Stefania era in estasi, si trovava di fronte ad uno di quegli avvenimenti che segnano non solo la vita degli archeologi che l’hanno scoperto quanto piuttosto quella dell’intera umanità. Era entusiasta, adesso capiva cosa doveva aver provato Howard Carter con la scoperta nel 1922 della tomba di Tutankhamon, o ancora il ritrovamento della mitica Troia da parte di Heinrich Schliemann e il più recente rinvenimento del palazzo di Cnosso da parte di Arthur Evans. Così come aveva fatto solo pochi anni prima il grande archeologo greco Spyridon Nikolaou Marinatos che aveva scoperto scavando in Akrotiri, il famoso villaggio nella parte sudoccidentale della greca isola di Santorini, resti antichissimi di una civiltà molto evoluta risalente al 1617 a. c. che qualcuno, improvvidamente aveva già associato alla mitica Atlantide di Platone.
Tutte quelle gesta avevano dato una decisa sferzata di novità a una scienza fino a quel momento troppo ingessata nelle sue arcaiche convinzioni.
Ormai erano tutti ebbri della loro scoperta, divagavano astrattamente ricollegando tutto quello che avevano imparato su quegli antichi templi, cercando in questo loro apparente vaneggiare non solo un’effettiva risposta alla domanda che si parava loro di fronte quanto il motivo per concentrare maggiormente la ricerca in una determinata zona dell’enorme scavo. A un tratto Jimmy, che in disparte, assieme agli altri assistenti, stava riproducendo sottovoce gli stessi procedimenti mentali, ebbe una folgorazione.
“La ziqqurat ha la forma di una torre composta di tronchi di piramide sovrapposti a più piani, a rappresentare la volontà dell’uomo di avvicinarsi sempre di più al cielo. Attraverso sette rampe, che rappresentavano ognuna una costellazione, si passava a una sommità piatta sulla quale i sacerdoti officiavano le cerimonie rituali e dalla quale potevano scrutare i corpi celesti al fine di trarne auspici e profezie.
“Ebbene?” Chiese Damian “Questo cosa pensi voglia dire?”.
“Il tempio vero non era quello che stava sulla cima o in qualche piano intermedio, andati completamente perduti ma era collocato invece al livello del suolo. Secondo me, per trovare qualche informazione sulla divinità venerata in questo luogo, è bene che concentriamo i nostri sforzi al centro della ristretta area al centro del basamento”.
“Esatto Jimmy, bravo!” Plaudì Stefania “Infatti, solo in seguito la piattaforma divenne il primo gradino di una piramide troncata; l’evoluzione si compì in età neo sumera, quando il santuario fu affiancato da due stanze, arricchito di un pronao, da un naos e da un opistodomo ma la sala più importante è sempre stata quella a piano terreno. Che ne dici Damian, continuiamo lì le nostre ricerche?”.
“C’è da chiederlo? Andiamo!” Lavorarono quella giornata fino a che la luce glielo concesse, e anche il giorno seguente e quello ancora. Furono tre giorni di grande fatica ma a mezzogiorno dell’ultimo, un urlo di gioia echeggiò nello scavo. Era la voce di Bill, che euforico, chiamava a raccolta tutti gli altri.
“Ho trovato qualcosa, correte!”
Coperto da una massiccia grata interrata quasi mezzo metro più sotto il piano attuale degli scavi si intravedeva l’accenno di un cunicolo che s’infilava nella terra, nel buio più totale, liberarla dei sedimenti del tempo fu tutt’altro che facile o veloce, solo dopo un’ora di estenuante lavoro riuscirono a levare il pesante ostacolo
“Vado io!” Disse Damian completamente in balia degli eventi. Prese una torcia e la punto sul fondo “Fortunatamente è profondo solo pochi metri, andate a prendere una scala”. Mentre gli assistenti sgambettavano veloce verso la tenda che fungeva da magazzino alla ricerca di quanto chiesto, Stefania si avvicinò all’uomo.
“Vengo anch’io”. Non era una richiesta ma un perentorio consiglio, sebbene lui fosse il capo della spedizione, quanto appena scoperto era stato un ritrovamento di Stefania e dei suoi ragazzi; negargli la paternità di questa parte dello scavo avrebbe compromesso, appena tornati a casa, la possibilità di Damian di accollarsene tutto il merito, o quantomeno la parte più importante. Decise che per il momento sarebbe stato meglio collaborare.
“D’accordo, tu vieni con me!”
Sudati come due lottatori di Sumo dopo una lunga battaglia, i due assistenti tornarono allo scavo con una scala di alluminio a sei pioli, leggera e resistente, che calarono nel pozzo; sembrava fosse stata tagliata della misura giusta, i due staggi laterali sbucavano dal terreno di appena quindici centimetri, rendendo la discesa abbastanza agevole.
Per primo si calò Damian; con una corda legata in vita e sostenuta dai due assistenti scese nello stretto budello, raschiando con la schiena il lato opposto del camino, poi toccò a Stefania che, essendo più minuta arrivò con minor fatica.
“Slegati dalla corda Stefania, davanti a noi ho visto aprirsi un corridoio, se accendiamo entrambe le nostre torce, dovremmo avere abbastanza luce per esplorarlo. Erano praticamente attaccati l’uno all’altra in quel cunicolo, motivo per il quale Damian si staccò dall’imbarazzante avvinghiamento e decise di avventurarsi per primo; Stefania lo seguì subito dopo. Fortunatamente, dopo alcuni metri il livello del soffitto si alzò abbastanza perché l’uomo riuscisse a proseguire in posizione eretta e la donna a porsi al suo fianco.
Nulla di ciò che avevano visto o letto fino a quel momento li avrebbe potuto preparare a quello che si trovarono di fronte; il corridoio era stato costruito con una perizia difficilmente riscontrabile anche nell’attuale edilizia, le pareti erano perfettamente lisce, persino il potente raggio della pila che avrebbe potuto mostrare l’ombra di un’inesattezza scivolò senza ostacoli sulla superficie; sembrava che fosse fatto di vetro, tanto era levigato e steso bene l’intonaco che al tocco pareva di tiepido velluto. Il colore intonso di un bianco talmente acceso che neppure millenni di segregazione ne avevano spento la tonalità era istoriato da strani disegni, che nessuno di loro riuscì a datare né a comprendere. Erano piccoli grafiti che ricoprivano la parte alta della struttura.
Tentarono di decifrarne alcuni ma nessuno dei due aveva mai visto nulla di simile.
“Vieni Stefania, continuiamo. Al ritorno dirò a Daniela di scendere con la cinepresa e riprendere tutti questi pittogrammi, voglio mandarli a Lawson, del dipartimento di lingue antiche”.
“Ottima idea”. Convenne la donna.
Proseguirono seguendo lo stretto passaggio per circa trecento metri quando una parete si parò loro dinnanzi ad impedirne il passo.
Diversamente dal corridoio che era stato intonacato e dipinto con eccezionale perizia, il muro era costruito con piccole pietre grezze tenute insieme con della semplice malta, per cui i due non ebbero rimorsi a abbattere l’ostacolo con un piccolo piccone che Damian portava sempre con sé, ancorato al lato sinistro del suo cinturone.
L’operazione richiese qualche minuto e molta fatica; fortunatamente in quel cunicolo la temperatura era decisamente più mite che all’esterno, picchiare con forza risultò meno estenuante.
Fino a che il muricciolo cadde!
Oltre, si presentò al loro sguardo allibito una stanza di venti cubiti per venti con le pareti completamente rivestite di lamine d’argento, annerite dal tempo ma ancora di consistente spessore. Il tetto perfettamente squadrato a formare un compiuto parallelepipedo con le pareti, era completamente affrescato con tenui colori che richiamavano quelli del cielo autunnale. Proprio sulla parete di fianco a loro scoprirono in meraviglioso tromphe d’oeil- la famosa tecnica pittorica basata sull’uso del chiaroscuro e della prospettiva, che riproduce la realtà in modo tale da sembrare agli occhi dello spettatore un’illusione della stessa- che la riempiva completamente.
Sbigottiti dalla stupefacente stato di conservazione del capolavoro l’uomo e la donna illuminarono con torce elettriche l’affresco, solo per rendersi conto che esso raffigurava un cielo nel quale si libravano decine di oggetti dalle forme più diverse, alcune a forma di sigaro o di nube, altre parevano triangoli e stretti rombi coi bordi evanescenti come se fossero fatti di fumo. Al centro del dipinto murale però quella più grande non aveva una forma particolare, pareva più che altro la luce di una torcia rivolta direttamente verso gli occhi di chi la osserva, i colori cangiavano continuamente, e pareva che persino la fatiscente sagoma non fosse mai uguale ogni volta che la si esaminava nuovamente dopo aver distolto lo sguardo. Stefania impallidì, anche se, con quella luce Damian non se ne accorse, perso com’era nell’ammirare quell’incredibile affresco.
“Damian!” La sua voce tremava, lui non si voltò, non aveva minimamente udito le parole della donna perduto com’era da quella fantastica visione e dalle implicazioni che questa scoperta avrebbe avuto per la sua carriera; lei allora lo tirò per la manica fino a che lui si girò innervosito ma ogni parola che avrebbe voluto dirle gli si smorzò in gola; la torcia illuminava il centro della stanza.
Su di un piedistallo di bronzo troneggiava una struttura, come una cassa di legno rivestita con lamine d’oro, con quattro piedini riportanti un’elegante tornitura a forma di pigna, tipica degli arredi babilonesi. Sopra il coperchio dotato di un’imponente bugnatura a sarcofago si stagliavano in tutta la loro meraviglia due angeli intagliati e dorati con incredibile maestria, inginocchiati l’uno di fronte all’altro che protendevano in avanti le loro ali fin quasi a toccarsi le une con le altre.

Ancora ho letto con piacere buon proseguimento.
“Stefania era in estasi”.
Stava per leggere un mio nuovo racconto…
E sì siate allegri perché tornano le mie situazioni assurde in un nuovo racconto. Grazie a questo post inutile che non serve ad altro che…a darmi spazio.