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(Racconto in parte autobiografico)

Mi ero scaricato YoungPlatformStep e Google Fit, e così guadagnavo criptomonete sia camminando
che scommettendo sui rialzi e le flessioni di Bitcoin, Ethereum e altre cripto. Pochi centesimi, giusto per
divertirsi. Ma per incassare 4000 passi, dovevo camminare. Quindi ero stimolato a uscire. Bene, perché
mi stavo fossilizzando, sul divano, o a letto. La pandemia in Italia mi aveva visto ingrassare, e non perché
mangiassi di più, ma perché si doveva stare forzatamente in casa. Per fortuna, non ho speso né per le
mascherine né per l’Amuchina. C’era gente che abbandonava pacchi di mascherine consegnate a domicilio,
e quelle non volute (purché il pacco fosse integro, beninteso) me le accaparravo io. Il liquido per igienizzarsi
le mani, me ne fu comprato uno, e ancora lo tengo. Lo finirò quando capita. Per il resto, ho usato i dosatori
dei negozi e dei supermercati, che elargivano litri anche a chi come me pareva far parte della clientela,
ma entrava e usciva senza comprar niente. Così a me costò poco, questo allarme per coronavirus.

C’era gente che diceva che il virus non esisteva, e io li avrei mandati a stare vicini ai contagiati, per infettarsi.
Così, all’ospedale, si sarebbero resi conto di che significasse sentirsi coi polmoni privi d’aria.
Alcuni si erano persino convinti che insieme al vaccino ci inoculassero sostanze con all’interno microchip!
Cosa pensavano, che la rete 5G servisse a muoverci come zombi consumatori?
Quel tempo di dichiarazioni folli passò. Si tornò poi a una parvenza di normalità.
Cioè, si torno a uscire a volto scoperto.

In una di queste camminate, trovai un ponte, sotto cui stava molta immondizia. Ma non potevo rimediare
perché la via d’accesso era un cancello sempre chiuso. Però se mi fossi avvicinato, chissà, avrei scoperto
che un adito accessibile c’era. Solo che quel posto lo avevo scoperto che era buio. E non vi ero tornato
di giorno. Per arrivare a quella via dovevo passare un altro ponte, che sovrastava la ferrovia. Era un poco
vertiginoso passarlo, ma vi erano delle gabbie di ferro che evitavano di poter cadere. E ciò che fa più
paura di un ponte è un aggetto, da cui si potrebbe saltare in un fiume, o precipitare sull’asfalto sottostante.
Alcuni ponti sono rischiosi. Basterebbe essere spintonati da qualche ragazzo in corsa, ed ecco frittata di uomo.

Vomito, composto di ciò che era non molte ore prima un gustoso gelato.
E ora è crema di latte inacidito da succhi gastrici e riproposto a terra come poltiglia disgustosa.
Accendini esauriti, volantini pubblicitari a zonzo, polvere…
Brick di “Estathé”…
Le vie delle città erano stracolme di ogni bendidiavolo di roba.
I rifiuti. Ciò che qualcuno aveva tenuto in mano per poco tempo, e poi aveva deciso di regalare
alla terra. Come se la Terra avesse bisogno di schifezze per terra.

Bottiglie di vino o spumante, ogni tanto erano in qualche giardino. Bottiglie di birra e lattine di bibite,
erano ovunque. Qualche cretino le infilava anche dentro i cespugli! Bravi campioni.
Purtroppo questi ebeti erano tantissimi. Forse alcuni erano extracomunitari che volevano mandarci
affanculo per la scarsa qualità della nostra ospitalità; o manifestavano l’acredine della loro nostalgia
di patria…Ma per quanti tanti fossero, tanti dovevano essere italiani. Io ne immaginavo di tre tipi.
I trentenni e quarantenni, per cui sporcare era un atto normale, che potevano permettersi in quanto col loro
lavoro erano loro i proprietari delle città, per cui potevan far che volessero.
Gli anziani, che magari sbagliavano ogni tanto, con la mente annebbiata dalla demenza senile che si avvicinava.
E poi c’erano loro. I giovanissimi. Quelli che dovevano tenere all’ambiente, e invece ridevano con la bocca
sguaiata, i sorrisi a culo…Ventenni, perloppiù. Questi feroci squali urbani parevano innocue verdesche, ma
facevan danni da squali bianchi…Chissà, forse i peggiori erano loro.

Chissà. Perché nessuno aveva mai visto in faccia questi mascalzoni. Se no, chi non avrebbe fatto volare
qualche giusto schiaffone sui loro visi da prepotenti imbecilli? Io avrei fatto come Rocky Balboa
prendendoli a picchi sul muso fino a renderli irriconoscibili. Perché i veri rifiuti erano loro, non le cose che
gettavano a terra. Quelle, eccome se erano sempre utili: erano cose fatte di alluminio, plastica, carta…
Atomi ancora utili da disgregare e riassemblare per farci cose nuove.

C’era gente che come me raccoglieva rifiuti da terra. Agivano per conto di un’associazione ambientalista
di nome “Plastic Free”. Io non indossavo la loro maglia, avevo iniziato ad agire prima ancora di sapere loro
chi fossero. Certo, mi faceva piacere che esistessero. Sia perché loro raggiungevano luoghi in cui io mai sarei
andato;sia perché se loro facevano lo stesso che facevo io, nessuno poteva dirmi di essere scemo o sfigato,
se tanti facevano lo stesso. Intanto, a Pisa come altrove era diventato di moda tra i giovani un locale che
vendeva un thé a vari gusti, con dentro delle palline edibili,penso fatte di mais. Leggere,tipo le ostie.Quindi a terra, oltre a bicchieri con cannucce,arance
e lime, ciò che rimaneva dei cocktail consumati per ricavare l’ebbrezza di chi vuol sentirsi adulto, si vedevano queste altre plastiche con dentro le umide biglie non masticate dai giovani bevitori di té.

Io non andai mai a pulire sotto quel ponte. Ma sapete cosa mi incuriosì? Sì, anche il gran numero di bottiglie che se
si fossero raccolte sarebbero potute servire alle industrie. Ma altro attirò la mia attenzione.
Un pupazzo a forma di Babbo Natale! Doveva essere sporco. Intriso di acqua piovana, magari qualche
barbone ci aveva anche pisciato sopra. Pareva un cadavere, tanto era triste quel suo stare immobile
come un patetico spaventapasseri cencioso. La prima volta che lo vidi (era buio, ricordate?) sì, forse
pensai proprio a qualche bambino schiattato…Poi guardai meglio e vidi la casacca rosso fuoco, e capii
di che pupazzo si trattasse. Forse lo avevano appeso a un palo, o a un albero, per fare una burla.
Sarebbero stati più utili se avessero pulito quell’area, invece di aggiungerci cose inutili.

Mi misi da fare su altre vie. Strano come in una piccola città ci fosse tanto da fare. Eppure i bidoni dove
buttare l’immondizia, c’erano. (Vero, c’erano anche vie dove si faticava a trovarne uno, ma proprio mal
messi non si era, er richiesto magari ogni tanto camminare un poco di più). Fatto sta che cominciai a
portarmi dietro delle buste da casa. Sporte della spesa, ma anche buste azzurre del multimateriale.
Avevo delle giacche con dentro una tasca e interna e le riponevo comodamente là, pronto a estrarle
quando mi necessitassero. E mi servivano spesso! Il mio unico timore era toccare cose impiastrate di
cacche di cane. Perché noi pisani amavamo i cani. Fui fortunato, ma potevo anche sporcarmi di un
marrone talmente puzzolente da far svenire (come sapete, la merda di cane è peggio di quella umana,
all’olfatto; noi forse mangiando cose più deliziose, in uscita ci esce roba meno nauseabonda, loro,
poveracci, chissà che c’è di sulfureo nei croccantini…)

Bene. Così caricavo tutto ciò che stava a terra e non doveva starci. E questa abitudine, mi ricompensò
pure; e non dico dei pochi spiccioli trovati a terra( monete da 2 o 5 centesimi, qualche volta da 10).
Furono altre volte che ebbi molto. Per due volte 50 euro! Una volta davanti alla “MediaWorld”.
Mi ricordo che mi piaceva un poco la guardia femminile del negozio, l’occhialuta Genoveffa Valentini.
Aveva circa 30 anni, ma col fisico ben tenuto pareva più giovane.
Le dissi che avevo trovato questa banconota, e sgranò gli occhi. Come a dire: che culo.
– Io non ho mai trovato più di 5 euro a terra!- mi disse.
E (cosa molto femminile) il suo tono non era da invidiosa, ma da chi da un lato era divertita dalla condivisione
di quel fatto fortunato privato, dall’altro era contenta per te. Eh sì, le donne hanno una marcia in più di noi,
ammettiamolo. Sono stronze solo quando ci cornificano e lo vieni a sapere per caso anni dopo.
O quando sono lesbiche, e ti mandano affanculo solo per la tua colpa di avere un cazzo tra due palle.
(Tre ammennicoli che forse ci invidiano, ma che se sapessero quanto son noiosi da portar dietro, non ci
invidierebbero, le saffiche.)

Altri 50€, dal barbiere. Lo vidi uscire in via del Borghetto, questo settantenne arzillo. Verso di me.
Ma io misi prontamente il piede sopra il soldo. Mi parlò, e ci dicemmo cose di nessun conto.
Poi rientrò nella sua bottega. E io allora tutto contento mi chinai e presi la ricchezza da terra!
Che contentezza fu vedere che erano soldi veri. Sì, perché da tempo dei sedicenti maghi truffavano la
gente sia col loro pseudo-lavoro da manigoldi, sia con la pubblicità ingannevole: stampavano volantini
in quantità che da un lato riproducevano…50€! Proprio così: e dietro “Sono il mago Egizio,
vieni da me, che ti porto bene, ti sconfiggo le pene, allungo il tuo pene…Sono Egizio, ti faccio fuggire
ogni vizio!”…No, non c’era scritto questo. E neppure “Sono il mago Melo, rivolgiti presto a me,
e sopravvivi per un pelo!”…No, niente di così estremamente sincero. Piuttosto promesse del tipo che avrebbero risolto
problemi(figuriamoci!), ma dubito che lo facciano meglio di Wolf, ossia Harvey Keitel in Pulp Fiction, che scroccando
solo un buon caffé per ristorarsi ti organizza la pulizia di un’auto accidentalmente imbrattata di sangue e cervello
per lo sparo in volto su un negretto che era meglio per lui se rimaneva nel ghetto…

Ci fu una volta che spuntarono 20€ da un bidone sul viale delle Piagge. E me le presi. Venti euro non è mica male. Poi trovai tre telefoni. Uno, di marca “Ok”,valeva poco, ma funziona e lo uso come radio.
Un altro, Samsung CJ1, fu il mio telefono per anni, e lo trovai gettato in una busta in un parco.
Mi ero avvicinato perché avevo visto un libro in buono stato. Era un dizionario di inglese.
Stava insieme a delle cianfrusaglie senza valore e a dei cavi. Pareva un insieme di regali che qualche
ragazza avesse avuto da un moroso e finita la storia avesse voluto disfarsi di tutto, tranne il telefono
che doveva esserle caduto da una tasca. Lo schermo era in ottime condizioni, mi pareva strano che volesse
gettarlo. Diventò mio, e lo usai tanto che alla fine le batterie si spensero ogni pochi minuti, e dovevo
tenerlo sempre attaccato alla presa se no si spegneva. Trovai anche degli spiccioli, poco più di un euro,
che mi rallegrarono ancor più. E due cd di una cantante che si chiama Eliseo Della Torre.
Che fosse lui, il pretendente? Chissà. O uno che aveva sbagliato a regalare alla ragazza quei cd poco noti?
Tutto poteva essere. (Comunque, avevo indovinato: c’erano i dati di una razza, credo tedesca, in quel
telefono).

Anni dopo, volli buttare una bottiglia di acqua lasciata a terra. Era l’unica cosa, potevo anche lasciarla là,
avrebbero pulito. Entrai in un posto, dove c’erano dei bidoni della plastica. Stava piovendo.
Buttai la bottiglia, ma per farlo dovetti prendere in mano ciò che stava sul coperchio del bidone blu.
Un cellulare! Con la pioggia, pensai, sarà inutilizzabile. Lo prendo? Non lo prendo? Ero indeciso.
Poi lo accesi. Funzionava. Così me lo misi in tasca. A casa, scoprii che quel cellulare cinese era molto nuovo.
Aveva una buona memoria. Però mi chiedeva una password! Per qualche giorno stupidamente inserii 6 numeri
a caso. Sperando di azzeccarli prima o poi. Quindi cercai su Internet dei tutorial su come resettare un telefono,
e scoprii che la cosa era fattibile: bastava solo premere due tasti contemporaneamente! Ero contento.
Finché…non mi chiese di nuovo la password maledetta! Come riuscii a uscire da quel circolo vizioso?
Bene, quando riuscii a modificare io quei 6 numeri…A quel punto, tutto filò liscio.
E pensare che in quei giorni stavo andando nei negozi ed ero pronto a spendere 150/200 € che potei
risparmiare. Che gran culo. Sì, aveva piovuto: ma era posizionato in modo che l’unico foro da cui avrebbe
potuto entrare acqua era orientato lateralmente, così non dovette entrarne che una quantità microscopica e
non dannosa. E poi…c’era uno schermo protettivo, sporco ma riparante a dovere, e anche una cover!
E fu certo la cover a tenermelo così ben asciutto!
Quel giorno me ne fregai di essermi bagnato con la pioggia.

Sì, raccogliere oggetti, è bello, ma capitano davvero di rado.
Sarebbe divertente avere sempre cose da poter rivendere.
Ma pulire le strade non è sempre redditizio per colpi di fortuna come questi che vi ho raccontato.
E’una abitudine umile, e se si è presi per degli sfigati…va bene così, perché è un poco da sfigati in effetti.
Invece, lasciare rifiuti a terra, quello è da stronzi.
E tu come sei? Fortunato, sfigato o stronzo?

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta e Owntale. Voglio farmi delle ragazze giovani,ma solo se non abitano troppo lontano da Pisa.

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