Non stare in mezzo sulle scale mobili per la metro perché la gente corre.
“Ma dove corrono tutti che la metro c’è ogni minuto”. Mentre lo pensava però stava correndo anche lei. Francesca si era recata a Milano per trovare lavoro, e fortunatamente l’aveva trovato. Faceva la commercialista in un grosso studio commerciale, controllava i conti, le F24, tasse, rimborsi, paghe, il suo pane quotidiano erano numeri su numeri. Faceva bene il suo lavoro, era impeccabile, precisa e attenta. Ci aveva messo anni per riuscire a trovare un posto nel mondo, ed era convinta di averlo trovato.
Il lavoro la teneva occupata dal mattino presto, fino a orario inoltrato. Dopo il lavoro a volte si intratteneva con i colleghi per una cena veloce, preferibilmente in qualche localino carino sui Navigli, o un sushi appena aperto in San Babila. Cene in cui si parlava principalmente di lavoro, di vacanze nel fine settimana, dell’ultimo gossip che spopolava su Instagram, di leggerezze. Francesca si trovava molto bene con i suoi colleghi, era sul pezzo, parlava, rideva. Quando rideva buttava indietro la testa, coprendosi la bocca con la mano, sembrava proprio divertirsi in quelle situazioni.
Quando però Francesca tornava a casa, dopo un’uscita o dopo il lavoro, sospirava e l’allegria spariva dal suo volto. “Sarò solo stanca, lavoro tanto, sono spesso fuori, avrò solo bisogno di riposare. Infondo nella mia vita ho tutto, un lavoro che mi piace, degli amici e un ragazzo che amo”.
Si è vero, Francesca aveva queste cose. Si era trasferita a Milano, viveva lì da un paio d’anni, dopo essersi laureata in economia in una piccola Università nel cuore dell’Italia. Aveva salutato la famiglia, i suoi amici di infanzia ed era partita, come tutti si erano immaginati. Aveva lasciato la provincia per la grande città, che cliché incredibile. Lì aveva trovato, oltre al lavoro, delle amiche simpatiche ma un po’ civettuole e un fidanzato, Marco, con cui tutto sommato si trovava bene, a parte qualche lite per cose banali. A Marco piacevano le auto sportive, il calcio e uscire con gli amici. Il tempo con Francesca lo passava tra un aperitivo e qualche giro in centro. Vacanze in posti carini ed esotici, molto fotogenici e anche molto costosi. Marco era dolce e carino, a volte un po’ assente per il lavoro, uscire insieme era un incastro sull’agenda. Anche fare l’amore era diventato un momento che doveva rientrare nei rigidi schemi di una giornata frenetica, scandita dal rincorrere le lancette dell’orologio e i vagoni della metro.
Ma Francesca si sentiva sempre stanca, ma non era stanca fisicamente, è una stanchezza che ti pervade, che solo chi vive in uno stato di apparente pace trova. Ma Francesca aveva siglato da anni un armistizio con sé stessa. Allo specchio, si riprometteva tutte le mattine di diventare la persona che si era prefissata di essere, doveva rientrare in uno schema ben preciso. Sentiva che doveva essere una ragazza con un lavoro ben remunerato, un fidanzato, delle amiche, in una bella città, poi magari sistemarsi e fare famiglia. Ma quella non era la sua strada, però tutti le dicevano che doveva essere così, quindi pensava di essere lei quella sbagliata, perché non si sentiva adeguata.
Da sempre Francesca sentiva dentro di sé un grande moto, una grande energia. Una bomba che stava per esplodere. Come una voce, che con aggressività le urlava dentro, la faceva star male. Più lei cercava di scacciarla, più questa voce cresceva. Quella voce si chiama ansia. Si manifesta in modo subdolo, con tachicardia, senso di smarrimento, mancanza di respiro. Quando Francesca aveva un attacco d’ansia pensava di morire quando in realtà ,era il richiamo alla vita.
Questa sensazione era aumentata esponenzialmente da quando aveva iniziato a lavorare e si era trasferita. Si sentiva soffocare nel grigio di Milano, si sentiva piccola nel flusso di persone sulla metro. Non si riconosceva in quello che era diventata, ma non sapeva chi volesse essere. Amava leggere, scrivere, le opere d’arte, il teatro, i film vecchi… Insomma, amava l’arte in tutte le sue espressioni. Ma non amava il bello in sé, ma quello che l’arte voleva comunicare, le emozioni. Si di Francesca possiamo dire che era drogata di emozioni, una tossicodipendente dei sentimenti. Ma aveva dovuto smettere, la società intorno a lei, la volevano una donna in carriera, forte e indipendente, fredda e calcolatrice. Mentre lei era vittima della sua introspezione quasi chirurgica e della sua sensibilità. Aveva represso sé stessa per percorrere a tutta velocità una strada che non le apparteneva. Ormai aveva 30 anni, sentiva che il suo destino era segnato, era andata così.
Ma un pomeriggio di fine luglio, qualcosa scattò in Francesca. Era rimasta sola in ufficio a sbrigare le ultime pratiche per dei clienti, prima di partire e raggiungere Marco nel suo appartamento in Liguria per trascorrere le vacanze insieme. Mentre aspettava che la stampante finisse di stampare una serie di documenti, guardò fuori dalla finestra. Il cielo era azzurro, limpido e fermo, si incastrava perfettamente tra i tetti con una precisione geometrica. Il cielo è immenso, ma in base a dove si guarda può infilarsi tra le fronde di un albero, stendersi tra la cima una montagna e l’altra, riflettersi in un lago. Infondo basta cambiare punto di vista e il cielo cambia forma. Questo pensiero folgorò Francesca, si sentiva come quel cielo. Trasformò questa improvvisa emozione in parole, che in modo incredibilmente naturale, hanno iniziato a sgorgare dalla penna come un fiume inarrestabile. Perse la cognizione del tempo, aveva riempito diversi fogli. Lo rilesse e i suoi occhi si bagnarono di lacrime. Aveva capito, si sentiva come quel cielo e per la prima volta, dopo anni, ebbe il coraggio di leggersi tra le righe di quello che aveva scritto, aveva cambiato punto di vista. Su quel foglio c’era Francesca, nuda, appassionata e viva. Incredibilmente viva e fuori da ogni schema che la società aveva disegnato per lei. Un piccolo dettaglio come un banalissimo cielo sopra Milano, l’aveva riportata in vita.
Francesca piegò quel foglietto e lo mise nella sua borsa, sorrise, si alzò e se ne andò con rinnovata energia. Non so che fine abbia fatto Francesca, ma mi piace immaginarla felice, ora veramente felice, quella felicità di chi trova il suo posto nel mondo. Il suo non era fare i conti e perdersi nel mare dei numeri, ma in quello delle parole. Le sue parole, un’arma potentissima per trasmettere e provare emozioni. Di questo aveva bisogno la sua anima e finalmente lo aveva capito.

È scritto parecchio bene questo racconto ,non male
Bellissimo racconto, mi è piaciuto tanto! Non ho potuto fare a meno di immedesimarmi nella protagonista. Soffro delle stesse cose, perché la società ci vuole diversi da ciò che siamo. Chissà, magari l’arte riuscirà a salvare noi anime sensibili.
Io sto sempre molto attento alla correttezza del linguaggio, ma mi è piaciuto questo modo di scrivere semplice, un modo parlato, a cominciare da quel bello anacoluto del secondo rigo: “…che la metro c’è ogni minuto”.
Grazie per il commento e per il sostegno, per me è un onore ricevere pareri da una penna come la sua! Quando voglio provare ad esprimere dei concetti semplici cerco di usare un linguaggio quasi “banale”, mi fa piacere che abbia apprezzato!
Le parole un’arma potentissima per trasmettere e provare emozioni, verissimo, condivido in pieno!
C’è qualcosa di molto sincero nel tuo modo di scrivere, quasi un flusso di coscienza trascinato in avanti dal proprio stesso slancio. Mi piace. Complimenti.
Grazie mille! Mi fa molto piacere.