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Incastrata nel portabagagli della vecchia utilitaria come un piede in una scarpa troppo stretta, Zenovia si chiese perché tutto questo fosse toccato proprio a lei.

Era nuda, a parte una maglietta da uomo fradicia di urina. Dopo averla stuprata, Zamir le aveva pisciato sul petto e sui capelli. L’odore era nauseante, ma non quanto sentire la stoffa che le si asciugava addosso, come un viscido e tiepido promemoria dell’umiliazione subita. La fascetta di plastica serrata ai polsi aveva ridotto la sensibilità delle mani a un doloroso formicolio. La cintura attorno alle caviglie era più lenta, ma abbastanza stretta da scavare nella pelle, come il bavaglio che le incideva le guance. Il ferroso sapore di sangue che sentiva in bocca era, in gran parte, conseguenza delle botte.

Questa volta Zamir l’aveva pestata senza riguardi. Un pugno le aveva rotto il labbro. Un altro le aveva chiuso l’occhio sinistro e forse, a giudicare dal dolore che le faceva pulsare quel lato della faccia come un secondo cuore, fratturato lo zigomo. Un paio di calci nel fianco avevano ridotto le costole a lame spezzate, trasformando ogni respiro in una asfissiante agonia. Il peggio, tuttavia, era quello che sentiva tra le gambe. Il sesso non era mai stato davvero una scelta, ma Zamir riusciva sempre a renderlo una tortura. L’unica disperata consolazione era che presto, in un modo o nell’altro, sarebbe tutto finito. E Zenovia era troppo esausta per dispiacersene. La paura della fine dipende molto dalla fine di cosa.

Anche in quella che, a posteriori, si poteva definire la parte migliore della sua breve vita, non c’era molto che valesse la pena rimpiangere. Per quanto sconcertante fosse, la schiavitù era stata, per certi versi, più comoda e agiata di quanto non fosse stata la libertà. Nella sua casa, al villaggio, non c’era nulla che non fosse indispensabile e mancava molto di ciò che sarebbe stato utile. L’acqua corrente, ad esempio. Quello che non mancava erano la fame e la fatica.

Aveva cominciato ad aiutare alla fattoria a sette anni. Il lavoro aveva sostituito la scuola troppo presto perché sapesse fare molto di più che scrivere il proprio nome, o riconoscerlo vedendolo scritto da altri. Forse anche per questo si trovava in quella situazione. Era stupida. Lo era sempre stata.

A ripensarci ora, sballottata in una angusta bara di plastica e tappezzeria ruvida che puzzava di piscio e sigarette, persino quei ricordi riuscivano ad avere qualcosa di bello. I pomeriggi d’estate nell’orto dietro la cascina, l’odore muscoso dei conigli nelle loro gabbie, il profumo delle erbe officinali che la nonna accudiva con più cura di quanta non ne riservasse ad alcune persone. Di tutti quelli che si era lasciata alle spalle, era lei a mancarle di più.

La nonna sapeva tante cose e le usava quasi tutte per essere d’aiuto alle altre donne. Con gli uomini era diverso, per questo non la guardavano di buon occhio, specie dopo averla vista seppellire due mariti e un genero troppo manesco che aveva passato il segno con la zia. Non che li avesse uccisi lei. Ma, in merito a quelle morti improvvise, Zenovia ricordava di averle spesso sentito dire una cosa. È giusto pregare Dio per le cose buone ma, a volte, è utile sapere chi pregare per le cose cattive.

Una brusca sterzata a sinistra la mandò ad accartocciarsi contro il passaruota. Le costole incrinate scricchiolarono di protesta, il dolore che seguì per poco non la fece svenire di nuovo. La macchina cominciò a rollare come una zattera in balia delle onde. Alla prima buca profonda venne sbalzata verso la cappelliera, per ricadere sul duro pianale nel momento del contro balzo. Fu come sbattere contro una porta mentre qualcuno te la chiude in faccia. Di sicuro quel sadico stronzo di Zamir stava ridacchiando al pensiero di lei che rimbalzava nel bagagliaio. Le sembrò quasi di sentirlo, attraverso i sedili. Zenovia strinse i denti e distese le gambe il più possibile, tentando di puntellarsi. Se erano usciti dalla strada asfaltata, non poteva mancare molto.

L’incubo che l’aveva strappata ai suoi umili giorni da contadina le era piombato addosso un sabato pomeriggio d’estate, un anno prima. Ricordava che stava andando ad aiutare la zia nelle faccende di casa. Nonostante il caldo, aveva addosso la solita gonna lunga e una camicetta, scolorita dopo essere passata da una sorella all’altra almeno tre volte, i capelli raccolti sotto il foulard, come una vecchia. Nulla che avesse l’intento, o la possibilità, di attirare gli sguardi, insomma. Come se avesse importanza.

Gli uomini la aspettavano nel bosco, l’auto parcheggiata con le portiere aperte. Erano in tre, non li aveva mai visti dalle sue parti, il che era strano, ma, sul momento, non aveva dato peso alla cosa. Quello che la tormentava ancora era che, volendo, avrebbe potuto evitarli, tornare indietro o addentrarsi tra gli alberi. Conosceva la zona, non l’avrebbero trovata. Ma non c’era un vero motivo per farlo. Erano solo tre sconosciuti, che fumavano, chiacchieravano e bevevano birra. Quando l’avevano fissata, Zenovia era diventata rossa e aveva distolto lo sguardo. Altro stupido errore. Se li avesse tenuti d’occhio avrebbe potuto intuire le loro intenzioni, ma suo padre le aveva insegnato, a suon di schiaffi, a non guardare troppo gli uomini.

Suo padre era un ubriacone che sperperava i pochi soldi che riusciva a racimolare per bere un altro po’, arrogante con la moglie e le figlie quanto vigliacco con gli altri maschi, forse perché pensava alle donne come le uniche persone più deboli di lui. In seguito, aveva sentito storie di ragazze vendute dai genitori per saldare vecchi debiti. Una cosa difficile da credere, finché non succede a te.

Le erano balzati addosso non appena era stata abbastanza vicina. Aveva urlato, ma non c’era nessuno. L’avevano caricata in macchina, sul sedile posteriore, intrappolata tra loro con un coltello premuto sul fianco. L’uomo alla guida aveva messo in moto. Erano bastati venti minuti per spingersi più lontano da casa di quanto Zenovia non avesse fatto nei suoi sedici anni di vita. Aveva provato a parlare, a convincerli che, chiunque cercassero, non poteva essere lei. Non aveva niente che valesse la pena rubare e la sua famiglia non poteva pagare nessun riscatto, per quanto miserabile. Gli uomini le avevano detto di stare zitta.

Zamir fece un’ultima curva, lenta e ciondolante, si fermò, spense il motore e fu silenzio. Rannicchiata nel buio, Zenovia cominciò a tremare, come i conigli nelle gabbie, quando la nonna si avvicinava col coltello e loro sapevano cosa stava per succedere. Una lacrima rivolò lungo la guancia dall’unico occhio aperto. Si costrinse a resistere. Non voleva mostrare paura. Non adesso.

La sera del rapimento erano arrivati in un paesino sul mare. Case bianche, un porticciolo con pochi pescherecci e motoscafi con grandi motori. Zenovia non si era mai chiesta come fosse il mare, né aveva idea di quanto vicino fosse alle sue colline. Vederlo le aveva fatto paura. L’avevano rinchiusa in una delle case vicine alla spiaggia, con altre ragazze di cui non ricordava i nomi. Alcune non parlavano neppure la sua lingua.

Era vergine, allora.

Quella notte, i suoi rapitori l’avevano stuprata a turno, su un letto che puzzava di sudore, in una piccola stanza senza finestre. Lo avevano fatto ogni notte, per dieci interminabili notti. Violentavano anche le altre ragazze e, spesso, portavano altri uomini. Vedendo i soldi passare di mano, Zenovia aveva capito cos’era diventata.

L’undicesima notte le avevano portate alla spiaggia e costrette a raggiungere un motoscafo che le aspettava a qualche metro dalla riva. L’acqua era fredda e nera. Zenovia era terrorizzata. Non sapeva nuotare e non voleva andare più lontano di così da casa sua. Aveva tentato di fuggire, ma era debole e dolorante e l’avevano subito riacciuffata. L’avevano picchiata e costretta a salire a bordo. Non aveva documenti né denaro, e ora, tra lei e il suo villaggio, si frapponeva il mare, profondo, agitato e terrificante.

Il primo a comprarla era stato il proprietario di un bordello, in Belgio, che per quanto la riguardava era come dire su Marte. Ci erano voluti due giorni per arrivarci. Quello che Zenovia aveva visto dell’Europa, durante il viaggio, era l’interno di un camion. Quello che vide del Belgio, fu una stanza con una finestra che dava su un muro di mattoni dipinti di bianco, la vernice che si staccava come foglie morte. Non le era permesso uscire, mai. Doveva lavorare anche se aveva le sue cose, anche se si ammalava. Il suo lavoro era fare sesso con estranei.

Aveva tentato di chiedere aiuto ai suoi clienti, ma non parlava la loro lingua e comunque nessuno sembrava interessato ad ascoltarla, o anche solo a guardarla troppo in faccia. Facevano quello per cui avevano pagato, come si trattasse di un nervoso esercizio ginnico.

Prima della sua nuova vita da schiava, Zenovia aveva sempre immaginato il sesso come una cosa piacevole, altrimenti non si spiegava perché tutti quanti non vedessero l’ora di farlo. Ma il pallido piacere che solo a tratti qualcuno di quegli sconosciuti era riuscito a darle, l’aveva fatta sentire strana e ancora più sporca.

Dopo un mese, aveva tentato di fuggire.

La portiera si aprì con un cigolio dolorante. Le sospensioni si sollevarono quando Zamir scese dall’auto. Zenovia lo sentì avvicinarsi. La serratura scattò, seguita da un sottile sibilo d’aria. Zamir spalancò il portello e la guardò dall’alto, la faccia da pugile tirata e gonfia, le pupille dilatate, tra i denti una sigaretta impanata di coca. Sopra di lui, il cielo notturno brillava di luci metalliche, niente stelle, niente luna, solo un grigiore lattiginoso. Il bastardo si riempì per bene gli occhi con lo spettacolo di lei immobilizzata e furente, la bocca contratta dalla droga in ghigno a metà tra un ringhio e uno spasmo nervoso. La afferrò per i capelli e la rovesciò fuori dal portabagagli come un sacco d’immondizia da toccare il meno possibile. Zenovia piombò di faccia nel fango.

Il suo tentativo di fuga era cominciato quasi nello stesso modo, con un tonfo. Aveva raccolto il proprio coraggio e si era lasciata cadere dalla finestra. Si era storta una caviglia nell’impatto con il cemento del vicolo, ma aveva ignorato il dolore ed era strisciata fino alla strada. Aveva zoppicato per ore, tra la gente che la evitava con diffidenza e imbarazzo, come una cosa buffa e sgradevole. Alla fine aveva visto una poliziotta. Zenovia aveva cercato di raccontarle quello che le era capitato, ma nessuna delle due capiva una parola dell’altra. Quando era diventato evidente che Zenovia non aveva documenti, la poliziotta l’aveva portata in centrale. Nel seminterrato c’erano delle celle.

Era rimasta lì per sei ore, senza poter parlare con nessuno, finché non l’avevano consegnata a uno sconosciuto che si era spacciato per suo zio e aveva con sé un passaporto con la foto di Zenovia. Tutto falso ovviamente, ma ai poliziotti non sembrava importare. L’unica cosa che avevano fatto, era stata ascoltare le spiegazioni mortificate e i commossi ringraziamenti di quell’estraneo, per togliersi gli zingari dai piedi il più in fretta possibile. L’uomo l’aveva chiusa in un appartamento, l’aveva violentata, picchiata, aveva minacciato di ucciderla. Poi l’aveva consegnata al suo secondo padrone, un albanese come lei.

Si chiamava Klestor. Le aveva dato vestiti puliti e cibo decente, cose che non vedeva da giorni. Zenovia si era quasi ritrovata a essergli grata. Le aveva fatto attraversare di nuovo l’Europa, in macchina. Per sedici ore aveva guardato città e montagne sconosciute scivolare fuori dai finestrini, mentre andavano a sud. Klestor l’aveva portata a Milano, che differiva dal Belgio solo per l’arredamento. Si era trovata ancora prigioniera in una stanza, questa volta in un alto palazzo di periferia, da cui si vedeva un ponte autostradale sempre trafficato. Anche qui, uomini sconosciuti pagavano per prenderla senza guardarla. Tutti, tranne uno.

Zenovia, la faccia affondata per metà in una pozzanghera, si guardò attorno con l’occhio buono. Un groviglio di magri alberi e rovi spinosi, che poteva essere definito bosco solo da chi non ne avesse mai visto uno vero, circondava una specie di discarica abusiva. I fari di un furgone, parcheggiato sul lato opposto della radura, illuminavano laceri sacchi di plastica impigliati ai rami come luridi festoni, un vecchio frigorifero, un paio di materassi marci, la tazza sbeccata di un gabinetto, ancora in uso a giudicare dall’odore, e altre schifezze. Al centro dello spiazzo c’era una buca scavata di fresco, profonda circa un metro, larga un paio. Le pale usate per il lavoro erano infilate in un mucchio di terra smossa, accanto a una tanica di plastica, lucida di riflessi oleosi. Non era così che Zenovia aveva immaginato la propria tomba.

Quello che avrebbe potuto e forse voluto essere il suo eroe, anche se pensare a lui in quel modo la faceva sorridere, si chiamava Marco. Aveva trent’anni, ma ne dimostrava di più. Era ingobbito e arruffato come uno che aveva smesso da parecchio di prendersi cura di sé. Era timido, nervoso e sudaticcio. Sembrava rassegnato all’idea di non poter avere una donna senza pagarne una, ma non era un uomo cattivo. Era stato lui il primo a parlarle, facendola sentire, dopo mesi, di nuovo una persona. Le aveva chiesto il suo nome, una cosa insignificante, ma c’era così poco a cui dare importanza, che Zenovia lo aveva considerato un gesto gentile.

Marco era tornato spesso. Prima una volta al mese, poi una a settimana. Pagava Zamir perché li lasciasse soli in casa ma non le aveva mai chiesto di fare nulla, che non fosse parlare con lui. All’inizio non si capivano un granché, ma in breve l’aveva stupita pronunciando qualche parola in albanese. Sei molto bella.

Quella notte Zenovia aveva pianto.

Il resto della sua vita continuava ad essere di uno squallore degradante, che Zamir contribuiva a rendere insopportabile. La droga e l’alcool  trasformavano le piccole, meschine crudeltà di ogni giorno in gigantesche esplosioni di violenza. La torturava e la violentava ogni volta che si ricordava di poterlo semplicemente fare, senza rendere conto a nessuno.

Quando non si ha niente, qualunque cosa può sembrare amore. Zenovia si era aggrappata a quell’unica cosa con quanto restava delle sue speranze. Ci era voluto un po’ per imparare abbastanza parole di italiano per chiedere aiuto.

Marco aveva voluto ascoltare la sua storia dall’inizio. Le aveva fatto molte domande, alcune delle quali le erano sembrate parecchio strane. Il nome di qualche strada in Belgio e di qualche ragazza, o se Zamir e Klestor avessero nominato altri complici. Zenovia si era sforzata di rispondere al meglio. Marco le aveva detto che sarebbe andato alla polizia, per autodenunciarsi come cliente e raccontare tutto a chiunque volesse ascoltarlo. Le aveva promesso che sarebbe tornato per liberarla. Se n’era andato salutandola con un sorriso, senza osare baciarla.

Il giorno dopo, Zamir era piombato in casa all’improvviso. Non c’erano clienti. Non c’era nessuno a parte loro due. Era ubriaco e sembrava sbuffare cocaina dalle narici arrossate. L’aveva colpita, ancora e ancora, inebriato dall’estasi vigliacca di pestare qualcuno che pesava la metà di lui. Lo aveva visto slacciarsi i pantaloni, sfilare la cintura. L’aveva violentata tanto a lungo da farla svenire, solo per svegliarla a schiaffi e ricominciare. Ci aveva messo un tempo infinito a ritenersi soddisfatto. Allora si era alzato in piedi e le aveva pisciato addosso. Zenovia era svenuta di nuovo. Si era svegliata legata, nel portabagagli.

Accanto alla buca, tre uomini aspettavano fumando.

Zenovia ne riconobbe solo uno. Nonostante la gita in discarica, Klestor non aveva rinunciato ad indossare le sue solite scarpe costose, né la camicia con un arrogante colletto inamidato. Sembrava pronto per una festa più che per un’esecuzione. Zenovia aveva perso ogni cosa perché un contadino ripulito potesse comprarsi un altro orologio d’oro. Zamir la trascinò nel fango compattato dagli pneumatici al cospetto di Klestor, che li attendeva con pazienza signorile. La sollevò in ginocchio.

Zenovia rimase immobile, a testa china, costringendosi a smettere di tremare, nonostante il freddo e tutto il resto. Serviva solo un altro po’ di coraggio, per non piangere, non implorare, mai più.

-Guardami- ordinò Klestor in albanese, la voce bassa e roca da fumatore incallito –Non essere timida-

Zenovia lo fissò.

Klestor la guardava dall’alto, gli occhi grigi e inespressivi, i capelli radi, ostinatamente curati, da quarantenne sulla via della calvizie. Profumava di acqua di colonia come se ci avesse fatto il bagno dentro. Sfilò una mano dalla tasca della giacca, insinuò le dita nel bavaglio e le liberò la bocca, indugiando in una leggera carezza. Fu come sentire un ragno camminarle sulla faccia. Zenovia trattenne un fremito.

-Puoi gridare se vuoi. Qui non ci sente nessuno- disse, pulendo le dita nel fazzoletto.

Zenovia rimase in silenzio.

Klestor proseguì, con calma.

-Non è la prima volta che ti ritrovi in ginocchio davanti a un uomo. Forse ti confonde il fatto di non avere un cazzo in bocca-

Zamir rise, imitato dagli altri due.

-Sai perché sei qui?-

Zenovia non rispose.

Klestor pescò dalla tasca interna un portasigarette d’argento, ne prese una e la accese con lo zippo, senza mai distogliere lo sguardo da lei.

-Zamir mi ha detto dello sfigato che è venuto così spesso a trovarti. Visto che ti permettevi anche di non scopare con lui, come devo chiamarlo? Il tuo ragazzo?-

I suoi scagnozzi risero di nuovo, come iene.

Klestor invece no.

–Lo sai che oggi è andato alla polizia?-

Lo aveva fatto davvero. Zenovia chiuse gli occhi.

-Ho pagato cinquemila euro, per te. Mi ci potevo comprare una bella TV, ma tu eri un investimento. Almeno così sembrava. Invece, oltre che aver buttato i miei soldi, cosa che odio fare, adesso mi toccherà anche togliermi dalle palle per un po’. Sarà come dover ricominciare da capo. Una vera rottura di cazzo. Ti aspettavi un grazie, da parte mia?-

La mano di Klestor scattò come una scudisciata. Colpì Zenovia con un manrovescio sullo zigomo gonfio. Il lampo bianco di dolore la accecò. Cadde nel fango, a peso morto. Zamir la afferrò e la rimise in ginocchio.

-Cosa gli hai detto?-

Zenovia guardò la buca nella terra, scura e umida. Era tanto stanca. Si chiese come sarebbe stato dormire lì. Si chiese se avrebbero usato una pistola.

–Tutto-

-Tutto cosa?-

-Il tuo nome. Il nome del bastardo qua dietro. Dove mi hai comprata. Da chi. Quello che mi avete fatto-

Lo sguardo di Klestor che si faceva ancora più tagliente riuscì a farla sorridere. Una soddisfazione, alla fine. Solo una, ma se la fece bastare.

–Gli ho raccontato tutto quanto-

Klestor si chinò su di lei.

–E con questa brillante mossa cosa pensavi di ottenere? Di te non frega un cazzo a nessuno. Tu non esisti nemmeno, non sei mai esistita. Sparirai. La polizia si stancherà di cercarti. E l’unica a pagare, alla fine, sarai stata tu-

Zenovia lo fissò dritto negli occhi. E gli sputò in faccia.

Il grumo di sangue e saliva lo colpì sulla guancia ben rasata. Klestor si ritrasse di scatto. Ma non fece nulla, se non prendere il fazzoletto e pulirsi.

-Se le troie hanno un Dio, questo è il momento di pregare-

Klestor face un cenno, distratto, noncurante. Zenovia sentì lo scatto di una lama.

Vide il coltello dal manico di corno oscillarle davanti agli occhi. Anche la nonna ne aveva uno come quello. Lo usava nell’orto e non solo. Con il coltello uccideva galline e conigli. Strizzava fuori il sangue dai loro piccoli corpi, restituendolo alla terra, come un sacrificio. Lo faceva sempre, perché ogni morte valeva qualcosa. Zenovia era giovane e stupida e non conosceva quasi niente del mondo, se non il suo lato più triste. Non sapeva nulla di Dei. Così rivolse alla terra la sua ultima preghiera, perché accettasse anche il suo sangue, per quanto poco valesse, come un dono.

Pregò le cose oscure che si nascondono nel buio. Pregò perché li uccidessero tutti.

Le dita di Zamir si insinuarono tra i suoi luridi capelli, tirandole la testa indietro. Lo vide sorridere come un bambino cattivo. Il bacio d’acciaio della lama fu lento come una carezza, il dolore così intenso da cancellarne ogni altro. Poi cominciò ad affogare. Le arterie recise traboccarono sangue nella gola aperta, i polmoni sussultarono, contraendosi nel tentativo di tossire fuori quel fiume in piena.

Mentre la vista si spegneva, avvertì appena l’impatto sul fondo della buca. La terra era morbida e odorosa, come si era aspettata. Forse era così anche per i semi, quando cadevano nei solchi dei campi. L’ultima cosa che sentì, fu l’intenso odore della benzina che le pioveva addosso, rendendo il suo giaciglio ancora più soffice.

Poi un pallido, lontano dolore. E il profumo della sua carne che bruciava.

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Rickyreds
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Scrivo per passione dall'età di 12 anni! (Leggo dall'età di 6, ma questo lo fanno tutti, quindi forse non vale la pena di sottolinearlo)

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8 Comments

  1. Brividogiallo
    Brividogiallo

    Difficilmente a me, appassionata lettrice e scrittrice di gialli e di horror, è capitato di divorare un racconto come mi è successo con questo.
    Hai capacità descrittive così nitide e vibranti da far soffrire anche chi legge.
    In fondo questo è il vero scopo di uno scrittore, trasmettere emozioni, trascinare il lettore fuori dal suo guscio e metterlo sulla scena del romanzo a soffrire, gioire, commuoversi o incazzarsi.
    Che dire? Bravo!

    1. Rickyreds
      Rickyreds

      Ti ringrazio molto, anche per il commento a Notte Profonda. Non sono mai sicuro dell’efficacia di quello che scrivo e commenti come i tuoi sono sempre incoraggianti. Ho pubblicato qui altri 2 capitoli di Vrâjitoare, se ti va prova a dargli un’occhiata. E se poi ritieni che possa interessarti, su Amazon Kindle trovi un estratto più corposo, o il romanzo intero!

  2. Purpleone
    Purpleone

    Come tutti i tuoi scritti anche questo si legge d’un fiato. Ogni riga scorre senza che sia concesso all’immaginazione di deragliare più di tanto e tutto è descritto in maniera nitida e reale (direi quasi quasi cinematografica) fino al tragico e inevitabile epilogo. Due cose mi hanno lasciato un poco spiazzato (ma non necessariamente in senso negativo). 1)Speravo, visto il riferimento alle pratiche della nonna e al tag “horror”, che all’ultimo momento qualcosa saltasse fuori a divorare i seviziatori; 2) la parolina “prologo” inserita nel titolo sta a significare che la storia è appena iniziata? In ogni caso esprimo il mio apprezzamento più sincero e rinnovo i complimenti. 🙂

    1. Rickyreds
      Rickyreds

      Grazie mille per l’apprezzamento e per l’oro! Sì, in effetti questo è solo l’inizio del mio romanzo, che diventa poi una storia horror di vendetta, anche se da qui è impossibile capirlo 😅
      È un po’ lunghetto, ma magari ne pubblicherò altri estratti.