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Il giro della morte (15 febbraio 1942)

Uno spiffero gelido mi ha congelato le caviglie, gli scarponi umidi impastano il freddo e me lo spalmano lungo tutto il piede. Sembra un massaggio rilassante, tanto che poco a poco non sento più le dita dei piedi. Nella camionetta guidata da Luciano, il nostro sottotenente, di Deruta, stiamo in 7 comodamente incastrati, spalla a spalla, con le mostrine delle nostre divise che si riflettono quasi scambiandosi messaggi in codice. Io al centro, dice che sono quello più mingherlino, il più stretto, il più sottile, quello che occupa meno spazio. In effetti, da quando sono nato, ho vissuto così, occupando il meno spazio possibile. Vero mamma? Ti ricordi quando a casa, di sera, tornati dal campo, a volte ti spaventavi, tanto era il silenzio intorno a me accanto al fuoco, che quasi sparivo e diventavo invisibile come lui. Ho sempre pensato che usare troppe parole è un po’ sprecarle, me l’ha insegnato il campo: prudenza e accuratezza nella semina, nello zappettio, non ci sono seconde possibilità, non si torna indietro: il seme gettato in terra ormai sta lì. Chi può ritrovarlo, chi può spostarlo altrove?

Oggi abbiamo fatto il giro della morte. Che nome strano hanno scelto i commilitoni veterani per indicare una cosa così bella. Ci sono rimasto un po’ male quando ho capito che questo giro era un vero e proprio spettacolo, quasi un’anteprima del film che sta per iniziare. Non so chi ha ideato questa cosa, ma certo deve averci pensato sù. Fare il giro delle meraviglie che questa terra, oggi in guerra, ha accumulato nel corso dei secoli. E la bellezza si somma. Non si spreca mai. Migliora. Non c’è mai limite alla bellezza, soprattutto quando nasce dal desiderio di lasciare un segno. 

La nostra destinazione è Signo, un paesino , mezzo diroccato, dice, sopra Spalato, dentro, verso le montagne. Da stasera quella diventa la mia nuova casa, un’altra caserma umida e vecchia, nella quale imparare a vivere e adattarsi. Di sicuro farà più freddo. Devo dire che ce n’è voluto di tempo per assegnarci a questo distaccamento. Da quando è arrivato Pentimalli, sono passati due mesi, tra Natale, le feste, l’inverno più crudo che a Spalato è un po’ mitigato dal mare, ma ti giuro che ci sono stati giorni freddi, che ti toglievano il fiato. Fortuna le sigarette, che mi scaldavano un poco. Da Signo, pattuglieremo tutti i passi di montagna che portano nella Bosnia, lì si sta preparando qualcosa di grosso. C’è Tito supportato dai Russi che sta organizzando continui assalti contro di noi. Ma io? Dico, io che c’entro? Ma chi lo conosce a questo? Io me ne stavo tranquillo tra le mie montagne! La guerra, che stronzata! Solo quando ci sei dentro capisci quanto è vero! La tua vita in mano alle pippe mentali di persone che sul campo non li vedi mai. 

Loro , questo spiffero malefico che mi sta seccando le gambe, non lo sentiranno mai! E per farci prendere coraggio, e sposare ancora di più la loro causa, ci fanno fare un giro di ricognizione prima di andare al massacro:  come sedersi ad una tavola in cui c’è ogni ben di Dio, per poi alzarsi e andare a pulire migliaia di pentole  in cucina. Però col cuore pieno di orgoglio per i cibi deliziosi che quelle pentole hanno preparato! Sì, ma intanto le pentole devo pulirle io! E della mia stanchezza, a chi sta mangiando, gliene frega qualcosa? Credo proprio di no.

Sebenico, secondo distaccamento della nostra divisione, mi ha impressionato non poco. Bella, mamma, bella davvero. Abbiamo marciato lungo tutti le principali strade del paese, la gente ci guardava un po’ stupefatta, io al vederli ero più stupefatto di loro. Sembrava che ci scambiassimo in silenzio il disappunto di tutto quello che sta accadendo… uno sguardo mi dice: “Ma che state facendo?” e il mio gli risponde “non lo so nemmeno io!”. Mentre andavamo spediti in una via, ritmati dal suono degli scarponi sul selciato, ha cominciato a imporsi sul nostro sgradevole rumore, un po’ disarticolato, un suono dolce, come un’onda che andava e veniva, a volte più alto e a volte più basso, si perdeva scorrendo lungo le pareti, salendo verso il cielo e perdendosi tra il cinguettio degli uccelli. Non riuscivo a capire da dove provenisse, quando appena abbiamo svoltato l’angolo, siamo entrati in una grandissima piazza, illuminata dal pallido sole di febbraio che rifletteva con le piccole pozze d’acqua formate dalla pioggia caduta nella notte. E in questi piccoli laghetti, si specchiava, tutta spezzata e rifratta, la facciata di una imponente chiesa. 

È domenica. Cantavano la messa. E la porta socchiusa lasciava scorazzare quelle melodie fuori sullo spiazzo, facendole amplificare e creando un gioco di suoni unico. Passando di là, i miei occhi si sono soffermati sui due leoni all’ingresso, scolpiti quasi fossero veri, con la testa girata a guardarsi l’uno con l’altro. Quanto avrei voluto che si girassero, incrociassero il mio sguardo per lasciarmi un po’ della loro fierezza. Questi sono leoni a guardia del tesoro che custodisce la Chiesa, non è oro, ma molto di più. Sono le persone. 

Mentre ci allontanavamo, sono riuscito a scorgere il volto di uno dei due, che, fiero, stava impettito a guardia del suo posto. I leoni di Sebenico. Voglio essere anche io come uno di loro, fiero, forte, a guardia del tesoro. Ma devo ancora capire qual è il tesoro da custodire. E non è certo questa terra, che non è mia. Non sono certo queste montagne rigogliose e fredde, che in tanti prima di me, hanno coltivato e custodito, sperando ogni anno il raccolto prezioso per mettere sulla tavola qualcosa da mangiare. Il mio tesoro è lì con voi. Quello l’ho dovuto abbandonare. E qui sono un leone in balia delle iene appostate tra le fondate impervie di queste montagne.

Luciano ha detto che quella è la cattedrale di San Giacomo. Che ci protegga lui. Da stasera iniziamo il suo serio.

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Stefanobzc

Il senso della vita è far felici gli altri...e lo farò!

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