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Lo svegliò l’odore forte del caffè e della tapioca  che la suocera aveva già preparato, l’aroma dalla cucina arrivava nel patio, dove lui e la moglie dormivano in una stanza di terra battuta, ricavata da quello che una volta era stato un pollaio. Guardò la giovane moglie che sonnecchiava accanto a lui con le mani strette sulla pancia enorme, si mosse con cautela per non svegliare il figlio che dormiva tra loro ed uscì attirato dall’odore e spinto dalla fame. Si chiamava Rodrigo Nonato De Andrade ma tutti lo chiamavano Hulki ,per via della sua forza disumana e del fisico possente, aveva 18 anni una moglie in cinta, che era poco più che una bambina e un figlio di un anno. Attraversò il patio con gli occhi ancora pieni di sogni, il sole era già alto nel cielo e le fronde dei cocchi, che crescevano oltre il muro del vicino, disegnavano contorni d’ombra sulla terra secca del cortile. Chiese alla suocera se per caso c’erano anche uova ma la donna le rispose acida- torna stasera con un po’ di denaro e domani avrai anche uova. – La vecchia lo disprezzava e lui lo sapeva, non perdonava alla figlia di essersi messa con un poveraccio che non aveva nulla nella vita e che doveva ospitare e mantenere nella sua casa ma ormai Hulki non ci faceva più caso, ignorava il sarcasmo pungente della donna e andava avanti un giorno dopo l’altro confidando nella provvidenza e nelle sue braccia che non avevano, sino ad oggi, mai fatto mancare nulla alla famiglia. Si sedette nel portico per bere il caffè e mangiare le frittelle, mentre la donna, salendo su una sedia, cambiava l’acqua ai Pappagallini che cinguettavano allegri. La suocera non aveva ancora quarant’anni ed era ancora piacente. Aveva un altro figlio ,che due anni prima aveva trovato lavoro al porto di Pecem e si era trasferito, ogni tanto veniva a trovarla con la moglie e i loro due figli ed era gentile e amichevole con Hulki, aveva promesso tante volte di trovargli un posto fisso al porto ma scuotendo la testa diceva ogni volta che non c’erano novità – vieni là” mio figlio”, fatti vedere dal capo e vedrai che un bestione come te, non se lo lascia scappare- diceva. Ma Caucaia, dove vivevano, era molto lontana dal porto,poi aveva sentito alla tv che la terra intorno alle strutture dello scalo si riempiva di polvere di carbone nera e untuosa e i bambini crescevano malaticci e deboli. Aveva visto anche l’acqua, delle lagune intorno al porto, coperta da un pattina giallastra dove i pesci morti galleggiavano tra la schiuma con le pance gonfie . Alla domenica, lui,quando poteva ,prendeva la moglie ed il figlio e andavano a Cumbucu o alla Lagoa do Bananas e passavano la giornata seduti all’ombra di una baracca a mangiare pesce fritto, a bere birra ,a ridere e scherzare giocando col bambino e a  guardarsi, trasmettendosi tutto l’amore del mondo. Il suocero era morto poco prima che nascesse il bambino, si era fermato a pagare la bolletta dell’acqua quando due balordi in motocicletta avevano assaltato l’ufficio, tra gli astanti c’era anche un poliziotto in borghese che aveva reagito, alla fine della sparatoria il poveretto giaceva a terra; una pallottola rimbalzando contro il muro lo aveva colpito alla testa. La suocera aveva una relazione con un uomo sposato più anziano di lei, a volte lo portava a casa e lui sentiva che si divertivano nella stanza della donna,riempiendo la notte di risate da ubriachi e gridolini di piacere, non lo aveva mai visto, quando alla mattina si alzava l’uomo era già sparito. Sospettava che il disprezzo della donna celasse la vergogna di altri interessi, sapeva bene che il suo aspetto attirava le femmine come mosche sul miele e lui a volte ci giocava ma non aveva mai tradito Regina, sua moglie, per la quale nutriva un amore totale e una dedizione infinita. Accettava qualsiasi tipo di lavoro: muratore a Maranguape, scaricatore di camion alla Ceasa, facchino nel porto di Mucuripe e tutte le sere tornava sempre a casa con 50 o 60 reals. Ne tratteneva una decina per se e dava il resto alla suocera, si comprava qualche birra nella bottega del signor Eunisio e aspettava la fine della novella della sera ,dopo che la moglie aveva messo a letto il bambino e che anche la suocera brontolando era andata a dormire, si sistemava su una sedia a dondolo nel patio e con meticolosa consuetudine beveva una dopo l’altra tutte le birre che aveva comprato.  Il cielo sopra di lui era silenzioso ed immenso solcato da grandi nuvole bianche che un teso vento di terra sospingeva verso il mare, gli giungevano suoni distanti confusi nel buio della notte: risate di ragazze in un cortile vicino, il rumore di una macchina che passava con la musica insostenibilmente alta, il gracchiare di una televisione o l’abbaiare irritato di un cane legato alla catena. A volte la mogli si destava e ponendosi dietro di lui, passava le sue mani dietro la schiena come ad implorargli di seguirla a letto, l’uomo terminava con calma la birra assaporando il contatto dolce della moglie e il tepore della pancia deformata dalla gravidanza, non si girava a guardarla, non le parlava ,si limitava a sentirla e a godere di quel calore, che dalle mani di lei, entrava nel suo corpo e se la donna lo avesse potuto vedere avrebbe visto il sorriso compiaciuto dipinto sul volto stanco ma rilassato del marito.

Albert Frank Mellencamp,“beach” per gli amici, aveva ottenuto il miglior score come lanciatore nella lega universitaria del nord est e già alcune squadre professioniste gli avevano mosso proposte interessanti che lui aveva rifiutato. Sin da bambino aveva avuto questo dono, quando prendeva in mano un sasso in un attimo il suo cervello calcolando forma, proporzione dell’oggetto e velocità del vento sapeva come lanciarlo e il sasso andava esattamente dove lui voleva. Il padre era titolare di uno dei più grandi studi legali della città e il suo destino dopo la  laurea in legge era già segnato. Avrebbe avuto l’ultimo tipo di Mercedes o di Bmw in garage per andare nelle discoteche più alla moda e bersi fiumi di Champagne tirando un po’ di cocaina accompagnato da qualche rampolla dell’alta società che un giorno avrebbe sposato, per poi ignorarla o divorziare, se non sarebbe stato troppo costoso. Lui sapeva tutto questo e lo accettava, per ora si accontentava di vivere la vita di giovane spensierato universitario e appena poteva correva in spiaggia perché amava il mare.  Tutti gli anni era la stessa storia, dopo il pranzo di Natale partiva con gli amici per una vacanza ai tropici –per passare il capodanno al caldo –diceva a suo padre. L’anno passato erano andati in Messico e mentre i suoi compagni di viaggio si godevano Tequila e puttane a Playa del Carmen lui si era fatto un viaggio massacrante in pullman sino a San luis Potosy dove aveva conosciuto un Brujo e si era inoltrato con lui nel deserto a mangiare  peyote e a guardare le stelle. Non era tornato più illuminato di prima ma soltanto più allegro e alla fine della vacanza, si era concesso anche lui qualche donna a pagamento e qualche sbronza. Si sentiva sospinto nella vita come se fosse prigioniero di un’onda invincibile di marea. Tutto per lui era già preordinato e scritto e non poteva avere sorprese ,anche le sue avventure avrebbero avuto una fine, lui le avrebbe ricordate davanti a un brandy d’annata con gli amici politici ,ingegneri o architetti negli attici di lusso di New York o Londra o Roma. Non voleva fare il giocatore di baseball, non voleva fare il romantico ribelle, voleva solo essere quello che la vita gli aveva imposto ma non poteva ignorare la noia o la futilità di tutti i suoi gesti, che gli sembravamo solo movimenti pilotati di una marionetta. I viali della città scorrevano regolari e monotoni dietro i vetri della macchina che lo stava portando all’ aeroporto, tutti uguali e diversi, ricoperti dal gelo e da una neve grigia e sporca che copriva il mondo, ma presto, e questa era la sua sola consolazione, avrebbe visto il mare infinito e azzurro, si sarebbe disteso sulla spiaggia, quella linea di confine fragile e inconsapevole, dove anche se tutto sembra ripetersi con matematica certezza, come il moto indissolubile delle onde, in realtà tutto cambia e la prospettiva ruota impazzita stravolta da un calcolo indeterminato. Una volta, mentre stingendosi le ginocchia ammirava il tramonto sulla spiaggia di  Flores in Indonesia, una ragazza Australiana dalla pelle lucente e abbronzata gli si era seduta accanto e stringendogli un occhio aveva sussurrato – andiamo?- -chi non lo farebbe- aveva risposto ed era rimasto lì,immobile, aspettando che la donna se ne andasse per lasciarlo in pace. Sapeva che il tempo per essere sé stesso era limitato e non voleva sprecarlo.

Mentre il ragazzo si allontanava, per cercare lavoro ,la suocera lo maledisse in silenzio, invidiava la figlia che poteva possedere quel corpo meraviglioso e odiava sé stessa per quello che sentiva, avrebbe voluto amare il ragazzo come un nuovo figlio ma una vertigine incontrollabile saliva dal suo ventre e quando si portava a letto Bebeto urlava di proposito per svegliarlo, poiché non poteva che ridere della virilità sbiadita dell’amante e immaginava sé stessa torrida di luna, calore e piacere offrirsi al genero mentre la figlia dormiva inconsapevole, nel suo letto di sposa compiuta. Per questo lo trattava male, per punirlo del desiderio insano che cresceva come una mala pianta dentro di lei ma se si fermava e andava al di là i suoi occhi si inumidivano, i denti stringevano le labbra fino a farle sanguinare e benediceva quel colosso che non parlava mai male di nessuno e che tutte le sere, dopo essersi spezzato la schiena, tornava a casa dandogli gentile, tutto o quasi, quello che aveva guadagnato come se fosse una nuova madre. Regina, la moglie, lo guardava percorrere veloce la strada, vedeva quella schiena possente brillare nel sole come se fosse un baluardo eretto per difenderla dalla tristezza. Si sentiva così piena ed orgogliosa dell’amore, che sentiva per lui, che avrebbe fatto qualunque sacrificio per il suo uomo. Lo vide sparire lungo l’angolo della strada che portava al mercato dove si radunavano i caporali che distribuivano il lavoro e si immerse, quasi dormendo ,nell’attesa di lui e del suo ritorno. Il pianto perentorio del figlio le fece indossare rapidamente il simulacro di madre che avrebbe portato paziente lungo il calore spossante di una lunga giornata di attesa. Hulki era ben voluto da tutti, non beveva mai sul lavoro, non litigava, si faceva in quattro per aiutare i colleghi ed era forte come un toro. Non aveva mai conosciuto suo padre. L’uomo disse alla madre che usciva per una commissione e non tornò mai più, la donna allevò il figlio tra un turbinio di amanti confusi che andavano e venivano nella piccola casa.  Non perdette mai la voglia di vivere e l’allegria, dedicò al figlio le ore più dolci che il destino le aveva assegnato coccolando, vezzeggiandolo e donandogli un amore semplice ma vero. Il ragazzo cresceva forte come un toro e la madre, guardandolo orgogliosa, ringraziava il cielo, si stringeva al bambino e piangeva in silenzio. Le sue erano mute lacrime di gioia e non di dolore. Una mattina quando Hulki aveva quindici entrò nella stanza della madre per svegliarla e la trovò morta, se ne era andata in silenzio, nel sonno, con gli occhi chiusi, solo un lieve filo di bava biancastra usciva dalle sue labbra serrate.

Un’altra macchina lo portava via ma avanzava attraverso un mondo caotico di percorsi confusi e di case improvvisate, che sorgevano dalla terra come se volessero infestarla. Le costruzioni si susseguivano monotone, con una tenacia provvisoria di insegne e di persone che le popolavano, come se non vi appartenessero e ovunque cumuli di rifiuti sparsi sull’erba e cani randagi che inseguivano la scia della loro fame. Nonostante l’aria condizionata, chiuso nei vestiti del viaggio, aveva caldo ed era infastidito dei progetti triviali che i due compagni si proponevano di attuare appena giunti in albergo. Guardò fuori dal finestrino, cercando di capire dove fosse il mare ma la terra piatta si fondeva tra le onde di luce gialla dei lampioni che si perdevano nell’orizzonte. Dopo km di case basse ed uguali, si trovarono circondati da costruzioni enormi che salivano verso il cielo, il disordine precedente era scomparso e le strade sembravano avere un andamento geometrico e rigoroso. La macchina si arrestò davanti all’ albergo e mentre scaricava le valige, l’aria gli portò,stordendolo, l’odore del mare. Alzò il capo e vide al di là della strada la linea grigia della spiaggia e senza pensare alle valige da scaricare, fece per avviarsi ma qualcuno lo trattenne e  disse in un inglese stentato- no mister, adesso no è buio pericoloso domani, si domani.. spiaggia … sole non adesso- guardò il taxista che lo aveva fermato e si avviò verso la hall del grande albergo. Aveva una  camera spaziosa al decimo piano, appena entrato aprì la  porta a vetri del balcone e vide finalmente il mare e la lunga linea di arena che correva parallela agli alberghi e che sembrava segnasse il confine tra due mondi, respirò l’aria dell’oceano e ne sentì il rumore sordo delle onde, che,dal buio, si infrangevano instancabili sulla sottile linea di luce emanata dalla sabbia, illuminata dai lampioni del lungomare . Il giorno dopo la spiaggia si rivelò un folle baraccone di casupole di legno che vendevano tutte la stessa cosa: birra e pesce fritto, infestate da tome  di insistenti venditori ambulanti e prostitute in cerca di clienti. I suoi amici avevano scelto il Brasile e lui adesso si rammaricava di averli seguiti, tante volte aveva pensato di andare da solo ma non se l’era mai sentita … ma questa volta non cera niente in quel caos di voci e colori che gli piacesse, vedeva i suoi compari  bere birra, scherzare con le donne o contrattare, allegri della vacanza, coi venditori, voleva uscire da tutto questo e scusandosi con gli amici disse che tornava in albergo. La sabbia bruciava e l’ombra della baracca che li ospitava lo avvolse in un aroma di pesce fritto e urina, respinse con gentilezza l’assalto di un venditore di occhiali da sole, ignorò lo sguardo insistente di una prostituta seduta ad un tavolo e si avvio sul lungomare verso l’albergo.

Erano giorni duri,-la crisi- dicevano e nessuno gli dava lavoro, ieri aveva racimolato qualche spicciolo perchè un suo conoscente, impietositosi ,se lo era tenuto vicino mentre vendeva bottigliette di acqua ad un incrocio, ma oggi nulla … e come avrebbe fatto a tornare a casa? Cosa avrebbe detto alla suocera, che lo aspettava col suo sorriso di compatimento dipinto sulle labbra e cosa avrebbe potuto rispondere ai brontolii della donna che affaccendata in cucina diceva- ecco grand’uomo se non fosse per me non mangeresti neanche questo … uova vuole il padrone uova per cosa per avere la forza di fare il vagabondo tutto il giorno? Che razza di padre .. neanche un boccone per tuo figlio e tua moglie eh? La mia bambina! Era meglio che fosti morto invece che portartela a letto … e farci dei figli ah ave Maria faresti meglio a fare come tuo padre a sparire-;la donna non sapeva perché vomitava tutte queste cose, era come se avesse dentro un demonio che la comandasse, sapeva che il ragazzo era corso come una trottola di qua e di là tutto il santo giorno, lo vedeva costernato e infelice, sapeva che miglior uomo la figlia non avrebbe potuto trovare e invidiava la figlia con una determinazione cieca ed incrollabile e urlava così che i vicini sentissero e lui si vergognasse e scappasse via lontano da lei.  Allora non sentirlo più così vicino, non sentire più l’ombra del suo corpo perfetto ,che spostava l’aria della notte riempiendogli le narici del suo odore di maschio, se tutto questo fosse svanito trascinato lontano con lui avrebbe potuto dormire serena e accontentarsi delle risate di Bebeto. –Smettila mamma – urlava dal suo letto Regina –lo sai non si merita tutto questo, tutti lo sanno non c’è ragazzo più bravo, più buono e più forte del mio Hulki – e urlava con tutto il fiato che aveva in gola perché tutti dovevano sentire, tutti dovevano sapere che lei lo amava, nessuno doveva dubitare, nessuno doveva mormorare, sussurrare o ridergli alle spalle.

Era salito direttamente in camera e dalla sua finestra dell’albergo vedeva la babele della spiaggia tremolare nella calura del pomeriggio, la brezza ,proveniente dal mare, mitigava la forza del sole che sembrava volesse schiantare quell’umanità miserabile,rifugiata,per salvarsi,sotto la fragile protezione delle baracche. Alcuni, in cerca di refrigerio ,si tuffavano tra quelle onde ma  non c’era tregua, perché anche l’acqua, come se avesse voluto respingerli, assorbiva la temperatura ed era tiepida come un brodo primordiale. Si coricò stanco, chiuse i vetri per difendersi dal rumore dei clacson e dei motori che imballavano nel traffico del lungomare, accese al minimo l’aria condizionata e si addormentò sognando la neve e il silenzio delle strade bianche in un altro mondo.

Un rifiuto dopo l’altro lo aveva spinto, come un relitto alla deriva, sulla piazza principale, si riparava sotto la magra ombra di un cornicione, cercando di trovare il coraggio, per prendere l’autobus che lo avrebbe riportato a casa con un altro fallimento in tasca da esibire al suo ritorno.- La crisi –pensava – ma dove è questa crisi? – Intorno a lui vedeva sempre lo stesso confondersi di gente indaffarata, gli stessi venditori di sempre. –Mi dispiace Hulki oggi ci sono meno camion da scaricare … Ah Hulki come va ragazzo? No oggi non lavora nessuno il padrone non ha pagato la scorsa settimana e se non paga la casa se la costruisce da solo …. Quante volte ormai si era sentito rispondere così? Eppure lui era uno serio ,tutti i lunedì era pronto al lavoro, non come quelli che sono ancora rantolanti da qualche parte pieni di cahcacha e vomito incapaci di muoversi … Erano già le quattro del pomeriggio e tra la folla che attraversava di continuo la piazza, vide una donna ben vestita, capelli curati, trucco raffinato, scarpe alte col tacco, una borsa che teneva stretta alle mani e non alla tracolla … quella borsa magari conteneva un portafoglio bello gonfio e un cellulare nuovo di zecca, avrebbe potuto vendere a Zeca, lui comprava di tutto senza chiedere da dove veniva … sarebbe stato un attimo, lui correva veloce e subito lì,alla fine della piazza, c’era un parco con un lago e al di là la strada Rodoviaria, se arrivava laggiù non lo avrebbe preso più nessuno. Si alzò in piedi avanzando lentamente verso la donna.

Verso le quattro del pomeriggio il fronte del caldo cedeva ,il calore sembrava irradiato non più dal sole ma dalle cose o dalle persone che si muovevano sotto di esso, avvolgendo tutti e tutto in una luce tiepida e molle dove era più facile camminare e vivere ,lo spettro della luce mutava, diventando dolce e carezzevole, scivolava sul mondo come una fata, accendendo i contorni di una luce fulgida che restava sospesa nell’aria, si insinuava tentatrice, trasportata da una brezza marina fresca e ariosa che rotolava sulla sabbia e urlava tra i canyon dei grattacieli. Uscì dall’albergo ma non si diresse alla spiaggia, tra meno di due ore il tramonto equatoriale avrebbe ceduto la scena ad una notte spessa di buio e cavalcata solo da poche stelle indecise, svoltò di lato verso il centro della città e si trovò in una larga piazza brulicante di persone e vita. Camminava piano dirigendosi verso il centro dello slargo, alla sua destra un gruppo di operai lavorava sul selciato, inserendo piccoli cubetti di porfido che sarebbero diventati la base per una fermata di bus, ad un tratto ,a pochi metri davanti a lui ,sentì un grido acuto, vide un turbinio confuso di persone che si apriva ondeggiando e una figura massiccia spingere a terra una donna, avventarsi su di essa e correre via mentre la folla, come ipnotizzata ,restava muta e immobile di fronte a quel sussulto improvviso. Senza pensare si chinò e prese una pietra,nei pochi attimi che la tenne in mano ne calcolò peso e forma ,il suo cervello individuò il bersaglio calcolandone velocità e possibili ostacoli lungo la traiettoria di tiro ,il suo arto si tese e il sasso si librò nell’aria con una traiettoria tesa deviando con un effetto micidiale verso destra. Il proiettile colpì Hulki un poco sotto lo zigomo spaccandogli due denti, riempiendoli la bocca di sangue e frammenti d’osso. Cadde a terra, provò a rialzarsi ma la testa girava e un groppo di nausea improvvisa gli tolse ogni forza e ogni volontà, poi sentì le grida e i calci e i pugni che arrivavano da tutte le parti ma non facevano male ,sembravano come i botti dei petardi ,che sparano gli ubriachi avvicinandosi all’uscio di casa, per annunciare alle mogli ,stanche di attendere, il loro ritorno. Beach vide un gruppo di folla che si avvicinava a lui gridando parole che non capiva e poi lo sollevò in alto sulla piazza come quando vinceva una partita, da quella da quella posizione privilegiata vide arrivare nugoli di poliziotti che sciamavano sulla piazza, un gruppo si diresse verso il bersaglio, disperse la folla con grida e minacce, prese in consegna l’uomo che alzandosi barcollava sputando sangue e lo portò via. Un  agente si avvicinò a lui, si tolse gli occhiali da sole e gli strinse la mano sorridendogli. Lo portarono a quella che doveva essere una stazione di polizia,sorrisi, strette di mano, selfi dei delegati vicino all’eroe del giorno, poi arrivò la stampa: un turbinio di parole che non capiva un vortice che girava di volti e immagini ,chiese un poco d’acqua e si accasciò su una sedia esausto. Dopo le procedure di rito una macchina della polizia lo accompagnò in albergo, un tenente della polizia militare si fece fotografare con lui e i suoi amici che lo avevano raggiunto nella hall e poi offrì una birra a tutti e poi un’altra ancora e se ne andò che era visibilmente alticcio a fare il suo dovere. La notizia esplose nel bar dell’ albergo e tutti vollero offrire da bere all’eroe, arrivarono puttane infiocchettate e uomini importanti che gli facevano scivolare intasca biglietti da visita dandogli sonore pacche sulle spalle, i suoi amici ridevano e ballavano con le donne, lo guardavano e dicevano hurra!  Hurra! Tornò nella sua camera che era quasi mattina, l’alba avanzava dal mare con una luce chiara e timida le onde si infrangevano ignare di tutto sulla sabbia sporca e lui alla finestra cercò di respirare un po’ di aria pulita.

Hulki passò la sua prima notte in prigione confuso e dolorante venne a vederlo un medico e poi un dentista, gli diedero un calmante ma non riuscì a dormire e pianse pensando a sua moglie e per la prima volta nella vita provò vergogna verso la suocera. Lo processarono una settimana dopo e furono clementi: gli inflissero solo un anno di carcere.

Il giorno dopo tutti i giornali uscirono con la sua foto in prima pagina – Ecco il re della pietra!-; inviati di trasmissioni locali di cronaca chiesero interviste, il giornale nazionale del Brasile riportò il fatto ed una sua foto, suo padre gli telefonò chiedendo spiegazioni e con un tono preoccupato gli chiese se aveva bisogno dell’intervento del console. Era giunto all’estremo limite della sua pazienza, si fece portare in taxi sino a Natal pagando una somma esorbitante e da lì prese un aereo per Belem dove le spiagge solitarie e il mare gli ridiedero un po’ di pace.

Un anno passa veloce se si ha fiducia nel futuro; hulki ne aveva da vendere, ringraziava il gringo che lo aveva fermato, gli aveva anche scritto una lettera a cui però non aveva avuto risposta, in quel tempo aveva mandato a casa tutti i mesi uno stipendio minimo che la prigione gli corrispondeva e la sua famiglia non era morte di fame. La vita in prigione era stata tranquilla e tutti dai secondini ai detenuti lo rispettavano e gli volevano bene. Sua suocera si era messa con un sergente della polizia militare che invece di fermarsi a casa sua a mangiare e a bere a sbafo la portava in un Motel. Regina lo veniva a trovare quasi tutte le settimane, aveva partorito un altro maschio che avevano chiamato Alberto come il gringo perché nessuno nella loro famiglia si dimenticasse di lui. All’uscita dal carcere Regina lo aspettava sorridendo come sempre, il figlio più piccolo in braccio e l’altro avvinghiato ad una gamba, Hulki si avvicino prese tra le braccia il bambino che non aveva mai visto e rivolse un sorriso alla moglie, si chinò, baciando con amore l’altro mentre con una mano gli scompigliava i capelli, poi stringendosi alla donna si avviò verso casa. Erano le due del pomeriggio e faceva un caldo infernale. Quella notte la suocera si svegliò disturbata dai sospiri prolungati e dai rumori dell’amore che giungevano dal patio. Sentì dei cani abbaiare furiosi e poi distinse nella penombra l’immagine nuda della figlia che entrava nella latrina per lavarsi. Ed allora ebbe vergogna di tutti i suoi pensieri e anche del suo nome,morse il cuscino singhiozzando lacrime amare e si chiese se aveva delle uova da preparare domani per colazione al genero.

Era l’ultima vacanza. A luglio si sarebbe laureato,  poi sarebbe partito per un viaggio in Italia coi suoi genitori e la sorella. Questa volta era andato da solo, Cabo San Fernando sul mare di Cortez. Mare infinito, solitudine e spiagge bianche come la neve da cui proveniva. Passava le giornate camminando sulla battigia a contare i nidi di tartaruga quando aveva caldo si tuffava nelle acque dell’oceano  e nessuno che intorno a lui facesse rumore. Era l’unico ospite della posada Balena e Paquita alla notte, sotto la veranda gli portava dei bicchierini di mescal dolciastro che gli annebbiavano la vista,sentiva il ruggito del mare, mentre barcollando, cercava confuso la porta della sua camera A volte la ragazza si fermava a dormire da lui, a volte facevano l’amore a volte ridevano soltanto allegri come i cani neri che inseguono le piste di odori sconosciuti. Vicino alla baracca,  dove si sistemava sulla spiaggia ,c’era un pescatore che passava le giornate all’ombra della sua barca arenata sulla sabbia. Si chiamava Morales e gli aveva detto che ormai era troppo vecchio per uscire con gli altri per andare a pesca ,ma stava lì ad aspettare, perché quando ritornavano ognuno dava qualche pesce che lui rivendeva al mercato, la pelle dell’uomo era  secca e nera solcata da rughe dure come cicatrici di coltello . Beach aveva portato dei colori ad olio e dipinse il vecchio e la sua barca, era un quadro puntiglioso ed ossessivo di un realismo sconvolgente, sembrava una fotografia. Il giorno prima di partire lo regalò al pescatore, l’uomo lo sistemò nella parete della sua capanna in fronte alla porta e quella notte chiamò molti amici a bere birra e mescal perché voleva che tutti, mentre si ubriacavano, vedessero il quadro che il gringo gli aveva regalato.

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Coriolano
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I classici dell'ottocento sono i miei preferiti, adoro la fantascienza e la letteratura sudamericana di solito leggo più libri alla volta ora sto rileggendo Moby Dick e ho iniziato I sonnambuli di Broch

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