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I

Al riparo dal selvaggio mattino, dove i rapaci fanno colazione rosicchiando gli ossi lisci e levigati degli scheletri che un tempo furono uomini, Carl Brown si tolse il cappello di pelle marrone dal capo e lo abbassò sul petto, dopo averlo scosso a mo’ di ventaglio sulla faccia per un paio di volte, forse tre. Il locandiere lo guardò con l’aria tutta divertita e disse: “Dicono che non serva poi così tanto darsi quelle arie. Non fa che aumentare la calura.”
Carl Brown si andò a sedere su uno sgabello solitario di fronte al bancone, sospirando.
“Fa proprio caldo,” disse lui. “E ho così tanta voglia di una donna che non mi faccia pentire di sudare.”
“Betty Sugar, per due dollari, può farle cambiare idea in quindici minuti, signore.”
Carl Brown si legò il cappello al collo e sorrise. Anzi, rise. Il locandiere, dall’altro lato del banco, non poté che fare altrimenti: la percentuale sulle gambe di Betty Sugar se la intascava lui, dopotutto.
Arrivato al primo piano dopo aver pestato gli stivali per una decina di gradini di legno scricchiolante, Carl Brown la vide in fondo al corridoio, vestita solo di un corpetto nero e bianco, stretto sui fianchi, a modellare il corpo giovane da ragazzina.
“Vieni, cowboy.”
La donna entrò nella stanza e Carl Brown ci cascò. Arrivò fino in fondo al corridoio e si chiuse la porta dietro, guardandola meglio, da più vicino. Betty Sugar aveva grandi occhi neri e due labbra carnose al punto giusto e nobili e sottili laddove un rigonfiamento le avrebbe fatte apparire volgari. Non come quegli indiani, pensò Carl Brown. Questa donna è la donna bianca e perfetta! I seni le stavano scoppiando, costretti nel corpetto. Una grande V di sensualità e muscoli delineava il giardino dell’Eden fasciato di nero, appena per nascondere la femminilità e gli inguini. Al di sotto, le gambe si allungavano strette nella giarrettiera, corpose dove dovevano esserlo. Betty non era la solita sciacquetta: Betty era l’amore.
Si avvicinò a Carl Brown. Gli posò le mani sul petto, poi gli lasciò un bacio sulle labbra. Si allontanò piano, sorridendo maliziosa. Negli occhi, un bagliore tanto intenso quanto lo era la giornata appena nata.
“Il capo ti ha detto tutto?”
“Quindici minuti costano due dollari. Sei bellissima e un po’ troppo economica, se permetti.”
Sotto i folti baffoni biondi, Carl Brown si diede ad una risata mascolina ed energica. Prima che potesse sorreggere la cintola verso l’alto, Betty Sugar gliela afferrò con le mani delicate. Ancora quel sorriso enigmatico le piegava il volto in una piacevole smorfia.
“Ci penso io.”
Lasciò passare l’ultima striscia di cuoio della cintura attraverso la fibbia circolare argentata e gliela sfilò, lasciando cadere le due pistole gemelle al suolo. Abbassò i pantaloni di jeans e gli si fece vicino, donando ancora le labbra alla sua bocca da maschio. Chissà quanti posti avevano visti quegli occhi verdi! Chissà quanti uomini avevano visto prima che se ne andassero nell’aldilà!
La donna si abbassò e si prese cura di lui. Betty Sugar ci metteva amore in quel che faceva. Betty Sugar sapeva amare un uomo.

Quindici minuti passati a sudare e a dannarsi a vicenda. Il caldo, l’ardore e la fame li avevano spinti a durare anche meno. Solo quindici minuti e Carl Brown già voleva pagare altri due verdoni profumati per quella bellezza del tutto americana. Ma il tempo gli mancava, e la forza di riprendersi in un quarto d’ora anche.
Betty si aggiustò l’intimo sulle fessure da coprire, si diede una lavata di faccia e indicò al cliente della sua passione la porta.
“Lascia i bigliettoni sulla destra. Vi troverai un’ampolla. Falli cadere lì dentro.”
Allora, sistemata la cintura, Carl Brown si girò verso di lei e alzò di poco il cappello sulla sua testa.
“Arrivederci, Betty.”
“A presto, mio amato,” mormorò lei languida, con addosso un sorriso che scomparve subito quando Carl Brown la ebbe lasciata sola.

II

Carl Brown arrivò al piano terra, il muso storto, il volto che gli pizzicava per il sudore. Aveva dovuto farlo con la fretta di finire e soffriva ancora il caldo. Tuttavia, era come aveva detto il locandiere: non se ne era per niente pentito.
Al bancone, chino in avanti sul legno e su un bicchierino di quello che sembrava essere whisky, vi era un altro. Non uno come lui, ma uno della peggiore razza. Un uomo che estraeva per mandarti all’altro mondo.
Poi, nel guardarlo meglio, lo riconobbe. Non era più il bambino che giocava a sparare per finta agli indiani: con molta probabilità, adesso lo faceva sul serio.
“Lance? Sei tu?”
“Carl Brown?”
I due si guardarono negli occhi. A Carl Brown quasi le lacrime scendevano dagli occhi. A Cowboy Lance si colorò il volto di rosso.
“Come hai potuto farlo?”
Lance si alzò e scattò, con tutto il fucile sulla spalla e la cintura. Gli tirò un cazzotto sulla mandibola e poi, preso per il bavero, lo gettò per terra, stringendo i denti.
“Come hai potuto farti mia sorella?”
“Betty Sugar è…”
Ma certo. Ora che lo aveva di fronte da più vicino, poteva riconoscere gli stessi occhietti scuri che era abituato a guardare nei pomeriggi dell’infanzia, quando davano la caccia ai Navajo, o ai Cherokee. Quell’uomo, quell’amico. Il fratello di Betty Sugar. Un immediato senso di nausea lo colpì assieme al ricordo della piccola Betty che li disturbava per giocare con loro.
“Torna dalle tue bambole, piccola Betty!”
Ricordava che Cowboy Lance era troppo cattivo con lei per meritare di essere suo fratello. La chiamava piccola perché sapeva di darle fastidio. Nel corpo della bambina c’era già una donna indipendente e libera.
“Lance, sei un impiastro!”
Probabilmente, al tempo, lei neanche sapeva che volesse dire e già lo insultava.
Quel ricordo non sapeva di gioia, o di nostalgia. Era la rivelazione crudele che la storia gli aveva fatto. Sì, la sua storia e quella dei due fratelli. A proposito, aveva uno di loro addosso, in procinto di spaccargli la faccia. Doveva fare qualcosa. Era dispiaciuto sia di esserci andato con sua sorella, sia di rischiarci la pelle per così poco. Ma non erano legati da nessun vincolo, ormai. Erano solo due sconosciuti con un passato in comune.
Carl Brown alzò il braccio e mollò un destro sul naso a Cowboy Lance. L’altro si gettò indietro, tenendosi la mano premuta contro il viso. Dalle dita sgorgarono tenui rivoletti di sangue.
“Che ne sapevo io, Lance? Non vedevo tua sorella da anni! E nemmeno te.”
“Il mondo è piccolo, Carl Brown. Siamo tutti fratelli e sorelle.” Grugnì l’altro.
Il locandiere si chinò, in cerca di un Remington, probabilmente. Carl Brown abbassò la mano sulla sua fondina destra ed estrasse una Colt. La puntò addosso al locandiere.
“Fermo, tu,” mormorò il biondo, stringendo i denti ingialliti dal tabacco.
Il locandiere si portò dritto sui piedi, alzando le mani in segno di resa. “Non volevo fare niente io…”
“So cosa volevi fare, tu.”
Carl Brown si alzò e si avvicinò al locandiere con la pistola puntata. Con l’altra, appena sguainata, minacciava Cowboy Lance. Gli diceva che un solo movimento gli sarebbe potuto costare la faccia, o forse la vita stessa.
Dalle scale di legno, di corsa, scese Betty Sugar. Aveva le gambe coperte, questa volta. Carl Brown le diede un’occhiata di sfuggita, non più carica di quella certa energia. Era un uomo diverso, cambiato. Era l’uomo delle sue fantasie, quello che di altri uomini ne ha uccisi molti.
“Lascia stare mio fratello,” pregò lei con le mani protese in avanti.
“È lui che ha aggredito me, porco mondo!”
Solo a quel punto Betty Sugar capì. Quell’uomo era Carl Brown.
Partì un colpo dall’entrata. Alcuni pezzi di legno cedettero. La polvere dai fori della rosa di pallottole scese come nebbia venuta dal cielo.
“Che diavolo succede qui?”
Era lo sceriffo, con in mano un bel pezzo di fucile ancora fumante. Si avvicinò a Carl Brown. L’arma dello sceriffo andò ad appoggiarsi sul suo sterno.
“Parla, che succede qui?”
“Io e Cowboy Lance abbiamo avuto un battibecco.”
“Si è fatto mia sorella!” Lance alzò una mano sul biondo, che abbandonò a terra le due Colt gemelle.
“Ah. Tutto qui?” Chiese ancora ringhiante lo sceriffo.
“Tutto qui?” Rispose indignato Lance.
“Dico: c’è bisogno di creare scompiglio nella locanda di questo uomo? Se avete problemi tra di voi, risolveteli da uomini adulti.”
Da uomini adulti, diceva lui. Gli uomini adulti nel selvaggio West risolvevano le questioni secondo la legge del più forte. L’idea non spaventava Lance e nemmeno, e soprattutto, non spaventava Carl Brown.
“A mezzogiorno in punto, di fronte a questa locanda, datevi appuntamento. Vedremo chi ha la mano più veloce.”
Lo sceriffo si caricò in spalle il fucile e se ne andò. Betty si chinò sul fratello, offrendogli una mano.
“Ce la faccio,” disse l’altro, con una mano a pulire il sangue ancora fresco. “Ce la faccio.”

III

Carl Brown aveva lasciato il saloon non appena lo sceriffo se ne era andato. Aveva posato le due pistole nella cintura e se n’era andato, volgendo un ultimo sguardo languido alla sorella di Cowboy Lance e un’occhiata adirata a lui. Quegli occhi, ora, erano la sola ragione per cui doveva affrontarlo a mezzogiorno. Occhi usciti vincitori nel primo confronto, che dovevano chiudersi per sempre sotto il sole più cocente della giornata. Era una questione d’onore.
Betty Sugar si chinò sul fratello a pulirgli le narici sporche di sangue. Cominciava ad asciugarsi. Le croste lungo il volto glabro non sarebbero state così eleganti da portare.
“Perché lo hai fatto, Lance? Non c’è bisogno di ucciderlo.”
“Sta’ zitta,” disse lui, voltando a metà il busto e bevendo un bicchierino di whisky, il terzo dopo il secondo.
“No, non sto zitta! Sai che possono capitare simili cose, con il lavoro che faccio.”
“Tu e il tuo lavoro… avresti dovuto sposare un latifondista del sud, o uno di quei commercianti del nord.”
“Un soldato, magari. E poi, cosa mi sarebbe rimasto? Da piangere un marito morto in battaglia? Oppure piangere per il resto dei miei giorni se mio marito non mi guarda più negli occhi e preferisce quelle più giovani?”
Betty Sugar strinse in un pugno il panno e poi lo avvicinò di nuovo al naso di Cowboy Lance. Senza rancore. Parlava lucidamente.
“Avere una vita normale, Cristo santo! Dovevi essere la donna felice di un uomo altrettanto felice. E guardati. Hai preferito fare la…”
“Sì? Dillo. Cosa faccio io?”
Cowboy Lance gettò lo sguardo in basso e si ammutolì. La sorella strinse i denti e poi si diede un contegno. Non era quello il punto.
“Il punto è che dovresti andare da Carl, scusarti e dirgli che è tutto a posto.”
“Ma non è okay per niente, cara sorellina. Ho dato la mia parola che lo avrei affrontato. Niente mi può fermare.”
“Niente? Davvero? È stupido! Come è stupido il tuo lavoro, Lance. Te ne vai all’alba con lo sceriffo di Sunnyhill e ritorni giorni dopo, con sulla coscienza una nuova vita umana e dei soldi per tirare avanti. Sai, quando iniziasti a farlo, avevo paura che non ti avrei mai più rivisto. O peggio, che ti avrei visto tornare con qualche foro qua e là, morto, da seppellire.”
Anche questa volta, Cowboy Lance rimase zitto.
“Non andare a mezzogiorno. Scappa ora. Prendi il tuo cavallo e vattene.”
“Non posso. È una questione di orgoglio.”
Lance scostò la sorella con una spallata distratta e si versò dell’altro whisky. L’altra strinse ancor di più il panno e lo gettò adirata sul bancone. Alzò la gonna e scappò al piano di sopra, le lacrime che chiedevano soltanto di scendere da quelle belle guance giovani e in carne. Aveva sempre avuto il viso più dolce rispetto al corpo slanciato e morbido. Betty aveva sempre avuto tutto quel che serviva per comprarsi una vita degna. Ma non aveva preso la decisione migliore. Come lui, Lance, non aveva preso la decisione migliore per sé. Correre a cavallo per stanare qualche farabutto scappato dalla guerra, o cresciuto nei giri peggiori del West, non era vita. Solo in quel momento capì. Quella che stava vivendo, non era vita.

IV

Mancavano pochi minuti allo scoccare del mezzogiorno. Carl Brown camminò nel mezzo del viale e si prese il suo posto, puntando i tacchi sulla sabbia arida di quell’America arsa dal sole più scottante di sempre. Talvolta faceva ballare le dita, qua e là si muovevano come zampe di tarantola, lunghe e pelose, ben articolate. Guardava da lontano Cowboy Lance, si stava imprimendo la sua immagine nel cuore e nella testa.
Cowboy Lance, dall’altra parte, imitava il suo amico di infanzia. Teneva le gambe larghe e le mani appena ad altezza della cintura. La destra doveva estrarre, sudata e frenetica, nervosa. Tremava. Ecco cosa faceva quella dannata mano, tremava.
Sul balconcino del Condor’s Inn, Betty, lo sceriffo Roger Goldstar e il locandiere guardavano. L’attesa si era fatta trepidante. Quell’orologio dorato non voleva far venire il mezzogiorno presto.
Lo sceriffo, con in mano l’oggetto che scandiva il tempo, annunciò che mancava ancora un minuto. Nella testa dei due uomini chissà che passava. In quella di Carl Brown i flash della rissa, il pugno iniziale e poi il suo, la pace che viene a spaccarti il naso, diretta e implacabile, che ti dice di stare buono nel tuo angolo. In quella di Cowboy Lance tante, troppe immagini.
Ricordò, in particolare, un pomeriggio dei tanti. L’ultimo pomeriggio dei tanti, quando i due erano ragazzini di undici anni e per l’ultima volta avevano giocato a cowboy e indiani. La squadra dei viaggiatori al di là della frontiera avevano scoperto l’ultimo avamposto di nativi. Avevano alzato i fucili e sparato. L’ultimo pezzo di terra era stato regalato all’America, in segno della riconoscenza dei coloni.
“Abbiamo vinto!” gridò Cowboy Lance.
Carl Brown, dall’altra parte del campo, sorrise, gettando a terra l’ultimo indiano di legno, il capotribù. Si voltò a guardare il piccolo amico e lo vide ancora intento a produrre rumorini fastidiosi con la bocca, come schioppi che fischiavano nel vento e ne disturbavano il quieto viaggiare nell’aria. La guerra era finita. I cowboy avevano vinto.
“Adesso possiamo costruire l’ultimo villaggio.”
“Sì, ce l’abbiamo fatta, Lance.”
Sul volto di Carl Brown iniziarono a cadere le prime lacrime. Era rosso, un biondino rosso e gonfio, le guance rigate da fiumi di dispiacere.
“Perché piangi?” chiese Lance al suo amico Carl Brown.
“Questa è l’ultima volta che combattiamo insieme. I miei genitori hanno deciso di partire.”
“Ma come? Dobbiamo ancora andare al di là del Pacifico, conquistare la Cina e… resta con noi. Betty ti vuole bene, sei un fratello.”
Carl scosse il capo, dando la notizia per quella che era: non sarebbe potuto restare.

Così ricordava Carl Brown in quel momento. Un bambino con ancora una missione da compiere. Il conquistatore che al suo fianco aveva liberato l’America dai loro legittimi abitanti.
“Dieci secondi a mezzogiorno!”
Il vecchio Roger Goldstar alzò la colt al cielo. Scese dal palchetto del saloon e puntò la pistola verso Dio.
“Tre…”
Carl, no.
“Due…”
Carl, non deve finire così. Dobbiamo conquistare l’America.
“Uno!”
“No, aspetta!”
La voce gli morì strozzata in gola. Poi, trovò il modo di uscire, in una gettata di sangue caldo, più caldo che mai. Sgorgò dalle labbra, dal petto che si colorò di petali di rosa rossa. Cowboy Lance, con la mano alzata, cadde al suono di due spari. Uno rivolto verso il paradiso, il secondo verso il suo corpo.
Carl Brown fece roteare la pistola fumante e la posò nella fondina. Scosse di poco il capo e abbassò lo sguardo, poi si voltò. Aveva lacrime salate da nascondere. Pensò che fosse un’idea migliore preparare il cavallo per andare via da quel villaggio.
“No!”
Betty Sugar corse al petto del fratello, piangendo. Le urla straziate dal dolore non rappresentavano parole, ma una sinfonia di dolore a cui si accodò anche il proprietario del saloon che abbassò lo sguardo, come se si fosse sentito colpevole di quella fine ignobile di un uomo. La fine di un uomo che aveva deciso il suo destino già da piccolo, quando aveva ucciso quell’ultimo indiano, in un angolo di America libero.
Carl Brown se ne andò, senza guardare nessuno in faccia. Lo sceriffo lo vide sparire all’orizzonte del sole più caldo. Betty Sugar non aveva più lacrime, dopo venti minuti passati a compiangere il fratello. Il locandiere le si chinò sopra e le posò le mani grassocce addosso, accarezzandogli le spalle.
“Su, Betty…”
La donna si alzò, allora. Fece un passo indietro. Lo stivale affondò nella stessa terra in cui il sangue del fratello era sgorgato, il tributo ad una divinità arbitro che ha scelto, tra le tante forme di giustizia universale, anche quella del più forte, dove giudice e giuria sono le pistole, e le parole solo un brusio inascoltato, abbandonato e accantonato dagli uomini violenti e sordi di un mondo che avrebbe rispecchiato quello che sarebbe venuto poi.

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Antonio Meola, informatico, scrittore. Antonio Meola, IT technician, writer.

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