ebbi modo di notare dopo un po’ di tempo, come quelle immagini proiettate davanti a me non fossero casuali, ma fossero scene della mia vita, ricordi, presi parimenti dalla mia memoria e proiettati di fronte a me. E fu sull’immagine dell’unica persona della quale avevo rimosso ogni ricordo, della quale avevo perduto tutto. Fu sull’immagine di un suo sguardo, di lei, che le due sfere la nera e la bianca mi estrassero da quelle maledette sabbie. Mi tirarono con una forza invisibile e potentissima fuori dal mio giaciglio di morte. E con le lacrime sul volto e con il volto in testa di qualcuno che non ricordavo più da troppo, il mio cuore si riempì di vita, di dolore e piacere. Non ero solo sopravvisuto, ero di nuovo vivo. Dei berberi che vagavano per quel deserto mi trovarono per puro caso e, due anni dopo tornai finalmente a casa. Più triste, più vivo e con un tramonto da finire di vedere.

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ignotochi
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La mia missione è scrivere il presente e spedirlo al futuro, nascondere il mio tesoro e lasciare una mappa alle persone che vorranno trovarlo.

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10 Comments

    1. ignotochi
      ignotochi

      Ciao Luisa! Sono contento ti sia piaciuto!
      Beh, lo so che è opinabile, ma non avrà una fine. Quando finisco l’ispirazione nello scrivere un racconto è inutile insistere nel voler dare una conclusione. Perciò almeno per ora lo lascio così, tra un po’ chissà! =)