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La sua domanda, il nostro problema.

Sulle prime non ci ho fatto molto caso, perché il mondo dei bambini non è il formato ridotto di quello degli adulti.
Là forse è vero che certe fantasie a noi ormai ignote fanno sì che ci siano ectoplasmi gioiosi dalle dimensioni
gigantesche, e fruscii dell’anima tanto sottili da essere impercettibili, luoghi e sensazioni che solo loro vivono,
e che nei primi anni rappresenta tutta intera la loro esistenza. A parte questa precisazione, ci sarà anche che quando sono diventato padre, non avevo il mio bel manuale tra le mani, su cui poter scorrere l’indice che mi permettesse di trovare le soluzioni cercate. Privo di tale vantaggio, dovevo sperare che la stessa forza della natura che mi aveva portato Matilde, la mia piccola figlia, mi avesse anche elargito qualche buon dardo contro le prime avversità, quel tanto di appoggio ultraterreno che mi avesse consentito di superare le prime
difficoltà. Ma niente di tutto questo avevo avuto; così devo pensare che o è stata la madre Elisa a fare più di quanto io potessi, o è stato solo un colpo di fortuna. Fatto sta che stava venendo su bene. Ma quando si fece da sé quella domanda (così semplice, così diretta), tutto è partito da là, e io non sono
stato capace di vedere oltre l’apparenza, che mi fasceva scorgere solo la solita rassicurante isola di quiete.
Quella in cui Matilde giocava, e noi persi nella luce di quel suo quotidiano universo interiore ci entravamo a piccoli passi, non sempre riuscendo a capire tutto. Come quella volta in cui avevamo trovato la testa della Barbie staccata, e Elisa mi confidò di temere che stesse tramando i primi pensieri omicidi, misantropi, cattivi. E lei ci rassicurò esponendo la sua candida verità:
– Non è rotta…è malata. Deve andare dal dottore.-
Non faceva una piega un discorso così logico. Per rendere malata la bambola occorreva decapitarla.
Ovvio, perché non capirlo subito. Senza “malattia” niente visita medica. Una bambola sana non portava avanti
il gioco. E tutto perché Nonno Gigi e Nonna Clotilde le avevano regalato “Doctor Norman”, il medico di Sorriso-Landia, con tanto di stetoscopio incluso nella confezione, valigetta e kit di pronto soccorso. Avendo questo nuovo personaggio, la storia andava cambiata. Ma il fatto era che la sua fantasia andava oltre. Cosa che era anche un bene, dimostrava quanto fosse intelligente, e quindi pronta a crescere come si deve.
Però sembrava così precoce questa sua ricerca di verità. Le generazioni cambiano, in meglio si spera; noi alla sua età eravamo certo più ingenui.

Noi, nati alla fine degli anni Settanta, a che giochi giocavamo?
Avevo molti numeri del “Corriere dei Piccoli”, di “Topolino”, dei “Racconta Storie”, favole bellissime, audiolibri
su audiocassette. Ricordo ancorache ogni fascicolo arrivò a costare 15000 £, il che fece sì che non potei averle
tutte. Ho avuto tanti “Lego”(I miei preferiti erano un’auto con roulotte, e una stazione dei pompieri, con tanto di
saracinesca avvolgibile). Avevo molti “Playmobil” del West.(Ma i miei preferiti erano un pescatore col canotto
giallo e un fantasma con lenzuolo fosforescente e ferraglia). Avevo vari tipi di soldatini, che ricordo vendevano in
buste assortite. (Ma, attratto anche dal pacifismo, mi divertivano forse più le serie delle fattorie, con galline, buoi
e maiali in miniatura). Dei “Masters” avevo He-Man, Man-At-Arms e Skeletor. Non ricordo se pure la pantera Battle Cat. Forse avevo Stonedar, Mosquito. Il mio preferito era un tipo scheletrico fuorescente.Se volevo giocare con il Castello di Grayskull però dovevo andare a giocare dal mio amico che abitava nel palazzo di fronte e lo aveva. Dei “Bravestarr” avevo credo tutto. Marshall, Tex Hex, Deputy Fuzz, Handle Bar. Il mio preferito era Outlaw Skuzz. E non lasciavo mai in prestito a nessuno il mio fort Kerion, o la Stratocoach. Un gioco cui andavo fiero, perché era bello, si apriva e potevano sederci i personaggi. Era un gioco costoso che avevano in pochi.
Avevo pochi Puffi, e ogni volta che entravo nel negozio di giocattoli vedevo un cesto pieno, e credo che avrei
preferito averli anche tutti, che erano più simpatici dei personaggi del presepe. Andavo matto anche per gli
“Exogini”,per le auto trasformabili di “The Mask”, e un robot molto simile a Commander dei Transformers.
Ci giocai finché non persi uno dei pugni che eiettava con una molla. Avevo i computer “Vic 20”, il “Commodore 64”, e poi anche un “Amiga”.E in più andavo da un amico, che mi faceva vedere i giochi del suo “Spectrum”.Avevo anche spirografi e caleidoscopi. E cubi di Rubik.Che raramente riuscivo a completare.

– Papà, i colori delle cose, da dove vengono?,- fu la prima domanda.
No, non quella che dicevo. Questa fu la prima. Risposi facilmente.
-I colori vengono dal Mondo dei Colori…C’è l’Arcobaleno che ne contiene alcuni e…-
-E ce n’è uno grande che ha gli altri?-
-Forse sì…Forse.-
-Deve essere grande se ci stanno tutti.-

E il discorso parve finire lì. Vi sarete trovati anche voi in una situazione di queste, in cui dovevate non dico mentire, proprio, ma inventare fanfaluche per sintetizzare a loro le difficili connotazioni del Mondo degli Adulti, che in parte era il loro e che un giorno sarebbe stato il loro tutto. E certo, non me la cavai bene, con tutte quelle imprecisioni, e i bla bla bla, e il vuoto che c’era dietro, di cui lei non si doveva accorgere. Il vuoto della mia ignoranza. Che emerse proprio
in quella occasione.

-Papà, se i colori vengono dal Mondo dei Colori, perché gli Arcobaleni non li hanno tutti…
Quando li avremo usati tutti, non ci saranno più? Tutto sarà bianco…senza colore…
Come faremo a colorarli di nuovo?-
Ecco quale era il punto. L’avevo vista mogia da un po’. E chi ha un figlio vivace sa notare
il cambiamento. Ma non sa sempre da che è dovuto. Nel mio caso, era colpa di una domanda simile. Che, devo ammettere, era anche arguta, tutto sommato. Riferita alle piccole questioni
del suo piccolo Mondo. Piccole, ma tutt’altro che lievi concettualmente; erano anzi piene di una loro infantile filosofia.

Ma per farla contenta ecco che già mi immaginavo partire per il mondo di Oz, e avrei seguito Dorothy e Alice nel Paese delle Meraviglie, dove avrei giocato con la Regina di Cuori a poker
fino a vincere, e quel che mi avrebbe dato lo avrei investito in fagioli magici, sulla cui pianta sarei salito a balzi fino alla dimora del Gigante, che mi avrebbe annusato col suo Ucci Ucci, e il mio odore mi avrebbe tradito, e allora giù a correre di nuovo, ma con qualcuno dei suoi monili trafugato per trarne il colore…Ovunque avrei tratto qualcosa, dalla casa di dolci di
Hansel e Gretel, alla baita degli orsi di Riccioli d’Oro, alla torre di Raperonzolo, al castello della regina di Biancaneve, alla bicocca della nonna di Cappuccetto Rosso, sarei
arrivato persino dove la formica ha messo da parte mentre la cicala perdeva tempo a cicalare…
Mi sarei trasformato in un “Razzo Missile, coi circuiti di mille valvole”, se fosse servito…A fare strage di seppie per il colore nero, di cocciniglie per quello rosso…Che la buonanima di Darwin pensasse che volesse…
Un Uomo Razzo come Elton John, omosessuale incompreso dalla moglie, e rattristato dall’ovvio divorzio…
Un Rocket Man…

Meno male che in realtà le cose sono andate in un modo più semplice.
Perché lei aveva il dilemma, ma anche la sua soluzione.
-Il rosso viene dai pomodori. Lo so, perché sono rossi. Leveremo il rosso dalle bucce, e lo spremeremo sulle cose rosse che sono diventate senza colore.- asseriva la mia precoce saccente maestra di vita.
-Il blu è nel cielo. Lassù papà ci vai tu. Prenderai una scala. Ma grande.-
-Okay, sì, andrò su io.
Ma in alto, eh…-
-E ti prenderò l’azzurro…vuoi anche le nuvole?-
-No, quelle servono per fare la pioggia. Lasciale dove sono. Se no poi il sole fa luce e ci va
sugli occhi.-
-Prendo solo il blu.-
-Il verde è nell’erba. Lo stacchiamo.-

Era piena di iniziativa. Meno male che quelle cose di cui lei conosceva la tinta, non si sarebbero decolorate. Se no, dovevamo rapinare l’ultimo negozio di vernici, sperando che non mancasse alcuna tonalità? Il fatto era che se le cose si fossero messe davvero male, avrei dovuto davvero
fare di tutto. Persino andare in capo al mondo a rimediare. Per fortuna, i colori sugli oggetti rimasero. Altrimenti sarei stato nei guai seri, con tutto un daffare!. Per accontentarla, avrei dovuto
far cose che neanche so se sono possibili, e chissà se ne sarei stato in grado. Trovare i colori su oggetti che ancora li avevano.Trovare il modo di staccarne, almeno quanto bastava.
Forse i papà e le mamme erano maghi e streghe per loro, che conoscevano ogni magia. Nella realtà eravamo molto meno. Però, uno, loro non lo sapevano. E meno male.
Due, ce la cavavamo abbastanza lo stesso.

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta, Meetale e Owntale. Teatro, romanzi e racconti. Sono il "Re" di una "Nazione Digitale" ("Utopia").

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2 Comments

    1. FilippoArmaioli
      FilippoArmaioli

      Grazie. Mi pare buffo che lei qui si chiama come me su Alidicarta, dove sono Fillo appunto. Stavo per credere di essermi autoelogiato! Coincidenza strana.
      Questo racconto è stato complesso da realizzare. Ma non ci ho messo molto: ho usato degli appunti per la parte dei giocattoli.
      Che servivano per un articoletto.
      Per il resto, ho immaginato di avere una figlia. L’episodio della bambola rotta è invece presa da scene di film americani.