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  1. CAMPARI FRIDAY
    È venerdì, sono tipo le due ed io sono al terzo Campari. É una di quelle serate così, quelle di
    fine maggio quando inizi a vibrare per l’estate che si avvicina ma C
    che non è ancora abbastanza vicina da permetterti di togliere quel giubbino di jeans che ti
    ha accompagnato per quel eterno febbraio che è stata la primavera. Insomma, una di quelle
    mezze stagioni da raffreddore perenne per intenderci.
    E quindi io sono lì, in una di quelle serate senza pretese dove scendi nella piazzetta di
    paese al baretto, bevi un po’, ti spari due chiacchiere, due sorrisi e piano piano cerchi di non
    pensare troppo alla sessione che si avvicina e al libro di linguistica due che non hai ancora
    iniziato.
    E allora tra un Campari e l’altro, Fra ha finito il suo, Lello sta così fatto da aver deciso di
    condividere il suo con la giacca di pelle della tipa affianco e io sono di onomastico e quindi
    mi tocca offrire giro.
    Faccio per entrare nel locale attraverso una di quelle porticine 2×2 che non capisco, c’hai un
    locale immenso, falla una cazzo di porta a misura d’uomo e in quella calca umana, fatta di
    puzza di sudore e caldo e riverbero sento un rivolo freddo scendermi giù per la spina
    dorsale. Ma attenzione, non si tratta di quel freddo piacevole, da ghiacciolo sulla schiena il
    quindici agosto, quanto piuttosto di quel freddo assimilabile alla rabbia, la rabbia di esserti
    reso conto che in quel orgia umana una birra ti si è appena stata versata addosso una birra.
    Ed è allora che, mentre faccio per girarmi per sfanculare il caso umano dietro di me, l’occhio
    cade appena fuori dal locale e si ferma su di lei: linguetta “air wair” in bella vista dalle Dr.
    Martens consumate, calze retinate, gonna senza pretese h&m, giubbotto di jeans due taglie
    più grande sicuramente rubato al padre e tanto amore nei miei occhi.
    Certo non è del mio paese perché una così la noti subito ma non è neanche di un posto così
    lontano visto che la comitiva di campioni con cui esce l’hai invece già notata da tempo. Dal
    primo superiore per l’esattezza , quando sul pullman ti percurlavano per il tuo amore per gli
    anime e le magliette rosa.
    Al di là dell’odio negli occhi però lo vedi che lei è diversa, te ne accorgi subito. Te ne accorgi
    dal modo in cui sorride imbarazzata, da come incrocia i piedi quando non è d’accordo ma si
    vergogna di darlo a vedere, da come sbatte velocemente le palpebre quando è urtata dalle
    battutine. Non è il suo gruppo è chiaro, sicuramente sarà la cugina di qualche tipa lì in
    mezzo che l’avrà invitata a frequentare gente nuova per aiutarla a dimenticare due anni e
    mezzo di una storia che non ha mai preso il volo.
    Ed in tutto sto baccano, dove l’attimo si è rallentato, che ti basta notare il modo in cui si
    sposta i capelli con la mano sinistra quando sorride quasi a voler nascondere quella sua
    timida emozione che capisci che in fondo il giubbotto rovinato, le serate no, gli anni di rifiuti,
    linguistica due, sono tutte cazzate, piccole stelle in un universo di sentimenti. Che basta
    poco per stare bene. Che il tuo mondo ti sta stretto perché sei più un turista dello spazio.
    Il bicchiere vuoto però ti riporta sul pianeta terra. Inizi a informarti, chiedi in giro, la trovi su
    Instagram, c’ha il profilo aperto, fa la fotografa, proprio come te che avresti sempre voluto
    iniziare ma che non ti sei mai deciso a mettere i soldi da parte per una Canon, è di un paese
    non così lontano e sta meglio ora con la frangetta che col viso tondo e sottile si sposa bene.
    Intanto il tempo passa, la piazzetta si svuota e così le tue speranze di un approccio, che
    tanto tu sei un timidone e una ragazza così non la vedrai mai.
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