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La prima volta che Nora vide l’angelo pioveva. Stava ritto al centro del piazzale come a sfidare la pioggia. Dopo avere parcheggiato l’auto Nora corse verso il portone,prima di salire diede un ultimo sguardo pensando di chiamarlo,ma poi pensò che doveva trattarsi di un ubriaco o di un barbone o forse un drogato,l’uomo alzò la testa,girò il volto verso di lei e la guardò. L’oscurità incombente e il diluvio scrosciante impedivano di distinguerne i lineamenti,ma gli occhi di un azzurro chiaro e limpido sfavillarono attraversando il grigiore e parvero irradiare una luce soffusa al piazzale circostante,quello sguardo sembrava portare il seme della luce che sarebbe tornata dopo il temporale,avevano lo stesso colore del cielo,ne recavano lo spazio maestoso delle chiare albe estive della sua lontana giovinezza,turbata si affrettò ad aprire la porta,corse veloce sulle scale misurando la sua disillusione con la speranza che aveva coltivato nei giorni ormai lontani della sua vita e, che per un secondo, attraverso quegli occhi era riapparsa, come un fantasma.

Viveva con il marito in un appartamento popolare,prima della tragedia era stata insegnante ma quei giorni lontani erano solo un ricordo vago e distante,come memorie appartenenti a qualcun’ altro. Appena aprì la porta l’accolse la foto del figlio morto,i contorni,nonostante il vetro e la cornice,si stavano ingiallendo,i colori diventavano sempre più tenui e sfumati, come se anche la foto invecchiasse inesorabilmente,assieme ai ricordi che conteneva. Il volto accigliato del bambino sorrideva impavido, a sfidare il mondo,l’infantile onnipotenza,però, nulla aveva potuto contro l’autocarro che lo aveva investito. La tragedia spezzò la vita di lei, e anche quella del marito.  Scivolarono adagio lungo la china, varcando il confine tra vita e sopravvivenza. Adesso arrotondava il sussidio sociale con piccoli lavoretti occasionali,il marito non usciva quasi più di casa come se si vergognasse della propria inutilità; lei sapeva che solo al riparo di quelle mura l’uomo poteva vivere. Le loro collaudate consuetudini,la reciproca indifferenza e la malavoglia erano i termini del loro confrontarsi, l’alfabeto del codice con cui comunicavano. Vivevano insieme condividendo tutto pur restando estranei l’uno all’altro. Si conoscevano così bene che per rispetto si ignoravano, l’amore di un tempo era state il seme del carapace che avevano costruito per proteggersi dalla vita . Non si aspettavano   più nulla, vagavano come ciechi vermi bianchi tra le carni fradice della carogna.

Si sorprese quando lo trovo in piedi davanti alla finestra della saletta. Le dita magre tendevano un lembo della tenda,il volto nascosto a spiare il cortile.

-L’ho hai visto?- disse con quella sua voce bassa e strascicata, che indugiava sulle parole, come a volerle trattenerle. Non aspettò  la risposta di lei,si voltò ad osservarla solo un istante poi tornò a volgere lo sguardo al cortile- Scomparso,-sibilò- svanito. Sono andato alla finestra verso mezzogiorno e lui era già lì, al centro del cortile,il capo chino, immobile. E’ stato così tutto il tempo,nonostante il calore del pomeriggio,nonostante il viavai delle persone,nonostante i ragazzi che si sono messi a giocare a pallone e infine,nonostante la pioggia. Solo quando sei passata tu ha alzato la testa e ti ha guardata.-

Al ricordo di quegli occhi Nora sentì un brivido corrergli lungo la schiena.

Carlo, il marito rimase a guardarla senza vederla, i suoi occhi si spingevano otre lei, continuavano a correre nel vuoto. Si sorprese dell’interesse che tale circostanza aveva ridestato nell’uomo, raramente commentavano fatti e accadimenti, le loro conversazioni si limitavano alle incombenze della quotidianità domestica. Nora si avviò in cucina per preparare il pasto della sera, il marito sprofondò nel divano e accese la televisione. Le voci dei commentatori delle notizie serali rimbombarono nell’appartamento, riusciva a guardare solo i notiziari, anzi ne ascoltava le voci, infatti spesso lo vedeva con gli occhi chiusi, si era chiesta più volte se ne intendesse le parole. L’uomo,prima della morte del figlio,era insegnante di storia,poi la tragedia gli aveva tolto tutto,raffiche di esaurimenti,perdita del lavoro,depressione;vagava,ora, nel mondo con una lentezza misurata. Si sentiva liberato dal dolore di un tempo perché era riuscito a ripudiare anche i suoi ricordi,esistevano ora due identità:quella di prima, il cui passato non lo riguardava,e quella di adesso,che passato non aveva,che procedeva in moto uniforme attraverso giorni tutti uguali in cui confondersi era la sola certezza,alimentare il disinteresse era il suo solo interesse,costruire una bolla di vuoto e di nulla totale era il solo scopo della sua esistenza,tollerava la presenza della moglie perché di tutte le negazioni era la più totale,la più certa la più sicura. Lei aveva disceso la stessa china,ma era una donna forte e pragmatica,la miseria del marito la terrorizzava,illudendosi che mantenere viva una parvenza di normalità fosse il solo modo di edificare un argine,tirava avanti facendo lavoretti saltuari per integrare i miseri sussidi da mentecatti che percepivano. Era quasi arrivata ad odiare il figlio morto,anzi la circostanza della morte,imputando al troppo amore la propria rovina ed il proprio fallimento,al quale,fra l’altro, ambedue si erano consegnati,accettando implicitamente il ruolo di vittime inconsapevoli,crogiolandosi nel belato degli agnelli ormai prossimi all’olocausto. Dopo mangiato si sedeva di fianco al marito e beveva in solitudine un cartone di vino economico,lui un tempo la biasimava,ma ormai i suoi occhi erano chiusi e ciechi davanti alle immagini della televisione,e solo le parole arrivavano a lambirlo come risacca di oscuro oceano.

Una settimana dopo l’angelo parlò a Nora.  Dopo avere riposto il carrello del mercato nella rastrelliera girandosi se lo vide davanti. I suoi occhi erano semichiusi,ma attraverso le palpebre abbassate l’azzurro tenue sfolgorava indomito. I capelli fini si muovevano,come se avessero vita propria,sospinti da una brezza che sembrava riguardare solo la figura ritta in fronte a lei. I lineamenti del viso,nonostante la -vicinanza,erano indefiniti,come linee di un abbozzo disegnato con la matita.

-Verrà un uomo,si presenterà alla porta della vostra casa e voi lo accoglierete,fate quello che vi dice e salverete il mondo-

Lo stupore irruppe dentro di lei come un fiume in piena. Mille domande l’assillarono nello spazio di un attimo. Ma quando ritrovò un minimo di lucidità era sola sotto la tettoia con la moneta in mano,come un mendicante che ha ricevuto un obolo da un ricco signore.

Non disse nulla al marito,perduto come sempre negli arcipelaghi della sua desolazione,corse a letto subito dopo la cena, stringendo  il suo corpo di vecchia alle lenzuola stantie,grondanti di rinunce e desideri superflui. Nel dormiveglia agitato che precedeva il sonno pensò che tutto questo non stava realmente accadendo, come tante altre volte,soffermandosi a ricordare il passato, si era chiesta se quei ricordi appartenevano veramente a lei. Sognò se stessa bambina,giocava con delle papere di plastica sul bordo di uno stagno e immaginava il suo futuro,sognava ,nel sogno,la sua vita a venire, tutta la felicità che gli si spalancava davanti , una prospettiva,che dava la vertigine di occasioni e di un tempo per realizzarle che sembrava non avere fine; una brezza dispettosa portò le papere lontano da lei, indispettita, sporgendosi per agguantarle,scivolò nell’acqua,poi la voce di sua madre la chiamò nella distanza,infangata e bagnata si avviò mestante verso casa,tutt’intorno a lei non c’era nessuno,solo il silenzio di una vastità senza confini,la brezza che aveva portato la cara voce divenne un vento impetuoso che la fece rabbrividire. Il marito l’aspettava alzato,tracciava nel vuoto con le mani segni incomprensibili,come a scacciare degli insetti solo a lui visibili. Tante volte lo aveva visto ripetere quei gesti,li considerava manifestazioni di quella follia apatica e passiva che lo ammorbava, segni della morte che si stava approssimando. Presto il cervello di lui si sarebbe spento ed egli sarebbe rimasto lì, seduto nella sua poltrona come un vegetale amorfo, imputridendo giorno dopo giorno nella sua inconsistenza. Almeno lei conservava la consapevolezza, altrimenti si sarebbe seduta con lui accanto al divano, aspettando di essere risucchiata nello stesso vuoto. Sentiva i rumori che provenivano dalle caverne dei corridoi del condominio,le voci dei vicini, il rumore dei motori che trafiggevano l’aria e, dalla strada, le esplodevano nelle orecchie come rimbombi, come grancasse di un mondo che nella confusione svaniva, si dissolveva in caos di forme eludendosi anche a se stesso. Tutta quella moltitudine là fuori che strisciava tra i cunicoli che essi stessi creavano non era diversa dal marito,e anche se a lei in fondo non importava ora lo sapeva. – Non esci  ?- chiese l’uomo. – Oggi no- rispose. Mentre lui accendeva la tv,lei si sedette di fronte alla finestra,il cortile era deserto ed il sole batteva già sull’asfalto nero e lucido,aspettava l’angelo,che presto,ne era sicura sarebbe giunto. Quando sentì suonare seppe che era arrivato,non si sorprese di non averlo visto transitare attraverso il cortile. – Abbiamo visite- e si avviò . Si sistemò davanti alla porta la vestaglia unta,si ravvivò gli stinti scialbi capelli e aprì. Prima ancora che gli occhi, una languida luce azzurra sembrò ridisegnare i colori della stanza,il grigio della polvere divenne una sostanza impalpabile che sapeva di cielo e nuvole .  – E’ arrivato l’angelo disse il marito- si voltò stupita verso l’uomo, trattenendo una domanda che esigeva risposta sulle labbra secche e screpolate. – si .. rispose lui, senza distogliere gli occhi dallo schermo che vomitava muto immagini di politici e disastri planetari- ho sognato che sarebbe arrivato,non per lottare con noi ma per darci una ragione,regalarci un nuovo futuro- Mentre parlava il nuovo arrivato scivolò dentro la stanza e di accomodò sulla sedia con movenze languide e sinuose come se strisciasse,come un serpente che aggiusta le sue spire. – io riprese il vecchio,non ho mai avuto fortuna,amico,si lo so che queste cose le sai già,ma ti prego lascia che le racconti che ne parli,vedi anche lei è qui e forse non sa tutto,o quantomeno lo ha dimenticato.- La donna,confusa, si guardava le mani che erano percorse da un tremito nervoso. – siamo stati felici, e vivi ,te lo ricordi Nora? Credevamo che dipendesse da noi,dal nostro amore ma era solo perché eravamo giovani,questo è il solo vero motivo,la gioventù è qualcosa di simile all’immortalità,e le speranze oh si le speranze la possibilità di vedere realizzate i nostri sogni le nostre fantasie questo,si questo è quello che più si avvicina alla vita alla gioia. Poi il bambino,tutto si concentrava in lui,la trasformazione in carne ,la giustificazione del nostro egoismo,si certo lo amavamo ma attraverso lui amavamo noi stessi sperando di  perpetuarci, ciechi di fronte alla nostra insipienza. Tu sei le tue storie fantastiche ed io i miei libri,io non ha mai avuto nulla al di fuori di essi e tu lo stesso,  per essere noi ci è sempre servito qualcos’altro,siamo stai in giro,abbiamo visto e sentito e quando ci hanno chiesto dove siete stati? Non sapevamo cosa dire Quando ci hanno domandato cosa avete visto ci siamo accorti di essere ciechi. Viviamo,anzi naufraghiamo nel nulla, in un mondo di illusione,io e te siamo liberi Nora perché abbiamo acquisito la facoltà di ignorare ,siamo riusciti ad elevarci escludendoci. Cosa abbiamo da spartire con gli altri? E cosa anno loro da spartire con se stessi? Solo una cosa L’odio e le maschere più sofisticate per dissimularlo.- L’angelo,che non aveva aperto bocca,si alzò dalla sedia e guardandoli trasse una scatola di cartone al cui interno giaceva una piccola biglia di avorio nera.

La voce di lui arrivo attraverso i pensieri come un onda di vento che scompigli improvvisa le fronde degli alberi,portando refrigerio nella canicola dell’estate. – Ora potrete sconfiggere le vostre amarezze,voi i più inutili tra tutti gli uomini siete stati scelti per salvare il mondo. Le vostre debolezze saranno le colonne per sostenerlo, il futuro possibile dovrà reggersi sulle fondamenta di un antica disperazione,la casa costruita sulla sabbia dovrà sopportare l’uragano. Tu uomo porterai sulle tue spalle questa palla e con essa il peso della terra e il dolore degli uomini. Che le tue ginocchia non cedano,che il tuo pensiero non vacilli,crolla e l’uomo perirà con la tua caduta, tu donna dovrai sorreggerlo e confortarlo in questo gravoso compito,poiché voi siete i prescelti.-  Un turbine di luce azzurra avvolse la stanza,sullo schermo della televisione apparve un arcobaleno che palpitò per qualche istante e poi tutto venne ricoperto da una coltre sepolcrale di silenzio.

L’uomo piegato reggeva sulla schiena,al di sotto della spalla la biglia di avorio,che ora pareva espandere intorno a lei un pallore iridescente. – Pesa ….-  sospirò rivolto alla moglie e si accascio sul divano.

Il minuscolo globo gravava ogni giorno di più sulle spalle dell’uomo. Schiantato dal peso,la sua schiena si incurvava,piegandosi verso destra dove la sfera riposava.  La carne che circondava l’oggetto si era da prima infiammata poi aveva prodotto delle piaghe violacee che si erano lentamente cicatrizzate indurendosi come piastre di un grottesco armadillo. Il dolore costante aveva ridotto l’uomo al silenzio,passava il suo tempo coricato sulla pancia o piegato di lato in una ridicola posizione semifetale,ogni tanto emetteva qualche sospiro lamentoso,nei rari momenti in cui riusciva ad appisolarsi,il respiro mischiato alla saliva produceva delle bollicine sulle labbra secche e screpolate. Era dimagrito ed il suo viso era invecchiato in poche settimana di molti anni,la tensione costante a cui era sottoposto aveva però tonificato il fisico,la carne pareva ora un insieme di corde tese,come le gomene che reggono le vele di un vascello fantasma. La moglie lo accudiva e lo nutriva,cercava di confortarlo con la dolcezza di parole che credeva di avere dimenticato,ma che la sofferenza di lui facevano sgorgare impetuose dal suo cuore. Le raccontava storie allegre degli anni lontani,con una freschezza ed una gaiezza civettuola che avevano restituito alla voce quella ingenua sconsideratezza della sua giovinezza. Non sapeva neanche lei se quei racconti corrispondessero a fatti realmente accaduti o fossero solo il sogno di come avesse voluto che le cose fossero andate,ma ne era felice,soprattutto perche le sembrava di scorgere un abbozzo di sorriso,le pareva che le rughe sul viso di lui si distendessero un attimo recuperando un vuoto di felicità che durava solo qualche attimo. Quando il marito si assopiva un grumo acre di tristezza le irrompeva nel petto,esplodendo come una sorda maldicenza sussurrata sulla bocca di tutti e che lambisce come un ambigua risatina fatta alle spalle,allora piangendo scrutava quel sonno di dolore nell’esasperazione di una malinconia senza conforto. Nell’impotenza di mitigare quella sofferenza malediceva l’angelo,bestemmiava la vita e ogni dio che aveva conosciuto. Negli attimi di disperazione più profonda correva alla finestra cercando di avvistare tra le macchine parcheggiatela sagoma dell’angelo,a volte le sembrava di intuirla tra le ombre che i pioppi lasciavano nell’asfalto del cortile,ma poi esasperata da questo folle antidoto alla solitudine tornava quieta a contemplare l’esibizione del dolore del marito. Col passare del tempo le sue certezze venivano sempre meno,e dagli occhi acquosi dell’uomo la richiesta di una tregua al supplizio pareva la richiesta del moribondo che implori un atto di pietà,che come a carità estrema gli sia almeno concessa la morte. Un giorno, prendendo con dolcezza la mano del marito disse – Basta,lasciala andare buttala per terra,che ti importa di tutti loro? Hanno mai fatto qualcosa per te,per noi,ognuno ha vissuto nel suo guscio sempre più spesso,sempre più distante da tutti,fingendo altruismo,amore,bontà solo per giustificare e rendere meno orribile l’abominio che alberga nei cuori di tutti, e noi non siamo meglio di loro,poniamo fine a questa evoluzione sbagliata,che deviando dal suo corso ha generato un male che non ha speranza di guarigione. Non mi parlare dei bambini,anche loro si corromperanno,nella paffuta innocenza che esibiscono alberga già il tradimento a venire,diverranno tutti uomini un giorno,saranno altri demoni che aumenteranno questa legione sterminata di creature del male,ed ora si,ora noi abbiamo la grande occasione di salvare l’umanità ed è questo il solo modo: distruggerla!-  Negli occhi acquosi e dolenti dell’uomo si accese una scintilla,il suo sguardo parve ravvivarsi e le labbra si stinsero come a esprimere una sorta di dubbio,un rifiuto all’ordine della moglie,poi ricordò le amarezze degli anni,la solitudine e le rinunce,quella cosa meschina che tutti gli altri chiamano vita,sentì perentorio lo schianto del dolore che urlava attraverso la sua pelle,quel male che pativa per causa di sconosciuti che non si prendevano neanche il disturbo di odiarlo,ignorandolo,come un insetto schiacciato sul pianerottolo. In un attimo,in un solo istante si sarebbe vendicato di tutti e così rendendosi conto di essere come loro,strinse gli occhi,si rilasso e piegando la spalla fece cadere a  terra la biglia che rimbombò sul pavimento con un suon cupo;mentre rotolava verso il muro pareva la voce di un temporale lontano che annuncia il suo arrivo.

 

Era una limpida notte di estate,le stelle brillavano di indifferenza sulla pianura stretta nella morsa dell’afa e assediata dal canto dei grilli. Il calore era così opprimente che gli insetti muovendosi nell’aria liquida sembravano lasciare una scia di moto marino. Lamberto Amaretti aveva davanti a sé un altro noioso turno di guardia all’osservatorio,lo consolava solo il pensiero dell’aria condizionata che lo avrebbe salvato da una notte torrida e opprimente. Fischiettava contento della frescura che lo aveva piacevolmente accolto quando sobbalzando,sentì suonare l’allerta del monitor di controllo – Il solito falso allarme – si disse indispettito.

Poi quando vide sullo schermo  di controllo l’immensa sfera,nera e lucida come una palla da biliardo,sorta all’improvviso da dietro la Luna,crollò sulla sedia;mentre sul visore apparivano i dati sulla velocità e sulla massa,incurante del severo divieto si accese una sigaretta. L’oggetto dal diametro di circa 20 km avrebbe raggiunto la terra tra meno di 2 ore,la zona stimata dell’impatto era la confluenza tra i fiumi Tigri ed Eufrate,al centro della mezzaluna fertile:là dove tutto era iniziato sarebbe anche finito

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Coriolano
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I classici dell'ottocento sono i miei preferiti, adoro la fantascienza e la letteratura sudamericana di solito leggo più libri alla volta ora sto rileggendo Moby Dick e ho iniziato I sonnambuli di Broch

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2 Comments

  1. FilippoArmaioli
    FilippoArmaioli

    Il difetto del racconto è nel dato geologico: credo che 20km di massa non possa crear cataclismi, semmai
    polverizzare un ecosistema locale (anche se quello di 65 anni fa di 10-14km creò un’estinzione di massa globale con una circonferenza tutto sommato modesta. Ma la Terra aveva forse diverse proprietà fisiche… )