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9.

 

 

 

Dopo l’improvvisa morte di Vlad, la foresta ritornò ad essere piacevolmente solitaria. Nei giorni successivi al funerale, Ecaterina mandò spesso i suoi famigli a spiare gli abitanti di Vraj. Non che la loro opinione avesse la minima importanza, piuttosto lo fece per appagare la propria malevola curiosità. Uno dei pochi svaghi che ormai si concedeva era crogiolarsi all’idea che il suo nome venisse mormorato con timore.

Gli spiritelli scivolarono nelle case, calandosi da fili di seta in forma di ragno, per origliare i pettegolezzi bisbigliati nelle cucine e i segreti ammonimenti delle vecchie nonne ai nipotini. Dicevano che Vlad, anche se forte, era vecchio, e che di qualcosa bisogna pur morire. Dicevano che l’avidità è un grave peccato, di cui il Diavolo, prima o poi, viene a chiedere conto. E dicevano di stare lontano dalla foresta e da chi la abitava.

Nonostante l’amata quiete l’avesse resa di nuovo padrona degli spazi selvaggi, Ecaterina non riusciva a godere dei silenzi ombrosi tra gli alberi, né del rombare delle cascate. Era come se uno sciame d’insetti dalle ali di metallo frinisse appena oltre il confine delle sue percezioni. Le ricordava lo schioccare elettrico dei circuiti sui treni, o lo snervante sibilare dei frigoriferi nei bar,  più per il fastidio interminabile che per una reale somiglianza. Spesso le visite in città le lasciavano una voglia repressa di omicidio cruento. Di solito riusciva ad appagarla con la caccia, ma si  rese presto conto che non c’erano abbastanza cervi, né cinghiali in cui immergere gli artigli. Non erano quelle le vite che voleva.

Il ronzio che la tormentava di giorno, con le tenebre si faceva più insistente, gonfiandosi nel buio fino a cancellare tutto il resto. Come un segugio ostinato, la pedinava fino alle soglie del sogno, per mostrarsi ogni notte con una delle sue mille maschere. Si manifestò a lei prima nella forma una legione di ratti, i piccoli occhi scarlatti come gocce di sangue che la fissavano dal buio, poi come tre vacche morte, i ventri gonfi dei gas della decomposizione, le lingue prolassate come nere e abnormi lumache. Infine, lo vide arrancare su un sentiero, nella nebbia. Aveva l’aspetto di un cane che spingeva avanti le zampe come rigide stampelle. Le ossa premevano sulla pelle della schiena, mentre il ventre sussultava di spasmi, le interiora trasformate in un nido di serpenti. Quando fu più vicino, Ecaterina vide che era morto, la carcassa rianimata da una fremente colonia di larve bianche che strisciavano fuori dalle molte ferite.

Si risvegliava tra le felci del sottobosco, senza ricordarsi quando si fosse addormentata. Il passare dei giorni non riuscì ad attenuare quel cupo disagio. Era come essere immersi nell’acqua e cercare di afferrare le parole che qualcuno gridava dalla riva. Si interrogò a lungo sul significato di ciò che vedeva, ma non era mai stata brava nell’interpretare i presagi. La maestra, in quello, era Diana. Forse era lei che la chiamava e aveva trovato quell’estenuante modo per costringerla a lasciare le sue montagne. Non sarebbe stata la prima volta che tentava di scagliarle qualche maleficio per piegarla al suo volere. Diana era capace di molte cose, per fare che la gente non si dimenticasse di lei. Eppure, c’era qualcosa di diverso. I sogni le lasciavano nel petto un seme di rabbia, come una scheggia rovente posata sul cuore. C’era qualcuno che avrebbe dovuto uccidere e ancora viveva, e le conseguenze pestilenziali di questo errore ammorbavano la sua mente.

Esasperata, decise di chiedere aiuto alla Luna. Venerdì sera, dopo il crepuscolo, fece le abluzioni nelle acque del torrente, in un bagno di luce argentina. Terminata la purificazione, affrontò la scarpata e raggiunse il Cerchio. I resti del sacrificio e le tracce del fuoco erano spariti, cancellati dai temporali. Si sdraiò sull’erba soffice, implorando la Dea di placare i suoi dubbi.

La Cacciatrice, il cui Arco cresceva lentamente verso la pienezza, acconsentì.

 

Chiusa la telefonata con la dogana, Roman uscì dall’ufficio, non prima di aver rifilato un  calcio al cestino dell’immondizia. Tovaglioli di carta, mozziconi e pacchetti di sigarette appallottolati volarono ovunque. Ettore rimase immobile, finché non sentì sbattere la porta. Allora diede un pugno sul tavolo, così violento da incrinare la laccatura. Poi andò in bagno a mettere la mano sotto l’acqua fredda. Si fissò nello specchio finché le nocche non smisero di pulsare e riuscì a piantarla di mandare a fanculo tutto il mondo a cominciare da sé stesso.

Tornò in ufficio, evitando di incrociare le occhiate imbarazzate e curiose dei colleghi, che lo guardavano come se avesse platealmente litigato con la fidanzata. Maledisse per la milionesima volta il giorno in cui aveva smesso di fumare e, quando racimolò abbastanza calma, prese il telefono e scrisse un messaggio a Ratko Danilovic, il suo referente alla polizia di Belgrado, chiedendogli quanto tempo gli occorreva per mandare degli agenti in borghese all’aeroporto e organizzare un pedinamento.

Cominciò a raccogliere le cose nella valigetta, spulciando tra i documenti per ritrovare i suoi. Nel frattempo, Ratko rispose.

-Scusa l’orario- disse Ettore.

-Nessun problema. È uno degli indiziati? –

-Non ufficialmente, no-

-Allora mi servono delle foto recenti, il volo e l’orario d’arrivo. E almeno uno straccio di rapporto per motivare la cosa-

-Per le foto non c’è problema. Il fascicolo può aspettare domani?-

-Certo. Tra quanto arriva?-

Ettore controllò l’orologio mentre inviava le foto di Pavel.

-Atterra tra meno di un’ora. Volo da Bucarest-

-Uhm- fece Ratko, poco convinto.

-Sì, lo so. Pensi di farcela? –

-Sinceramente? Posso provare. Ma il margine è stretto. Quanto è importante?-

-Può darsi che stia per incontrare Milankovic-

-Capisco- mormorò Ratko, la voce ancora più profonda del solito -Come mai mi avvisi solo adesso?-

-Perché non sapevo niente fino a mezz’ora fa-

-Farò del mio meglio. Non prometto niente-

-Grazie. Tienimi informato-

Senza riuscire a togliersi dalla testa l’immagine della ragazza dagli occhi verdi, Ettore uscì dall’ufficio e imboccò le scale. Cercò di non pensare a quel laido maiale di Dragan Milankovic e ai suoi “ragazzi”. Aveva le foto segnaletiche dei serbi impresse in testa, come se ciascuno di quei bastardi non volesse perdere l’occasione di ridergli in faccia. Raggiunse il parcheggio con la voglia di pestare qualcuno stritolata nei pugni. Le nocche doloranti gli ricordarono quanto sarebbe stato inutile.

Roman era appoggiato alla sua Volkswagen. Fumava l’ultima di quella che, a giudicare dalla montagna di mozziconi calpestati che aveva tra i piedi, sembrava una striscia continua di sigarette. La Luna brillava nel cielo notturno, pesante di foschia. Il traffico riempiva di suoni gli spazi tra gli alberi. Tutto tranquillo, tutto normale. Le porte dell’Inferno stavano per aprirsi davanti a una ragazzina e non fregava un cazzo a nessuno, come sempre. Si avvicinò a Roman, guardingo. Tacquero entrambi per un po’.

-Mi dai un passaggio in albergo o no?-

Roman lo guardò come un adolescente indispettito. La cosa lo irritò. Contò fino a dieci prima di parlare di nuovo.

-So come ti senti. Mi ci sento anch’io. Ma vogliamo provare a essere professionali, ti va?-

Professionali?– chiese Roman, cercando nel pacchetto una sigaretta prima di aver finito quella che aveva in bocca.

-Ho chiamato Danilovic. Gli ho chiesto di mandare qualcuno all’aeroporto-

-Cioè noi non possiamo arrestarlo e loro sì?-

No che non possono– ribatté, più acido di quanto non avrebbe voluto -Ma se riescono a fotografare Pavel con Eliana a Belgrado avremo in mano qualcosa di concreto. Almeno non sarà successo tutto per niente-

-Altre scartoffie. Magnifico-

Ettore si appoggiò allo sportello della macchina. Pensò ai colleghi che li guardavano dalla vetrata. Ora sembravano davvero due fidanzati.

-Non ho voglia di farti la paternale. Lavoriamo da undici ore. Sono stanco. Andiamocene e basta. Ne parliamo domani, ok?-

-Domani quello che deve succedere sarà già successo- Roman si massaggiò gli occhi -E comunque non ce l’ho con te. È colpa mia-

Ettore si stupì di non essere per niente stupito.

-Colpa tua?-

Roman frugò in cerca delle parole.

-Ti ricordi quando mi hai detto di non fare stronzate e io ti ho risposto che l’avevo già fatta?-

-Speravo scherzassi-

-Invece era vero-

Ecco il punto. Ettore decise di ascoltare fino in fondo, prima di farsele girare sul serio.

-Quale stronzata?-

Roman pescò il cellulare dalla tasca. Mostrò a Ettore la foto di un passaporto. Si vedeva chiaramente il primo piano sfuocato della ragazza degli ultimi pedinamenti. Mentre era impegnato a fare il muso doveva aver trovato il tempo per sentire la Dogana. Forse c’era speranza, per lui.

-Si chiama davvero Eliana, anche se nessuno ha saputo dirmi il cognome-

-Che cosa hai fatto, Roman? Dillo e basta-

-Ho cercato di… contattarla-

Questa volta Ettore contò fino a venti.

-Contattarla come?-

-Sono andato al posto dove lavora. Ho provato a parlarle di Pavel… lei lo conosce come Dorian… ma si è messo di mezzo il proprietario del fottuto ristorante! E io non sono riuscito a… non lo so. Non lo so cosa volevo dirle. Lo sapevo che era una stronzata, continuavo a ripetermelo, cazzo! Ma… non potevo… non volevo che prendesse anche lei… . Poi ho ricominciato a stargli addosso, ma quello stronzo mi ha fatto girare a vuoto per giorni e intanto deve essersi organizzato per i passaporti… . E dopo sei arrivato tu e c’era la riunione e i miei cazzo di suoceri! E io non… non sapevo come…- Roman parlò un po’ in inglese un po’ in rumeno, accelerando e rallentando come un’auto col motore in panne, finché non si fermò del tutto.

-Cazzo- disse Ettore, scuotendo la testa -Cazzo, Roman-

-Eliana deve avergli raccontato tutto. Pavel si sarà insospettito e può essere che… per colpa mia… abbia accelerato la cosa. Forse non voleva farsi scappare l’affare. Ma se ha sentito puzza di bruciato, quello a Bucarest non metterà più piede. Potrebbe avvisare Milankovic. Potrebbe essere un disastro-

-Cazzo, Roman- ripeté Ettore, prigioniero di un loop.

-Ho fatto un casino-

-Già-

Ettore tentò di prenotare un volo per Belgrado per l’indomani, ma si rivelò impossibile. E la domenica non c’erano collegamenti. Era bloccato fino a lunedì, almeno. Doveva sentire Ratko per aumentare la sorveglianza. E mettere pepe al culo al Procuratore per quei cazzo di mandati, anche. Doveva fare un sacco di cose e forse non c’era il tempo di farle.

-L’appartamento di Pavel è sotto sorveglianza?-

-Sì-

-Bene- Ettore afferrò la nuca di Roman con la mezza intenzione di spaccargli la testa. Lui rimase fermo, come se pensasse di meritarlo –Cazzo!

-Che facciamo?- chiese Roman, continuando a guardare a terra.

Tu adesso mi porti in albergo. Mentre io faccio qualche telefonata. Per il resto, vedremo-

-Ok- poi, a fatica, aggiunse -Mi dispiace-

-Dispiace di più a me. Come ti è venuto in mente?-

-Quando dici che sono una testa di minchia, probabilmente non hai tutti i torti-

-L’autocommiserazione te la tieni per un altro momento? Adesso dobbiamo concentrarci sul limitare i danni-

-Credi che ci rimetterò il posto?-

-Se hai fatto saltare l’operazione? No. Ti ammazzo io prima-

E gli rifilò una decisa pacca sulla spalla.

Roman finalmente sorrise.

-Ho chiamato Cecilia-

-Che dice?- chiese Ettore, sforzandosi di dare importanza alla cosa.

-Domani sera sei invitato a cena. Se ti va-

-Certo che mi va. Coglione-

Roman guardò i fari delle auto che risalivano il viale.

-L’aereo dev’essere atterrato-

 

Il volo durò circa un’ora e mezza. Inspiegabilmente, gli orologi dell’aeroporto non erano d’accordo. Eliana aveva sentito parlare di fuso orario, ma da qui a capire di che cosa si trattasse ce ne passava. La trafila alla dogana fu molto più semplice. Dorian si accostò al bancone di un funzionario con una uniforme nera e gli rivolse la parola in una lingua strana e musicale, che sembrava quasi una filastrocca. Il funzionario rispose a monosillabi, li guardò bene entrambi, timbrò i documenti e li restituì.

Mentre aspettavano i bagagli, Eliana si accorse che anche il cellulare sembrava funzionare male. Sullo schermo erano comparse frasi in inglese, che parevano chiederle un’opinione su una cosa chiama roaming. Perplessa, interpellò Dorian. Lui le prese il telefonino, lo spense e lo smontò rapidamente, togliendo la batteria e la piccola scheda SIM. Infilò tutto in tasca, insieme ai documenti e sembrò non curarsene più.

L’interno dell’aeroporto non era poi tanto diverso da quello di Bucarest, plastica, lucido acciaio e insegne luminose ovunque. Solo che la maggior parte delle scritte erano un miscuglio di lettere vere e inventate, accostate in modo casuale.

-In questo paese scrivono strano– sentenziò, tirandosi dietro la valigia con le ruote mentre attraversavano l’atrio in direzione dell’uscita.

Dorian non si offrì di portare il bagaglio per lei. Forse era stanco.

-È cirillico-

-E tu lo capisci?-

-Certo-

Da quando erano scesi dall’aereo, Dorian aveva qualcosa di insolito. Era molto meno sorridente e premuroso. Sembrava insofferente, come se si fosse reso conto all’improvviso di avere le scarpe troppo strette. Camminava svelto, guardandosi spesso attorno. E non l’aveva ancora abbracciata, né baciata. Eliana decise di prendere l’iniziativa. Si appese al suo braccio, con un timido sorriso.

-Qualcosa non va?-

Dorian le concesse appena uno sguardo, prima di liberarsi lentamente di lei e frugare in tasca in cerca delle sigarette.

-Stai tranquilla-

Appena usciti sul marciapiede che costeggiava lo squadrato casermone dell’aeroporto, Dorian se ne accese una, aspirando nicotina come aria da un boccaglio. Fuori, le luminarie stavano appena iniziando ad accendersi, mentre il traffico congestionato ingolfava le strade. Fumò in silenzio, guardando verso un grande parcheggio circondato dagli alberi, dall’altra parte della strada. Eliana cercò di capire cosa ci fosse di sbagliato. Era la prima volta che si sentiva davvero in imbarazzo con lui.

-È per la storia dei documenti?- provò, per valutare se dovesse o meno sentirsi in colpa.

Dorian la scrutò dall’alto in basso, senza rispondere. Eliana non aveva mai visto quell’espressione nei suoi occhi e non riuscì a interpretarla. Tentò di capire quanto fosse grave.

-Credi che si siano accorti che non erano i documenti giusti?- guardò attorno come un agente segreto, poi bisbigliò –Forse sanno che non sono nata a Bucarest

Dorian si costrinse a rivolgerle la parola.

-Credo… che non freghi un cazzo di niente a nessuno di dove sei nata-

Parlò con un tono tagliente, come per offenderla di proposito. Eliana rimase interdetta.

-Andiamo- disse, dopo aver gettato il mozzicone.

La prese per il braccio e si incamminò verso le strisce pedonali. Eliana cercò di stare al passo, per non indispettirlo ancora di più. Seguì il suo sguardo e vide una lucente Mercedes nera che entrava nel parcheggio.

-Sono i tuoi amici?-

Dorian non rispose.

-Mi dici perché sei arrabbiato, almeno?-

In quattro mesi non avevano mai litigato, neppure una volta. Cominciare la prima sera della loro vacanza insieme sembrava davvero il colmo. Eliana non aveva intenzione di farlo. Ma non riusciva a capire se si trattasse del posto, o di lei. Forse era qualcosa che aveva detto, ma cosa?

La Mercedes si fermò in un angolo sotto gli alberi, in doppia fila, le quattro frecce accese. La portiera dal lato del passeggero si aprì. Scese un ragazzo molto alto, castano, i capelli tagliati cortissimi, come un militare. Indossava una giacca elegante sopra la maglietta rossa e bianca di una squadra di calcio, jeans e scarpe da serata al night club.

Dorian spinse Eliana accanto al bagagliaio, che si aprì da solo come le porte automatiche di un supermercato. Era grande quasi quanto il divano di casa sua.

-Carica la valigia- disse, poi scambiò tre baci sulle guance con il nuovo arrivato.

Eliana ubbidì, cercando di scrutare l’amico sconosciuto senza farsi notare. Non le piaceva molto. Sorrideva, ma solo con la bocca. Gli occhi, arrossati di venuzze, avevano qualcosa di ottuso e minaccioso. Dopo aver salutato Dorian, lo sguardo del ragazzo scivolò su di lei, come una viscida carezza. Eliana rabbrividì. Era lo stesso sguardo che le rivolgevano a volte gli ubriachi al lavoro e che la faceva sentire a disagio. Eliana si accostò a Dorian, insinuando le dita nella sua mano. Dorian la lasciò fare, senza prestarle attenzione. Lui e il ragazzo parlarono brevemente in quello che ormai Eliana aveva capito essere serbo. Scoppiarono a ridere e quando Eliana tentò di unirsi a loro con un sorriso, risero più forte, forse perché lo scherzo incomprensibile riguardava proprio lei.

-Se Dorian non mi presenta, lo faccio da sola- disse, per cercare di respingere la fastidiosa sensazione di essere lo zimbello della serata -Piacere, Eliana-

Tese la mano. L’amico di Dorian la guardò come se si trattasse di un cane che dà la zampa e risalì in auto.

Eliana ritrasse la mano.

-Non si usa presentarsi?-

Dorian la afferrò.

-Sali-

Prima di avere il tempo di fare altre domande, a cui in ogni caso Dorian non sembrava intenzionato a rispondere, Eliana si ritrovò sospinta sul sedile posteriore. Era di pelle, sagomato come una poltrona ergonomica. Dietro il posto del guidatore, c’era un altro ragazzo, biondo, i capelli ritti come una spazzola di chiodi. Indossava una tuta da ginnastica rossa, con le bande bianche sulle maniche. La fissava con un sorriso inebetito dall’alcool. Puzzava di birra al punto da sovrastare il profumo di pulito degli interni immacolati.

-Ciao- disse alle cosce di Eliana.

Dorian salì dopo di lei, allargandosi sul sedile fino a costringerla contro l’estraneo maleodorante, che rimase immobile dov’era, godendosi il contatto forzato. Chiuse la portiera. Le sicure scattarono.

L’uomo alla guida non si voltò neppure a guardarla. Puntò il muso della Mercedes verso l’uscita del parcheggio. Era il più grosso di tutti, tanto alto da sfiorare il tettuccio con la testa rasata. Le spalle poderose riempivano la giacca militare come se dovessero lacerare la stoffa a ogni movimento. La manica che Eliana riusciva a vedere era piena di toppe colorate. C’era una bandiera rossa, blu e bianca, un’aquila bicefala, una croce e la testa di una tigre con le fauci spalancate. Le ricordava certi tipacci che aveva visto a volte in metropolitana e che Julia le aveva detto di evitare. Li aveva chiamati Ultras. Sembravano esserlo tutti e tre, in effetti.

Il ragazzo con la maglietta da calciatore accese la radio su una stazione di musica da discoteca, rivolse la parola a Dorian un paio di volte, in serbo. Eliana lo vide scrutarla dallo specchietto e cominciò a sentirsi come se la gonna che aveva scelto fosse troppo corta.

Il biondo accanto a lei non le toglieva gli occhi di dosso. A peggiorare le cose, non la guardava pressoché mai in faccia. Respirava profondamente dal naso, come se avesse qualcosa incastrato nelle narici, e si leccava spesso le labbra impastate. Eliana si chiese se non fosse il caso di presentarsi, anche se non ne aveva nessuna voglia.

-Ci accompagnano in albergo?- chiese a Dorian, schiacciandosi su di lui per allontanarsi  dall’ubriaco.

Dorian la sospinse di nuovo al suo posto. Eliana si trovò con la schiena premuta sul petto del ragazzo con la tuta. Sentì una mano cingerle i fianchi e un’altra carezzarle il ginocchio, per poi infilarsi tra le cosce. L’invasione inattesa ebbe l’effetto di una scarica elettrica. Strillò, si dimenò e gli diede uno schiaffo, come le aveva insegnato Octavia. La cosa le riuscì più istintiva di quanto non si sarebbe aspettata.

-Che fai!?-

Il biondo la fissò, divertito. Disse qualcosa massaggiandosi la guancia.

Eliana si rivolse a Dorian.

-Voglio scendere!-

Dorian non le badò. Invece rispose al ragazzo con la tuta.

-Cosa succede? Chi sono questi? Dove stiamo andando?- lo afferrò  per il bavero della giacca, per costringerlo a guardarla –Dorian!

Eliana lo vide scattare, ma non riuscì a credere a quello che successe neppure dopo che il dolore la investì folgorante. Dorian le diede uno schiaffo, forte come una frustata. Il collo si torse e picchiò la tempia sul poggiatesta, la guancia arroventata e intorpidita insieme. Il biondo cominciò a ridere come una iena asmatica. Eliana guardò Dorian, portando una mano alla guancia. La trovò rigata di lacrime.

Dorian le puntò il dito alla gola, come fosse un’arma.

-Mi hai rotto i coglioni. Taci- scandì.

Eliana guardò l’interno elegante della vettura, le altre macchine fuori che defluivano piano verso uno svincolo, senza più sapere dove fosse, o cosa stesse succedendo. E cominciò a tremare. Il ragazzo con la maglia da calcio si voltò, serio. Guardò Eliana, poi Dorian.

-Non in faccia- disse in rumeno.

 

Seduta in cima al ripido declivio di un pascolo, Ecaterina scrutava le vette stagliarsi azzurrine nel limpido cielo estivo. La foresta, carezzata da una brezza leggera, stormiva cingendo in un abbraccio la distesa d’erba smeraldina, punteggiata di fiori. Il sole accendeva i colori, rendendoli quasi troppo intensi per essere guardati. Sembrava che la materia stessa brillasse di riflessi traslucidi, come la superficie dell’acqua, i dettagli più nitidi di quanto l’occhio non fosse in grado di cogliere. Ecaterina si perse a seguire la danza delle api, che banchettavano tra le corolle vellutate, impolverate dai pollini. Si sentiva placata. Tutto era esattamente come doveva essere. Niente turbamenti, niente dubbi. Solo l’estate e il silenzio necessario a goderne.

Eliana era con lei. Scivolava leggera, a piedi nudi nell’erba, con un abito bianco e una corona floreale, come faceva da bambina. Di tanto in tanto si voltava a guardarla, con un sorriso a cui era impossibile non rispondere. Ecaterina sentì gli occhi riempirsi di lacrime di gioia. Avrebbe voluto alzarsi, correre dalla sorella e abbracciarla forte. Avrebbe voluto dirle quanto le era mancata, quanto aveva sofferto mentre era lontana. Quanto l’amava. Ma non lo fece. Lasciò che si aggirasse libera tra i fiori, sempre più lontano, appagata dal semplice fatto di poterla vedere.

Ad un tratto, Eliana si fermò, il piede impigliato in qualcosa. Dall’erba era sbucata una mano, umana nella forma, ma grigia e solida come la pietra. Eliana diede uno strattone per liberarsi. Un braccio scattò fuori dalla terra, afferrandola al ginocchio. Un terzo la agguantò alla vita, così grande da cingerle i fianchi nel pugno. Ecaterina balzò in piedi, tentò di urlare, ma la voce si attorcigliò in gola, soffocandola.

Un quarto, un quinto braccio di roccia emersero dal terreno. Avvinghiarono il corpo di sua sorella fino a immobilizzarla. Eliana fissò Ecaterina, incredula, terrorizzata. Aprì la bocca, ma una mano la cinse il viso intero, come una maschera priva di lineamenti. Cercò di ribellarsi, di lottare, a ogni spasmo le unghie affilate le infliggevano tagli, finché il sangue non tinse di rosso il suo vestito.

Ecaterina, straziata dalle stesse ferite, non ebbe il tempo di muoversi. Vide il groviglio di braccia grigie e invincibili trascinare Eliana nella terra, che si aprì per inghiottirla come la gola di un serpente. L’ultima cosa a sparire fu il braccio levato di sua sorella che implorava alla cieca, mentre l’erba si chiudeva su di lei.

Rimase immobile, sulla cima del declivio, gli occhi pieni di lacrime e il fiato strozzato. Sentì il corpo gelido, come se il sangue avesse perso ogni calore, per diventare un metallo fluido, freddo quanto lo spazio profondo. Il gelo esalò dalla sua pelle come un respiro di morte, che uccise all’istante i fiori e l’erba e la foresta e tutto ciò che abitava in essa. Le cime dei monti sembrarono incapaci di contenere quel grido silenzioso, che invase il cielo in forma di tempesta. Pioggia e grandine fustigarono la valle moribonda, mescolandosi al pianto sul viso di Ecatarina. Allora ululò la propria furia, i capelli sferzati dal vento come un nero stendardo.

 

Fuori dagli sportelli sigillati, Eliana vide strade sconosciute, costrette tra i casermoni fatiscenti di una periferia misera e disperata. I cartelli indecifrabili indicavano come perdersi in un alfabeto alieno, mentre all’orizzonte brillavano grattacieli dalle forme inquietanti, come templi eretti a divinità ignote. Il dolore che bruciava sulla guancia la terrorizzava come una promessa di cose peggiori, annidate dietro gli occhi acquosi degli estranei che la circondavano. Sguardi che le strisciavano addosso. Ma la cosa più terribile era il silenzio di Dorian.

Una parte di lei continuava ad aggrapparsi alla speranza che quel cambiamento fosse solo momentaneo, conseguenza eccesiva per qualche colpa inconsapevole, a cui fosse possibile porre rimedio implorando abbastanza. Eliana fissò Dorian per tutto il tempo, con intensità dolente e disperato amore, senza riuscire a trattenere le lacrime. Tutto poteva essere perdonato, tutto dimenticato, se solo le avesse sorriso di nuovo. Non successe.

La macchina raggiunse un cancello di ferro incrostato da infezioni rugginose, alto e robusto, dietro il quale si ergeva il ciclopico groviglio di muri collassati e travi mozze di una fabbrica dilaniata di qualche guerra sconosciuta.

Il gigante alla guida scese dall’auto lasciando la portiera spalancata, lo scampanellio del promemoria elettronico che tintinnava ossessivo nell’abitacolo. Mentre l’autista armeggiava con un pesante lucchetto e spingeva il cancello lungo un binario scorrevole, il ragazzo con la maglia da calciatore la guardò con un mezzo sorriso, come se la invitasse a tentare di fuggire. Eliana sprofondò di più nel morbido sedile. Quando ripartirono, la Mercedes attraversò ballonzolando un cortile invaso da mattoni spezzati e rottami metallici che giacevano dove le bombe li avevano sparsi, e si infilò all’interno di un capannone scoperchiato.

Il motore si spense.

Il silenzio improvviso fu come il buio in sala, all’inizio di un film che Eliana non voleva vedere. Le portiere si aprirono. Dorian la afferrò per il polso. Eliana tentò di resistere debolmente. Attese che gli altri fossero scesi prima di aprire bocca.

-Dorian, ti prego… ti prego… dimmi cosa succede- mormorò con la voce che cigolava.

-Muoviti-

Dorian la strattonò con tanta forza da farle male alla spalla. Eliana gridò e lo seguì piagnucolando preghiere inarticolate. Tra le scaffalature demolite dal crollo del tetto, era stato ricavato uno spiazzo abbastanza grande da ospitare qualche grosso veicolo. Come studenti liceali a ricreazione, i quattro ragazzi accesero le agognate sigarette. L’autista si avviò verso il cancello esterno, mentre il biondo recuperava la valigia di Eliana dal bagagliaio. Solo la sua, la borsa da viaggio di Dorian rimase dov’era, un segno di destini separati che la terrorizzò.

Trattenuta come una bambina disubbidiente, guardò il cancello chiudersi cigolando, quasi grata di quella dolorosa morsa, perché almeno Dorian era ancora con lei.

-È per qualcosa che ho fatto?- balbettò così piano da sentirsi parlare a stento -Perdonami… non fare così, ti scongiuro…  Dorian,… io ti amo…-

Lui le torse il polso, facendola gridare più forte.

-Io no-

Più che le parole, fu la cattiveria con cui vennero pronunciate a farla scoppiare in pianto.

-Per favore- singhiozzò –Per favore, dimmi cosa devo fare

Dorian la guardò finalmente negli occhi.

-Devi. Stare. ZITTA! Non ne posso più delle tue stronzate. Cristo, non ne posso più della tua VOCE! È stato bello scoparti. Ma adesso è finita. Almeno questo riesci a capirlo, stupida troia di merda?-

Il ragazzo con la maglia da calciatore ridacchiò. Quella complicità accese sul volto di Dorian un ghigno crudele, che lo trasformò in una irriconoscibile caricatura, come se una maschera fosse caduta. Tutta la sua bellezza scomparve, quasi l’avesse solo immaginata. Le sue mani non l’avevano mai disgustata, fino a quel momento. Ora le sentiva estranee e ostili, quanto la verità che vide nei suoi occhi, non più celata dietro le bugie con cui l’aveva stordita. Non c’era amore, né c’era mai stato. Solo un abile gioco di specchi in cui l’amore di Eliana le era stato riflesso contro, come un raggio di luce che l’aveva accecata. Guardò Dorian e per la prima volta lo vide per quello che era: un predatore orribile, con un ammaliante travestimento ricamato sulla schiena.

Quanto era stata sciocca e arrogante nella sua ignoranza del mondo. Era corsa avanti per la foga di cercare avventure, senza accorgersi di essersi perduta. L’unica cosa che voleva adesso, era rifugiarsi tra le braccia di Ecaterina, sentire la sua rassicurante forza proteggerla come aveva sempre fatto. Ma era fuggita troppo lontano e nessuno poteva sentirla gridare.

Si sentì implorare, come se la voce non le appartenesse.

-Vi prego, lasciatemi andare. Vi scongiuro… non dirò niente. Vi prego… vi prego…-

L’unica risposta fu il portone di metallo che si chiudeva alle sue spalle.

-Non facciamo aspettare lo zio Dragan- disse il ragazzo con la maglia da calciatore.

Eliana puntò i piedi, come un vitello nel cortile del macellaio. L’energumeno, dopo aver chiuso a chiave, si avvicinò e la spinse appena, più una minaccia che una vera dimostrazione di forza. Fu sufficiente a buttarla a terra. Dorian le impedì di cadere.

-Cammina- disse, facendo forza sul polso fino a raddrizzarle la schiena.

Alla luce delle torce dei cellulari, la condussero attraverso il buio ventre della carcassa che era stata una fabbrica, fino a una scala scrostata che scendeva sottoterra. Una parte della sua mente tentava ancora di razionalizzare, cercando disperatamente qualche spiraglio di fuga, ma era come uno scoglio che emergeva solo a tratti dalle ondate del panico. La priorità del suo corpo era quella di ubbidire, per evitare il dolore immediato, una strategia di sopravvivenza con prospettive non più lunghe di un passo, ma non aveva altro.

Le scale la inghiottirono e si ritrovò in un soffocante corridoio. Le speciali facoltà dei suoi occhi le permisero solo di assaporare ogni squallido dettaglio di quell’antro saccheggiato, lurido di scritte incomprensibili, che puzzava di muffa. Più avanti, una fredda luce imbiancava di una pallida fluorescenza una deviazione, oltre la quale rimbombavano lo scalciare di un gruppo elettrogeno, pianti sommessi e risate sgangherate.

Si fermarono davanti a una porta di ferro piagata dalla ruggine. Il ragazzo in maglietta da calcio bussò e aprì senza aspettare risposta. All’interno, c’era una grande stanza illuminata al neon, le pareti di cemento scorticato, il pavimento invaso di piastrelle rotte. Ovunque, croci di vernice nera, scritte e osceni disegni di diavoli priapici che sventravano donne dagli occhi attoniti come cadaveri. In un angolo, sotto un calorifero di ghisa da cui penzolavano catene cromate, c’era un materasso sfondato, chiazzato di umidità.

L’uomo che avevano chiamato Dragan, aspettava seduto su una sedia pieghevole, a cui aveva appeso con cura una costosa giacca nera. Era vecchio, grasso e quasi completamente calvo, il viso gonfio e ben rasato. I robusti avambracci erano coperti di tatuaggi: una tigre che stringeva tra le fauci una baionetta insanguinata, un’aquila, una rosa dei venti e una infinita serie di tacche scarificate, come quelle che usavano i carcerati per contare i giorni sui muri. Era di un’eleganza grottesca, la camicia di seta candida, i calzoni del completo stirati alla perfezione e le lucide scarpe di vernice. Eppure sembrava a suo agio in quel marciume, appena attenuato dal profumo del suo costoso dopobarba. Non rispose ai cenni di saluto dei ragazzi. Guardò solo Eliana, come fosse un pezzo di carne.

Dorian la spinse al centro della stanza, prima di lasciarla. Quando si allontanò, Eliana fece per strisciare dietro di lui, come un cagnolino punito malamente, ancora in cerca dell’approvazione del padrone. Si fermò quando vide che si avvicinava a Dragan. Di tutti gli uomini nella stanza, il vecchio era quello che la spaventava di più, come se la violenza, che per gli altri era un gioco, per lui fosse uno strumento di lavoro logorato dall’uso.

Dorian gli porse il passaporto di Eliana. Dragan lo aprì appena.

Yeljana– disse, stravolgendo il suo nome con musicalità straniere.

Dorian ridacchiò.

-È falso. Non ha documenti. È una specie di zingara-

Dragan annuì storcendo il naso, schifato da suono della lingua rumena.

Poi chiamò il ragazzo in maglietta da calcio.

-Stevo-

Stevo prese il documento e lo infilò in tasca. Dragan gli diede un ordine in serbo, con calma, come parlasse di una cosa già avvenuta. Il ragazzo si avvicinò tranquillo a Eliana, che indietreggiò finché non sentì il muro alle proprie spalle.

Stevo sorrise.

-I vestiti- disse in rumeno –Toglili-

Eliana ricominciò a tremare.

Vi prego…-

Stevo guardò per aria, in cerca di una pazienza superiore. Le sue mani scattarono. Eliana strillò, riparandosi la testa. Sentì le dita scavarle feroci addosso, afferrare insieme camicetta e reggiseno e strappare via tutto,  la stoffa che esplodeva in stracci. Istintivamente tentò di coprirsi. Stevo agguantò la gonna e le mutandine dalla cintola. Strappò anche quelle. Per un assurdo istante, Eliana si sentì mortificata per i vestiti di Julia. Il pensiero dell’amica le attraversò la mente come un triste messaggio da un mondo remoto. Julia non c’era più, strappata da lei come i vestiti che le aveva prestato. Eliana si rannicchiò, tremando di vergogna. Stevo la afferrò e la trascinò di nuovo al centro della stanza. Premendosi sulla sua schiena nuda, la costrinse diritta, le braccia bloccate lungo i fianchi.

-Stai ferma, da brava- mormorò, come se nulla di terrificante stesse accadendo -Se no è inutile-

Eliana respirava a singhiozzi. Impossibilitata a muoversi, guardò ovunque pur di non incrociare lo sguardo di Dragan. Vide il biondo che frugava nella sua valigia, esaminava i vestiti, scelti con tanta cura poche ore prima, come se ora appartenessero a lui e non sapesse cosa farsene, finché non trovò il completino intimo. Eliana si era arrovellata nel dubbio se comprarlo o no, aveva chiesto aiuto per sceglierlo e si era sentita coraggiosa ad indossarlo. Quel ragazzo ubriaco lo manipolò con aria lasciva, scoccandole un’occhiata di orribile complicità.

Puttanella– disse in rumeno.

E scoppiò a ridere ributtandolo nel mucchio disordinato di quelli che erano stati i suoi averi. Dragan e Dorian cominciarono a contrattare. A ogni rilancio, il vecchio guardava Eliana, il viso, il petto, i fianchi, cercando di nascondere l’apprezzamento sotto una maschera da affarista che però gli calzava male. Era bramoso. Dorian tirava sul prezzo senza guardare il vecchio in faccia, come  un verme senza occhi.

-Il tuo ragazzo sta facendo un buon affare- mormorò Stevo, sfiorandole l’orecchio con le labbra appiccicaticce -È giusto. Vali ogni centesimo-

La mente di Eliana si ritrasse lontano, fino alla foresta di Vraj. Si chiese cosa stesse facendo in quel momento Ecaterina. Pensare alla sorella le fece sperare che l’umiliazione potesse uccidere.

Alla fine, Dragan annuì.

Prese dalla tasca della giacca un rotolo di banconote trattenute da una molletta d’argento, ne contò una parte e consegnò il denaro a Dorian.

Si strinsero la mano. Dorian uscì senza rivolgerle il minimo sguardo, come se Eliana non fosse nemmeno lì.

-Dorian,… Dorian…– chiamò con un ultimo sussulto di speranza.

Lui la ignorò.

Il ragazzo biondo le mandò un bacio, prima di uscire.

-Quello è Goran- bisbigliò Stevo -Gli piaci. Poi torna. Dopo di me-

Stevo lasciò Eliana e uscì, tirandosi dietro la porta di ferro, che si chiuse con un rintocco. Nella stanza del materasso, rimasero solo lei e il vecchio Dragan.

Eliana cercò di coprirsi. Dragan posò le mani sulle ginocchia, si alzò e cominciò a slacciare la cintura dalla fibbia d’argento. Eliana indietreggiò, incespicando nei suoi stessi piedi.

-La prego, signore… non mi faccia del male. Mi lasci andare. Le prometto… che non dirò niente a nessuno. Lo giuro! Voglio solo tornare a casa mia… La prego

Come un pastore esperto, Dragan la sospinse senza sfiorarla fino al materasso lurido. Il laido vecchio all’acqua di colonia fece un altro passo, fermandosi così vicino da permetterle  di sentire il suo respiro sulla faccia. Sollevò lentamente una mano, premendole un dito che odorava di sigaro sulle labbra.

-Le cagne non parlano- disse in rumeno.

Poi chiuse la mano sul viso di Eliana, la gettò sul materasso.

E così cominciò la notte.

 

Ecaterina si svegliò travolta dal suo stesso grido, che la trascinò fuori dal sogno come un’ondata di marea. Spalancò gli occhi e non vide la pallida Luna, ma lampi azzurrognoli di tempesta. Il cielo si era fatto nero. Un temporale aveva scavalcato le vette piombando sulla valle di Vraj in sella a venti selvaggi, che spazzavano le cime degli alberi. Nessuna goccia era ancora caduta, ma Ecaterina sentì comunque le guance bagnate. Aveva pianto nel sonno, e ancora piangeva, il petto scosso, il respiro tremolante. Cercò di alzarsi, ma si ritrovò ancorata al suolo. Senza volerlo, aveva estroflesso i neri artigli, che sprofondavano nel terreno come rostri di rapace, lunghi una spanna. Si concentrò per richiamarli, ma il cuore le batteva all’impazzata. Gridò di rabbia e liberò le mani, scagliando via zampate di terra e erba. Fissò gli artigli luridi, costringendoli a sparire come se fuggissero, intimiditi.

Ogni dettaglio del sogno era impresso nella sua mente, lucido e bruciante di acido come un’incisione sull’acciaio. Pregò tutti i Demoni di cui conosceva il nome che si trattasse di una premonizione. Pregò di avere ancora tempo per impedire che si realizzasse. Poi si rese conto del dolore. La guancia sinistra e più ancora le braccia facevano male come se qualcuno l’avesse presa a calci mentre dormiva. Guardò i propri polsi dolenti: minuscole ustioni rigonfie come un eritema cominciavano ad apparire sulla pelle arrossata. Poteva significare solo una cosa. Freddo ferro. Catene.

Tentò ancora di alzarsi. Una fitta più intensa la fece ricadere sulle ginocchia. Non riuscì a trattenere un grido, portandosi le mani all’inguine. Si sentiva lacerata, come se la prendessero a pugni da dentro la pancia. Prese un lungo respiro, poi un altro, nel tentativo di scacciare quei dolori fantasma, ma la sua mente, il suo cuore, si rifiutarono di obbedire. Era avvinghiata a Eliana e non voleva lasciarla. Ovunque fosse, qualunque cosa le stesse succedendo. Uscì dal Cerchio barcollando. Indossò i vesti quasi strappandoli, gemendo a ogni movimento troppo brusco. Chiuse la felpa, raccolse le scarpe senza indossarle e guardò il fondovalle. Le poche luci di Vraj brillavano tra le cime degli alberi, tremolando in attesa che la tempesta si scatenasse. Ecaterina raccolse le forze. E cominciò a correre, lungo il sentiero illuminato dai fulmini.

 

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Rickyreds
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Scrivo per passione dall'età di 12 anni! (Leggo dall'età di 6, ma questo lo fanno tutti, quindi forse non vale la pena di sottolinearlo)

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