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8.

 

 

 

 

La sede della Directia Generala de Politie Sector 1, con la facciata in vetro e le linee minimaliste, sarebbe stata meglio a Londra piuttosto che a Bucarest. Incastrata tra edifici tanto malridotti da far pensare che fosse più economico raderli al suo piuttosto che restaurali, sembrava la tessera di un puzzle spinta a forza nel posto sbagliato. In effetti l’intero Viale Lascar Catargiu, lo stradone alberato a quattro corsie che congiungeva Piazza Romana a Piazza della Vittoria, pareva un patchwork riuscito male. Come tutta la città, del resto.

Non che Ettore la trovasse brutta, tutt’altro. In qualche modo, le austere pennellate mitteleuropee e lo slancio modernista gli ricordavano Milano, però più in grande. Una metropoli dalle febbrili aspirazioni europee, che guardava ai venerabili resti del proprio passato con riverenza attonita e imbarazzata, indecisa su cosa valesse la pena conservare e cosa invece sarebbe stato meglio dimenticare. Per certi altri aspetti, gli ricordava invece Napoli e il suo altezzoso sdegno da nobildonna insultata che sembrava dire amami così come sono, oppure vattene.

La prima volta che era arrivato a Bucarest, Ettore non sapeva cosa aspettarsi. Era rimasto stordito dalla grandiosità assira e dal disperato abbandono che a volte trovavano spazio nello stesso quartiere. Sembrava che la città fosse impantanata nelle sabbie mobili, ma anziché concentrare le forze nel liberarsi dalla trappola in cui era andata a ficcarsi, per prima cosa si preoccupasse di sistemare il mascara.

Cittadini e istituzioni, contagiati dalla schizofrenia architettonica, contribuivano alla confusione affrontandosi in una rabbiosa battaglia sotterranea. La determinazione nell’imporre regole intransigenti si scontrava con l’ostinazione nell’ignorarle. Un disturbo dissociativo da cui era afflitta anche l’Italia. Forse per questo Ettore si era trovato subito in sintonia con la Polizia locale in generale e con Roman Vlacu in particolare.

Il giovane Ispettore era un ragazzo pragmatico, intuitivo e cocciuto, caratteristiche che gli ricordavano sé stesso, quindi gli piacevano e le odiava al contempo. Non trattandosi di un suo sottoposto ma di un collaboratore, non poteva dargli ordini. Questo lo aveva messo nella posizione in cui si era trovato suo padre, che per trattare con una fiera e indomita testa di cazzo come Ettore da adolescente, non volendo armarsi di frusta, si era attrezzato con una considerevole dose di pazienza. Ora, Roman non era un adolescente e Ettore non era suo padre, ma guardandolo imboccare a tutta velocità le curve più pericolose della loro indagine, qualche volta avrebbe voluto esserlo. Per poterlo prendere a schiaffi.

Alle nove della mattina di venerdì, Ettore scese dal taxi davanti alla Direzione Generale, in un groviglio di auto della Polizia parcheggiate ovunque, in spregio delle regole che avrebbero dovuto far rispettare, proprio come usava in Italia. Fuori dal contesto di una riunione ufficiale, si era concesso la comodità di uno spezzato più casual, senza cravatta, per sottolineare il fatto che a quarantadue anni la campanella della vecchiaia non era ancora suonata. Con la ventiquattrore da manager in pugno, entrò nell’atrio, rivolse un sorriso all’agente di turno all’ingresso e mostrò il distintivo e la carta d’identità. Dopo un breve scambio telefonico gli diedero il permesso di salire al piano degli uffici.

Ettore si avviò su per le scale, salutando con cortesi cenni del capo quelli che ormai cominciava a considerare come colleghi a pieno titolo e imboccò il corridoio. Bussò alla porta aperta dell’ufficio di Roman, una piccola ma ariosa stanza ben illuminata, con due scrivanie, alcuni schedari in stile Ikea e una grande lavagna magnetica carica di fogli e fotografie come un muro infestato dall’edera. Roman lo aspettava in maniche di camicia, accanto alla finestra, la mano con la sigaretta a penzoloni oltre il davanzale e la faccia scocciata di qualcuno beccato sul più bello.

-Smog e nicotina. La colazione del campione- disse, posando la valigetta sulla scrivania libera, accanto a un bicchiere di Starbucks -È per me?-

-In verità no-

Ettore tolse il coperchio di plastica e assaggiò.

–Mmm. Meglio così-

-Non ti piace il caffè?-

-Lo adoro. Non so come la chiami tu questa schifezza all’americana. Ma non è caffè-

Roman si concesse un’ultima, lussuriosa tirata, prima di spegnere il mozzicone e gettarlo nel cestino.

–Ricordami quando te ne vai-

-Hanno spostato le riunioni a Belgrado, quindi ti terrò compagnia fino a lunedì. Tu, invece? Hai deciso quando mi inviti a cena?-

-Se è per quello, è facile. Mai- rispose Roman, poi prese il bicchiere dalle mani di Ettore e si accomodò alla propria scrivania.

Ettore si sistemò dall’altro lato.

-Attento. Così mi ferisci-

-Non potrei mai. Mi ricordi troppo il mio professore di ginnastica con il vestito della domenica-

Roman accese il computer, un ultimo modello di Mac, e lo girò perché entrambi potessero guardare.

–Da cosa vuoi cominciare?-

-Dalla new entry. Quello di cui parlavi alla riunione. Vorrei capirci qualcosa-

Roman scartabellò aprendo finestre una sopra l’altra, in rapida successione.

-Si chiama Pavel Bratu. È il cugino di Cezar e Iancu. È l’unico in tutta la famiglia a non avere precedenti. Mai beccato, neanche per guida in stato di ebbrezza

-Come mai ti è entrati nel radar?-

-I suoi cugini gestiscono alcuni bordelli e case da appuntamenti. La cosa purtroppo non è del tutto illegale, perché i clienti non sono perseguibili e se le ragazze non denunciano di essere state forzate a prostituirsi, alla fine se la cavano con una multa. Per la maggior parte del tempo, Pavel fa quello che fanno i parenti, ovvero cazzeggiare tutto il giorno, salvo passare qualche volta a battere cassa dai papponi. E fin qui sarebbe solo uno come gli altri- mentre parlava, Roman prese a giocherellare con una sigaretta spenta. Smise quando si rese conto che stava per spezzarla. Allora la posò e cominciò a tormentare una matita.

-E lui non è uno stronzo qualunque?- chiese Ettore.

-Da quando lo abbiamo individuato, durante un pedinamento, mi sono chiesto come mai si preoccupa così tanto di girare sempre pulito. Vive in un quartiere tranquillo, non si ubriaca. Cristo, non ha neanche mai parcheggiato in divieto di sosta-

Ettore scrutò Roman, il sopracciglio alzato.

-E qual è la risposta?-

-Gli piace viaggiare- mormorò Roman, a denti stretti –Una volta ogni due o tre mesi, prende un aereo e se ne va in Ungheria, in Serbia, in Olanda… parte sempre in compagnia…-

-… e torna da solo- concluse Ettore –Ok. Abbiamo qualche foto?-

Roman selezionò alcuni file. Sullo schermo comparvero numerose fotografie, prese da una certa distanza. Roman puntò qualcuno col cursore del mouse, ingrandendo il dettaglio: un bel ragazzo sui vent’anni, castano, non elegante, ma neanche sciatto. Spesso c’erano delle ragazzine con lui, poco più che adolescenti, tutte molto belle. Ettore studiò il viso di Pavel. Non c’era niente di minaccioso o inquietante. Sembrava un semplice playboy da campus universitario, un tipo tranquillo, rassicurante.

Figlio di puttana.

-Un talent scout. Viaggia col suo nome?-

-Usa degli alias, forse uno per ogni ragazza che aggancia. Ricordi Emil Iliescu?-

-Quello dei documenti falsi?-

-Sono convinto che Pavel si procuri da lui passaporti e visti. Per sé…- Roman esitò -…e per le ragazze-

-Di loro cosa sai?-

Roman riuscì finalmente a spezzare la matita.

-Di solito i Lazar mettono… sotto contratto… ragazzine che non hanno nulla e che già si prostituivano per fame. Oppure adescano campagnole con la promessa di un lavoro in città e stronzate così. Poi le sfruttano qui, o le vendono all’organizzazione di Milankovic-

-Vai avanti-

-Pavel lavora diversamente-

Ettore continuò a scorrere le foto sullo schermo. In effetti era raro vedere quel pezzo di merda bazzicare nei postacci frequentati dai suoi colleghi. Roman lo aveva fotografato in centro, fuori da pub, ristoranti e discoteche, o in un parco. A volte all’uscita di un cinema. Una vita normale, niente che non potesse essere postato sui social. Su ciascuna foto compariva la data e l’ora. Ce n’erano di risalenti a qualche mese prima. Le ultime erano di pochi giorni fa.

-Diversamente come?-

-Una delle sue prede si chiama Ramona Vladimirescu. L’ha agganciata in un supermarket, dove faceva la cassiera. Lì le colleghe della ragazza lo conoscevano come Martin. E credevano lavorasse per un’agenzia di modelle di Francoforte. Quando le ho sentite, si aspettavano di vedere la loro amica comparire da un momento all’altro su qualche rivista-

Mentre parlava, mostrò a Ettore le foto del pedinamento. A questa Ramona non mancava niente per finire in una pubblicità di costumi da bagno, tranne forse l’età giusta. Poteva avere si e no sedici anni. Pavel non era uno a cui piaceva accontentarsi. Roman cambiò posizione sulla sedia. Sembrava sempre più nervoso.

Ettore finse di non farci caso.

–Continua-

-L’ha convinta a partire per la Germania. O così ha detto a lei. In realtà l’ha portata a Belgrado-

Si scambiarono uno sguardo sconfortato.

–Da Dragan Milankovic?-

-Non lo so per certo-

-La scomparsa è stata denunciata?-

-La ragazza è orfana, o comunque i genitori non sono in Romania, forse emigrati, non sono riuscito a capirlo. E gli amici credono che sia partita per fare fortuna. In effetti se n’è andata di sua volontà, quindi no. Nessuna denuncia-

-Quando è successo?-

-Tre settimane fa-

-Hai informato i serbi?-

-Certo. E sto ri-informando te, adesso-

-Ok. La metterò nell’elenco-

Roman sbuffò come un toro alla corrida.

-Alla dogana sanno di doverlo tenere d’occhio?-

-Ho diramato una foto segnaletica-

-Sicuro che abbia a che fare con il giro della prostituzione? Non può trattarsi di semplice immigrazione clandestina?- chiese Ettore, senza crederci troppo.

-Il bastardo fa solo caccia grossa, roba da night club e grandi alberghi per ricchi. Le aggancia in giro, le stordisce di stronzate e poi le convince a partire-

Sembrava quasi Roman che parlasse di una faccenda personale. Brutto segno. Tra le foto più recenti ricorreva una ragazzina di forse diciassette anni, magra e affusolata, anche lei pronta per una storia tipo facevo la commessa e ora sono un Angelo di Victoria’s Secret. All’inizio pensò si trattasse di due persone diverse, per via di un cambio nel colore dei capelli, da nero a biondo. Ma il suo viso, sebbene risultasse sempre parzialmente sfuocato, aveva qualcosa di inconfondibile. Forse erano gli occhi, che risaltavano tra lineamenti così aggraziati da sembrare dipinti da un elegante calligrafo giapponese. O forse perché Roman si era impegnato parecchio per riuscire a fotografarla il meglio possibile, nonostante l’inspiegabile effetto flou. Non sembrava rumena, più una sorta di straordinaria mescolanza di etnie tanto distanti da aver creato qualcosa di perfetto.

-Come mai queste sono tutte sfuocate?- chiese, evidenziando la ragazza sullo schermo.

–Non lo so-

Ettore guardò di nuovo la ragazza, poi Roman.

–Ti ci sei affezionato in modo particolare. Più che al boss in persona. C’entra con la stronzata di cui ieri non volevi parlare?-

Roman si alzò e si avvicinò alla finestra, la sigaretta serrata tra le labbra che implorava di essere accesa. No, non voleva parlarne neanche oggi.

-La ragazza chi è?-

-Una cameriera-

-Capisco- mormorò Ettore. Poi aggiunse, a voce alta –Sì, mi sembra una cosa seria. Ma da quello che ho capito, tecnicamente questo Pavel non ha commesso reati in Romania. Voglio dire, se è vero che le ragazze partono di loro volontà e lui non l’avete beccato manco con uno spinello in tasca…-

Roman accese la sigaretta, stando bene attento a tenerla fuori dalla finestra.

–Fa parte del clan Lazar. Si appoggia agli stessi fornitori e sono sicuro che a Belgrado lavora con la stessa gente. Si è solo specializzato in un settore diverso, il reparto luxury, diciamo. E usa metodi più…-

-…meschini- concluse Ettore.

-Avrei detto più da lurido vigliacco figlio di una puttana stronza, ma sì, va bene anche meschini- sibilò Roman, molto serio.

-Se lavora così, però, l’unico modo per beccarlo è con le mani nel sacco, a uno scambio, magari. O convincendo qualcuna delle sue vittime a testimoniare-

Di nuovo, Roman non disse niente.

-Ok, senti- proseguì Ettore –Facciamo così. Intanto posso inserirlo tra le persone informate dei fatti, ma se ti vuoi incaponire per ottenere un mandato internazionale anche per lui, la vedo difficile, al momento. E non abbiamo tempo-

Roman gettò via la sigaretta fumata a metà.

-Quanto ci metteranno i serbi a sistemare i loro cazzo di problemi? Questo almeno si può sapere?-

Ettore sospirò.

-Tu non hai idea di che razza di spina nel culo sia riuscire a far collaborare serbi e croati. Comunque poco. Davvero. Conto di risolvere tutto con la prossima riunione. Mercoledì rientro a Milano e entro sabato prossimo si parte-

Una settimana– sbuffò Roman, anche se dal tono sembrava aver detto un secolo.

-Più o meno. Se riusciamo a smantellare la cosca di Milankovic è probabile che troveremo anche questa Ramona. E con la sua denuncia in mano, becchiamo anche il tuo amico Pavel-

Roman si voltò a guardarlo.

-E se non la troviamo? O se lui scappa nel frattempo?-

-Teniamolo d’occhio. Ha qualche motivo in particolare per sentirsi braccato, che tu sappia?-

Roman non rispose.

 

Dorian si presentò sotto casa di Eliana alle 17 in punto, come da programma.

Julia non era ancora rientrata dalle lezioni e Eliana lo fece accomodare in camera sua mentre finiva di preparare la valigia, anche quella in prestito, come i tre quarti del suo guardaroba. Trovava di una genialità strabiliante l’aver messo le ruote a una valigia, poco sotto il cibo precotto in quanto a miglioramento della qualità della vita. Seduto sul letto, Dorian la guardò ballare in giro tra il bagno, la scarpiera, l’armadio, di nuovo il bagno, di nuovo l’armadio, controllando l’ora con crescente impazienza.

-Siamo in ritardo?- chiese Eliana mentre finiva di ripiegare l’ennesima magliettina attillata.

Non voleva portare troppa roba inutile, ma non voleva neanche ritrovarsi senza poter scegliere cosa mettere. Era il loro primo viaggio da coppia. Tutto doveva essere perfetto.

-Non ancora- Dorian si sforzò di sorridere –Ma lo saremo presto-

-Mi sbrigo?-

-Te ne sarei grato-

Sancirono l’accordo con un bacio.

–Ora chiudi gli occhi-

-Ely, ti prego…-

-Dai. Un secondo-

Dorian si lasciò cadere sul letto, afferrò il cuscino e se lo schiacciò sulla faccia.

–Sbrigati-

Eliana prese dal cassetto l’intimo che le era costato quasi tutti i soldi della zingara. Lo ripose in valigia e ricontrollò un’ultima volta di non aver dimenticato niente. Spazzolino, dentifricio, shampoo, balsamo, crema, trucchi….

-Sto soffocando qua sotto- disse Dorian, con la bocca piena di cuscino.

Eliana chiuse la cerniera con la certezza di aver dimenticato almeno cinque cose di cui non ci sarebbe stato verso di fare a meno, ma pazienza. Si sedette sul letto accanto a Dorian. Sollevò il cuscino.

-Ora puoi respirare, se ti va-

Si baciarono stropicciando il copriletto, finché Dorian, controvoglia, non la respinse dolcemente.

–Andiamo-

Eliana annuì, sistemando il reggiseno sotto la maglietta, controllò che la finestra fosse chiusa mentre lui prendeva la valigia e uscirono. Il bagaglio di Dorian si riduceva a una piccola borsa nera da palestra, ma lui non doveva preoccuparsi di portare l’armamentario indispensabile per rendersi presentabile al mattino. Dorian fu inamovibile nel voler portare da solo le valige per tutta la strada. Aveva lasciato la macchina a casa, per non dover pagare tre giorni di parcheggio all’aeroporto. Presero la metropolitana fino a Piazza Unirii, il capolinea del 783. Aveva fatto i biglietti il giorno prima, quindi si sistemarono in attesa dell’autobus mescolandosi a una variopinta folla di viaggiatori.

-Ma prendono tutti il nostro stesso aereo?- chiese Eliana all’orecchio di Dorian, per non essere sentita da estranei mentre diceva qualcosa di stupido.

-Certo. L’aereo è come la metro. Fa le fermate. Il nostro va a Los Angeles, ma noi dobbiamo ricordarci di scendere prima-

Eliana fissò Dorian con occhi indagatori.

–Mi stai prendendo in giro?-

-Io? No. Lo fai benissimo da sola- e la baciò di sorpresa.

Quando l’autobus arrivò, presero un posto in fondo, dove poter ridacchiare come studenti in gita. Eliana si era chiesta se portarsi un libro. Con due interi giorni di riposo le piangeva il cuore al pensiero di non trovare neppure un po’ di tempo per leggere, ma preferiva non avere troppe distrazioni. Non poteva perdere l’occasione di dire la verità, e ogni momento avrebbe potuto essere quello buono per intavolare il discorso. Forse già quella sera, a cena. L’idea le provocò un leggero attacco di panico, che stornò prontamente stringendosi più forte a Dorian.

Guardando dal finestrino la città che scivolava via nel dorato tardo pomeriggio d’estate, si chiese se al ritorno l’avrebbe trovata diversa. Bucarest le piaceva un sacco, ma non aveva mai avuto termini di paragone. Forse, confrontandola con qualcosa di diverso, la sua passione si sarebbe affievolita, e avrebbe desiderato fuggire ancora più lontano. Era stata prigioniera troppo a lungo, nella sua gabbia fatta di alberi e di una sorella iperprotettiva, finché non aveva allungato la mano, scoprendo che la porta era sempre stata aperta. La libertà sconosciuta è più spaventosa di una monotona prigionia. Affrontarla aveva richiesto coraggio, ma ora che sapeva di averne abbastanza da riuscire a farlo, ne aveva quasi timore. Voleva allontanarsi da Ecaterina, non perderla per sempre, e ogni nuovo passo rendeva più difficile il ritorno. Si costrinse a non pensarci, concentrandosi sulla dirompente esaltazione della novità.

Un volo in aereo. Chissà se si sentiva così eccitato anche quell’americano col nome da musicista che era andato per primo sulla Luna? Forse lo era di più, considerato che praticamente c’era andato a bordo di una lavatrice con le zampe. Arrivarono al capolinea quando il sole era sparito dietro le nuvole e il cielo si tingeva di indaco profondo. L’aeroporto brillava di luminarie argentate, come una reggia delle fate, ma di plastica. Recuperarono i bagagli e si incamminarono lungo il viale affollato di taxi e macchine in doppia fila, in un turbinare di gente che sembrava molto più allegra e ridanciana di qualunque folla avesse visto alla stazione dei treni o ai tornelli della metropolitana. Evidentemente l’aereo metteva di buon umore.

L’interno era di un bianco accecante, con i pavimenti lucidi, le sgargianti insegne dei negozi e i cartelloni luminosi con le indicazioni. Dorian consultò rapidamente un gigantesco pannello con i nomi delle città di mezzo mondo e Eliana capì che da lì in poi non c’era più da scherzare. Attraversarono un labirinto di percorsi delimitati dai flex, mentre graziose signorine in uniformi colorate davano indicazioni agli sprovveduti che non avevano un Dorian da seguire, fino alla fila corrispondente al loro Gate, qualunque cosa fosse. Il cartello sopra l’accesso, uno stipite di metallo senza porta sorvegliato da un paio di poliziotti, diceva BELGRADO.

Eliana si sforzò di ricordare dove fosse sull’atlante della nonna di Julia.

–Andiamo in Yugoslavia?-

-Sì. Se avessimo una macchina del tempo- rispose Dorian sorridendole appena. La sua attenzione era tutta per i poliziotti oltre il varco –Ora si chiama solo Serbia-

Niente antenna gigante di Parigi, quindi. La notizia la colse alla sprovvista, ma cercò di non darlo a vedere. Il viaggio era un regalo e non sembrava carino mostrarsi delusa. Anche se lo era. Tentò di ricordare cosa ci fosse di bello da vedere e non le venne in mente niente. Ma questo significava solo che a Belgrado non giravano molti film.

-Ora che succede?-

-Ci danno le tute pressurizzate, poi ci fanno firmare il testamento e andiamo- disse Dorian, mentre frugava nella sua sacca. Eliana gli diede un calcio –Ahia. Controllano documenti e biglietti. Tieni questo-

Consegnò a Eliana un taccuino rosso scuro con un’aquila dorata disegnata al centro della copertina. Eliana lo aprì. C’era una sua foto, con i capelli biondi. Era sfuocata, ma  quello era normale. Il problema era l’espressione vagamente perplessa e lo sfondo di un grigio annacquato. Non ricordava quando l’aveva fatta. Su un’altra pagina c’erano elencate alcune generalità. Il nome era giusto e alla voce cognome diceva DASCALU, che in fondo andava bene quanto ogni altro, visto che non ne aveva uno. Però sotto era tutto sbagliato. Diceva che era nata a Bucarest, aveva 20 anni e che i suoi capelli erano biondi, che non era vero, o lo era solo momentaneamente.

Guardò Dorian, con la stessa espressione incerta della foto.

–Sicuro che è mio?-

-Certo- disse Dorian –Tu sorridi e basta-

Eliana lo fece.

-Biglietti e documenti, prego- disse un uomo in divisa, in evidente debito di  pazienza.

Esaminò tutto sotto il bordo del suo banchetto. Guardò dritto in faccia Eliana, che sorrise di più, e poi Dorian. Giocherellò con il mouse del PC e controllò di nuovo i documenti. Eliana sentì Dorian che le cingeva i fianchi. Forse avevano capito che il documento era sbagliato e ora l’avrebbero tartassata di domande in una stanza con uno specchio finto finché, stremata, non avrebbe confessato di essere la sorella di una strega con un bruttissimo carattere. Cominciò a tremare lievemente, ma si attenne alle direttive e sorrise finché le guance non cominciarono a farle male.

L’uomo in divisa sorrise a sua volta.

–Potete aspettare un momento da questa parte? Passate pure i bagagli nel detector-

Dorian posò le valige sul rullo, sotto lo sguardo vigile dei due agenti. Vuotò le tasche dagli oggetti in metallo e passò sotto lo stipite senza porta. Eliana fece lo stesso, mentre l’uomo in divisa si faceva sostituire da una collega e raggiungeva una guardiola prefabbricata con le pareti di plastica scura. Eliana guardò Dorian, mortificata. Se il viaggio fosse saltato per colpa sua, non si sarebbe mai perdonata.

 

Ettore e Roman cenarono in ufficio, sulla scrivania libera, con una pizza quasi decente nonostante le patatine fritte e il ketchup spalmati sulla farcitura, come se due ordini diversi avessero avuto un incidente, e una bottiglia di Coca.  Di solito Ettore non mangiava schifezze, neppure in viaggio. Passava troppe ore in palestra per vanificare tutto ingolfandosi come un ragazzino in fame chimica. Prima era diverso, ma ora, ogni volta che si sedeva a tavola, non riusciva a fare a meno di pensare a suo padre, che era grande e grosso quanto lui, ma al posto degli addominali aveva un otre da zampogna. Lasciò a Roman le ultime fette, accontentandosi della caffeina residua nella bibita.

-Sei una fogna- commentò, senza riuscire a togliere lo sguardo dall’orrido spettacolo dei grassi saturi che colavano dalle fette di pizza sul cartone –Come cazzo fai a essere così magro?-

-Sigarette e uno stile di vita stressante- ribatté Roman a bocca piena.

Ettore faceva il poliziotto da quasi vent’anni. Aveva imparato con il tempo a estraniarsi dal lavoro, per non viverlo troppo intimamente, ma non era facile. Ogni ora, ogni minuto, da qualche parte, succedeva qualcosa di terribile, e persone innocenti languivano sotto la tirannide di qualche bastardo, che rovinava loro la vita per avidità di denaro, di piacere, o anche solo per appagare la propria crudeltà. Spesso quello che restava da fare era compilare fogli e guardare in faccia avvocati che accampavano scuse sapendole false, mentre leggi troppo generiche per essere efficaci lasciavano aperte vie di fuga che avrebbero dovuto restare chiuse. Combattere il male come nei film d’azione sembrava facile. Nella realtà, i cattivi avevano un legale, e i buoni, al posto di una discreta dose di palle e una considerevole fornitura di proiettili, avevano solo un mazzo di documenti scritti in burocratese, tra i quali poteva annidarsi l’errore che avrebbe salvato il loro nemico. Eroismo quasi niente, gloria meno che meno, ma in compenso c’era tanta frustrazione. E Roman, forse, stava cominciando a capirlo. Il telefono squillò mentre parlavano di caffè.

-Questo è Cimiu che vuole sapere se lavoriamo- disse Ettore, contando le monetine per la macchinetta.

Roman rispose, la cornetta incastrata tra la spalla e la guancia, pulendo le mani nel tovagliolo.

-Vlacu-

Sì zittì per un lungo istante.

–Sì- disse alla fine –Passamelo-

Ettore intuì che si trattava di una cosa seria dal repentino cambio d’espressione di Roman.

–Chi è?-

-L’aeroporto Coanda-

–Metti in viva voce-

Roman pigiò il pulsante del microfono e attaccò la cornetta. Fissava il ricevitore, pallido. Dopo una breve attesa, dall’apparecchio gracchiò una monotona voce maschile.

-Ispettore Vlacu? Chiamo dalla dogana aeroportuale. Qui al gate c’è una delle persone d’interesse che ci avete segnalato-

Roman guardò Ettore.

-Chi è?-

-Il documento dice Dorian Milescu. Ma corrisponde all’identikit di Pavel Bratu-

Roman posò entrambe le mani sulla scrivania, come se avesse bisogno di aggrapparsi a qualcosa.

–Dov’è diretto?-

-Belgrado. Il volo parte tra mezz’ora, in orario-

-È solo?- chiese Ettore, in inglese.

Il doganiere, spiazzato dal cambio d’interlocutore, esitò, prima di rispondere.

–C’è una ragazza. Il passaporto dice Eliana Dascalu

Il pallore di Roman assunse una tonalità cadaverica.

-Le carte sono in ordine?-

-La foto di lei è fuori fuoco. Per il resto sembra di sì-

-Un momento- Roman mise la chiamata in attesa –Sono i passaporti di Iliescu. Fermiamoli per un controllo-

Nella sua voce c’era una necessità febbrile, che costrinse Ettore a fermarsi a riflettere.

-No-

Roman lo fissò, stordito dal colpo a tradimento.

–La sta portando da Milankovic- disse, sottolineando volutamente l’ovvio.

-Non possiamo saperlo-

-LA STA PORTANDO DA MILANKOVIC!- questa vola gridò, scattando in piedi.

La sedia si rovesciò con uno sgangherato frastuono metallico. Si fronteggiarono ai due lati della scrivania. Roman aveva il respiro affannato, come un pugile prima dell’incontro.

Ettore scosse la testa.

-Ascoltami. Se è vero, vuol dire che Milankovic lo sta aspettando. E se ora non ci va perché lo arrestiamo qui per un passaporto falso, salta tutto. I serbi mangeranno la foglia e nel giro di due giorni spariranno dove non potremo trovarli. Loro e tutti gli altri. Anche qui. Quelli del clan capiranno che gli siamo addosso e non abbiamo neanche uno straccio di mandato! La ragazza non lo denuncerà, perché Pavel a lei non ha ancora fatto nulla. Preferirà credere a lui piuttosto che a noi. Quindi alla fine non prenderemo nessuno. Sono tre anni di indagine che se ne vanno in vacca!-

Roman lo guardò come se non avesse compreso il senso della tirata di Ettore, o non intendesse farlo.

-Non possiamo lasciare che succeda e basta!-

-Non abbiamo altra scelta. Stiamo già perdendo troppo tempo- Ettore allungò lentamente la mano verso il telefono –Si insospettirà. Digli di lasciarlo passare. Subito-

-Non puoi ordinarmelo- sibilò Roman.

Sembrava si stesse aggrappando con le ultime, disperate forze alla sua unica carta.

-No, infatti- disse Ettore –Ma lo farai comunque-

Poi pigiò il pulsante.

-Pronto? Come procediamo?- chiese la voce al microfono.

 

Dopo un’attesa interminabile, l’uomo in divisa uscì dalla guardiola e si avvicinò a Dorian. Eliana ormai sorrideva come in preda a un avvelenamento da mercurio. L’uomo la guardò appena, prima di restituire passaporti e biglietti.

-Scusate. C’è stata una sovrapposizione delle prenotazioni. La compagnia ha sistemato tutto. Potete andare. Buon viaggio-

-Grazie- disse Dorian.

Infilò tutto nella sacca, prese Eliana per il braccio e si avviarono verso la fila dell’imbarco. Dorian si allontanò per fare una telefonata. Eliana lo aspettò tenendo il posto. Era al settimo cielo. Tutto stava andando bene e la fortuna li stava anche aiutando.

-Chi hai chiamato?- chiese, quando Dorian tornò.

-Amici-

-Hai amici a Belgrado?-

Dorian si chinò a baciarla.

–Li conoscerai-

 

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Rickyreds
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Scrivo per passione dall'età di 12 anni! (Leggo dall'età di 6, ma questo lo fanno tutti, quindi forse non vale la pena di sottolinearlo)

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2 Comments

    1. Rickyreds
      Rickyreds

      Ti ringrazio! Tra breve pubblicherò il capitolo 9, l’ultimo della prima parte, nonché l’ultimo che posterò qui, perché il romanzo è molto lungo e non voglio intasare oltre il gruppo. Se ti interessa, valuta di sostenere il mio lavoro acquistando una copia su Amazon. Ti assicuro che non te ne pentirai 😁