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7.

 

 

 

Roman parcheggiò davanti all’uscita del Terminal 1 dell’Aeroporto Coanda, meglio noto a Bucarest con il vecchio nome di Otopeni, in un posto riservato ai taxi. Ignorò lo starnazzare delle auto in colonna, quando si infilò in velocità nel primo spazio disponibile, complimentandosi con sé stesso per lo sfoggio di diplomazia con cui persuase un tassista incazzato che non era lì per rubare clienti o altro, ma solo per aspettare un amico e che quindi era il caso che la smettesse di sbraitare e si togliesse dai coglioni. Forse fu l’innata cortesia di Roman, o forse la vista della pistola nella fondina appesa alla cintura, ma quello si calmò subito e ritornò alla propria auto senza ulteriori proteste.

Disinnescata brillantemente la crisi parcheggio, Roman si sistemò comodo, chiappe al passaruota, e si accese una sigaretta. Aveva comprato il pacchetto quella mattina. Non era ancora mezzogiorno ed era quasi vuoto, ma visto il lungo pomeriggio che si prospettava, durante il quale non avrebbe potuto fumare per niente, meglio portarsi avanti con la nicotina.

Era una di quelle mattine d’estate in cui si sudava anche a stare fermi, con il cielo intorbidito da uno strato sottile di afa e smog, che rendevano l’aria pesante e il caldo appiccicoso. La foschia inquinata rifrangeva la luce in un biancore accecante. Roman abbassò gli occhiali da sole, fino a quel momento di traverso sui capelli come un cerchietto, e si guardò attorno, più per deformazione professionale che per una vera volontà di farsi gli affari degli altri.

All’ombra delle tettoie a botte che sovrastavano gli ingressi all’aeroporto, il via vai era sostenuto. C’erano parecchi turisti, per lo più ragazzi in cerca di divertimento a buon mercato, ma anche numerose famiglie stracariche di bagagli, venute ad accogliere i parenti di ritorno dal forzato esilio chiamato “emigrazione”. In quelle valige era custodita una parte della ricchezza che nelle statistiche si chiamava economia di rientro, una voce indispensabile nel bilancio generale delle cose, che permetteva a molti di tirare avanti con un minimo di decenza.

Dopo la fine del sogno, o incubo socialista, durante il quale si barattava la libertà con una sopravvivenza senza pretese, la Romania era precipitata pressoché inerme tra le spietate fauci del Mercato, un mostro senza cuore né cervello ma con uno stomaco enorme, scoprendo di avere poco da vendere che non fossero le braccia e le schiene della sua forza lavoro, se si escludeva ovviamente quello che una parte dei turisti era venuta a comprare, cioè sesso a poco prezzo.

Roman aveva ventotto anni e non sapeva nulla dei tempi della dittatura, del vecchio orgoglio nazionale dal sapore stantio e dell’apatica riverenza per istituzioni impigrite dall’immobilità del potere, a parte ciò che aveva studiato a scuola. Ricordava però la rassegnazione con cui tutti avevano guardato il loro mondo crollare senza fare nulla per impedirlo, storditi dallo stupore nel vedere con quanta facilità una costruzione di opulenza e proporzioni faraoniche si era sbriciolata, per poi essere spazzata via dal vento della storia, lasciandosi dietro solo un imbarazzato silenzio. Per molti era stato come andare a dormire in una casa povera ma dignitosa, per svegliarsi all’improvviso e rendersi conto che una bufera aveva spazzato via il tetto, lasciandoli esposti e indifesi.

Non si potevano biasimare quelli che se n’erano semplicemente andati. Né, infondo, quanti  avevano accettato ogni compromesso pur di trovare un modo di cavarsi d’impiccio. Roman era più propenso a disprezzare gli stranieri, che si erano precipitati sul suo paese come sciacalli intorno a una bestia ferita, anche se non poteva negare che molte di quelle ferite erano autoinflitte. Una pubblica amministrazione allegra e sprecona, che sconfinava troppo spesso in una corruzione talmente evidente da sembrare quasi fiera, aveva creato il terreno di coltura ideale per una velenosa criminalità.

Una volta, guardando un documentario con Cecilia, aveva sentito una parola davvero strana, Mitridatizzazione, che in pratica era un fenomeno per cui, assumendo un veleno letale a piccole dosi, si diventava immuni. Il nome derivava da un paranoico re dell’Asia, che per ironia della sorte, quando si era ritrovato inevitabilmente circondato dai nemici che la malafede gli aveva procurato, aveva cercato una morte incruenta proprio con il veleno che lui stesso aveva reso inefficace. La morale della storia era che, con ostinazione e pazienza, si può imparare a sopravvivere a tutto, compreso quello che dovrebbe ucciderti. La stessa cosa che stava succedendo alla Romania.

Finita la prima sigaretta, controllò l’ora, accendendo la seconda. L’aereo era in ritardo. Pensò di entrare nella hall a godersi l’aria condizionata e magari una birra, ma vista l’insistente ostilità con cui i poliziotti all’ingresso guardavano la sua auto fuori posto, preferì non allontanarsi, per evitare l’inutile contrattempo di una multa che tanto non avrebbe pagato. Dopotutto, era lì per lavoro.

L’attesa si prolungò ben oltre la fine della seconda sigaretta. Con grande sorpresa e altrettanto disappunto, Roman si era reso conto, negli ultimi tempi, di sentirsi in colpa quando guardava le altre donne, per cui cercava di non farlo. La parte della sua personalità che orbitava sotto la cintura, continuava stoicamente a sostenere che non ci fosse nulla di male. Ma un’altra parte, quella che lo faceva alzare la mattina per andare a lavorare, sembrava aver creato inopportuni cortocircuiti tra un bel culo e il senso del dovere, capaci di procurargli disagio e confusione. Questo stato di cose dipendeva da vari fattori, il primo dei quali era una subdola ansia, che a tratti somigliava in modo preoccupante a una sindrome da stress. Non dormiva bene da settimane e, in generale, si sentiva come se qualcuno gli avesse fatto un nodo alla spina dorsale, per cui era diventato impossibile trovare una posizione capace di dargli sollievo. L’innesco emotivo gli era chiaro, anzi a volte non riusciva letteralmente a pensare ad altro, ma con la montagna di cazzi che si accumulava all’orizzonte, preferiva rimandare il momento di una lucida riflessione in merito a quando le cose si fossero calmate, almeno sul fronte del lavoro. Fino ad allora, il piano era far finta di niente, sembrare rilassato, in particolare con Cecilia, e tenere duro.

In cerca di qualcosa di diverso da guardare, che non fossero ragazze in carne e ossa o peggio cartelloni pubblicitari con donne seminude dai sorrisi disponibili, finalmente vide  Ettore uscire dalla porta automatica del terminal. In effetti sarebbe stato difficile non vederlo. Era più alto della media di una spanna, i capelli a spazzola, neri come la barba corta e talmente curata da sembrare disegnata con il righello, le spalle larghe come un buttafuori, un’arrogante polo bianca con il colletto alzato e un trolley grande quanto una carriola ancora avvolto nella plastica antitaccheggio. Anche lui aveva gli occhiali da sole, immancabili nell’uniforme da italiano in vacanza. Roman lo salutò con la mano, senza muoversi dalla sua posizione. Ettore lo notò con la stessa rapidità con cui era stato notato. Sorrise e si avvicinò senza fretta.

-Qui non si può parcheggiare, lo sai?- disse in inglese, con il suo inconfondibile accento stracolmo di vocali senza sfumature.

-Io parcheggio dove cazzo mi pare- rispose Roman.

Fin da quando si erano conosciuti, più di un anno prima, avevano trovato un bizzarro sistema di comunicazione che mescolava inglese, italiano e rumeno, reso molto efficace dal fatto che entrambi ormai conoscevano le parolacce in tutte e tre le lingue. Era una cosa informale, che usavano solo tra loro, ma funzionava.

Ettore aprì il bagagliaio e sistemò il trolley con una mano sola, con grande sfoggio di machismo.

-Sei proprio in forma. Per uno della tua età-

Ettore aveva poco più di quarant’anni, anche se non sembrava essersi ancora rassegnato all’idea, forse perché non era sposato.

-Età a cui tu non arriverai, se continui con le stronzate- disse, poi guardò Roman dalla testa ai piedi, soffermandosi in particolare sulla fantasia cashmere viola della camicia a maniche corte –Cristo santo. Andiamocene, prima che qualcuno ci veda insieme-

-Fai troppa attenzione alla moda, per essere un maschio bianco eterosessuale- sentenziò Roman, sistemandosi alla guida.

-E tu ti fidi troppo della tua fidanzata quando ti dice che le piaci così come sei- ribatté Ettore, dopo essersi accomodato –Sappi che, quando le donne dicono così, mentono-

Roman mise in moto e sgusciò fuori dal parcheggio con un’unica, agile manovra, immettendosi nel traffico diretto in città. Ettore impiegò parecchio ad aggiustare la posizione del sedile per trovare spazio per le sue lunghe gambe.

-Prima passiamo in albergo? Devo farmi una doccia e darmi una sistemata. Quei cazzo di autobus con le ali hanno i sedili troppo stretti-

-La riunione è alle due- rispose Roman.

-Lo prendo per un sì-

-Quanto ti fermi questa volta?-

-Almeno fino a domenica. Se vuoi invitarmi a cena, anche questo è da prendere per un sì. Ho proprio voglia di dare un bel bacio a Cecilia- Ettore accompagnò l’affermazione con un largo sorriso sornione.

-Conosci le regole. Se la nomini, ti sparo- disse Roman accendendo l’ennesima sigaretta.

Ettore afferrò la sigaretta dalle labbra di Roman, fece un tiro e la buttò fuori dal finestrino aperto -Puoi evitare in macchina? Il fumo mi infastidisce. Grazie-

-Quattro giorni, eh? E hai intenzione di girare in autobus?-

Prima che Ettore avesse il tempo di ribattere, le luminarie di un’auto della polizia comparvero nello specchietto retrovisore. Un solo colpo di sirena, come l’acuto richiamo di un uccello da preda, ribadì l’avvertimento.

-Cazzo- mormorò Roman.

-Dici che è per la sigaretta?-

-La targa. Mi sono dimenticato di cambiarla-

Roman accostò in una piazzola. Gli sbirri si fermarono alle loro spalle. Roman e Ettore rimasero in silenzio, in attesa che il poliziotto scendesse e si avvicinasse.

-Documenti. I tuoi, del tuo amico e della macchina- disse l’agente, sudato e annoiato.

-Vuoi dire “per favore, favorisca i documenti”- lo corresse Roman.

Il poliziotto si irrigidì e lo guardò negli occhi, con aria minacciosa.

–Cosa?-

Roman prese il portafogli dalla tasca, lo aprì e gli sventolò sotto il naso il proprio distintivo da Ispettore.

-Ho detto che non hai chiesto per favore-

Il poliziotto disse solo –Oh-

La sosta in albergo si prolungò per più di un’ora, durante la quale Roman trovò il tempo di mangiare un tramezzino e vuotare il pacchetto di sigarette, seduto a un tavolo all’aperto davanti all’ingresso. Ogni volta che Ettore veniva in città, prenotava al Rembrandt, un piccolo tre stelle in pieno centro storico, che sarebbe stato più adatto a un week end con la fidanzata che a una visita di lavoro. Ma a Ettore piaceva trattarsi bene.

-Sei bellissima, tesoro- disse, quando finalmente Ettore si decise a tornare, in giacca e cravatta, i capelli accuratamente tirati all’indietro e un paio di diversi occhiali da sole, in tema con il nuovo stile –Adoro questo look da minaccioso energumeno dei servizi segreti che sfoggi quando vuoi sembrare serio. Mi fai sentire al sicuro-

-E io adoro il tuo senso dell’umorismo da sit-com degli anni ’90- disse Ettore avviandosi alla macchina, abbandonata con le quattro frecce lampeggianti a cavallo di uno stretto marciapiede, proprio davanti a un passo carrabile.

Procedendo a passo d’uomo sotto lo sguardo indispettito dei molti turisti che affollavano le vie lastricate, raggiunsero il Boulevard Bratianu, che tagliava pressappoco in due la città da nord a sud, cambiando nome tre o quattro volte lungo il tragitto. Trascinati avanti nell’onda di risacca dei semafori, superarono la Piazza dell’Università e girarono a destra in via Maria Rosetti, che nonostante il nome e l’incredulità di Ettore, non aveva niente a che fare con l’Italia. Parcheggiarono sul retro del Palazzo di Giustizia, una massiccia e pretenziosa via di mezzo tra una casamatta e un tempio greco, in pietra grigia. Le riunioni congiunte si svolgevano lì, sotto il vigile sguardo della Sezione di controllo per le Relazioni Internazionali, quasi fosse un campo neutro. Il vero lavoro si faceva altrove, ma ai suoi superiori, per quel genere di cose, piaceva usare il salotto buono.

Prima di entrare, Roman prese dal bagagliaio l’uniforme insacchettata nella plastica della lavanderia. Da quando era stato promosso Ispettore Principale la indossava raramente, ma non poteva presentarsi in maniche corte come uno studente in vacanza. Trovò una toilette tranquilla, si diede una rinfrescata e si cambiò, cercando di domare la zazzera bionda con dell’acqua. Alla fine si accontentò di un risultato appena accettabile e andò a sedersi accanto ad Ettore in sala d’attesa.

Una volta entrato in modalità lavoro, Ettore perdeva tutta la gioviale propensione allo scherzo che sfoggiava in ogni altra situazione, come un laureando poco prima di discutere la  tesi, ma senza la nervosa incertezza dei ragazzini. Era composto e concentrato, anche più di quanto non ci si aspetterebbe da un pubblico ufficiale che prenda seriamente il proprio dovere. Guardandolo in quelle situazioni, Roman aveva la sensazione che per Ettore il lavoro fosse l’unica cosa della vita che valesse la pena di prendere sul serio. Al loro primo incontro, aveva pensato che si trattasse di carrierismo. Ma era bastato poco per capire che non era solo apparenza. C’era qualcosa di personale. Era quel qualcosa che li aveva fatti diventare amici.

La riunione cominciò con qualche minuto di ritardo, ma c’era d’aspettarselo. Dovevano essere presenti troppi funzionari di grado elevato per poter pretendere puntualità. La sala loro assegnata, occupata quasi per intero da un gigantesco tavolo di legno scuro, affacciava sul retro del palazzo, con vista sul parcheggio. Ettore si sedette con i rappresentanti dell’Ambasciata Italiana, spalle alla finestra. Roman prese posto dall’altra parte, tra gli ufficiali della Polizia Rumena e i burocrati della Procura Anticrimine. A separarli, un’ordinata fila di bottiglie d’acqua e bicchieri di vetro.

In teoria, l’intera discussione si sarebbe dovuta svolgere in inglese, ma la regola non era osservata in modo ferreo. Ettore e i suoi si consultavano spesso in italiano, così come i superiori di Roman si scambiavano opinioni in rumeno. Era più che altro una questione di comodità, per aiutarsi con la traduzione e migliorare la comprensione generale. Far cooperare sistemi giudiziari diversi era come condurre una gigantesca nave attraverso uno stretto canale. Per evitare disastri era indispensabile avere dei buoni timonieri e che tutti gli altri sapessero cosa fare e quando farlo. Nessuno intendeva intralciare, o anche solo esprimere giudizi non richiesti sulle modalità di lavoro altrui ma, per quanto tutti lo sapessero, c’era sempre la necessità di ribadirlo nel modo più esplicito possibile. Roman lo chiamava galateo tra sbirri.

Tutto questo rendeva il lavoro più lento, almeno quanto la questione delle legislazioni differenti. Prima di poter fare passi avanti anche minimi, le Procure titolari dell’indagine frugavano nei codici penali come idraulici costretti a lavorare alla riparazione dello stesso grosso guasto, senza essere certi che nelle rispettive borse ci fossero attrezzi identici, o quantomeno simili. Quello che era reato da una parte del tavolo, poteva non esserlo dall’altra, o esserlo con modalità e definizioni discordanti.

Tutta la faccenda era partita da Milano, come un’indagine locale sullo sfruttamento della prostituzione minorile. Ma quello che all’inizio sembrava essere un piccolo per quanto velenoso serpente, si era rivelato un gigantesco drago dalle molte teste, le cui spire si srotolavano attraverso l’Europa. Comporre i dettagli aveva richiesto tre anni di lavoro e il coinvolgimento di sette paesi, alcuni dei quali non facevano neppure parte dell’Unione Europea e avevano ben radicati motivi storici per detestare i vicini. Ma i Balcani erano così e nessuno poteva farci niente. Con tutto che Roman, in quanto rumeno, ci sguazzava dentro fino al collo, definirlo un casino gli pareva poco. Rancori antichi attizzati da nuove guerre, conflitti etnico religiosi e soprattutto un guazzabuglio di minoranze inglobate forzatamente con l’intento di punire qualcuno e premiare qualcun altro, creavano un clima di diffidenza, quando non di aperta ostilità. A volte gli sembrava di affrontare il crimine organizzato con una squadra disorganizzata, e con una mano legata dietro la schiena.

Il loro particolare nemico era l’ennesima incarnazione di un avversario mercuriale, capace di ricomporsi ogni volta che veniva smembrato, come un invincibile titano della mitologia. Si chiamava traffico di essere umani e la sua parte più sordida era la tratta delle schiave sessuali. Il mercato del sesso muoveva più soldi di qualunque voce dell’economia legale, compreso il commercio delle auto, ed era secondo solo al narcotraffico nel rapporto tra investimenti iniziali e ricavi ottenuti. Gli sfruttatori erano gli eredi dei mercanti di schiavi dell’antichità ed era molto probabile che vedessero sé stessi solo come imprenditori disposti a sporcarsi le mani un po’ di più degli altri. Una parte consistente dei loro introiti derivava dalla vendita a prezzi esorbitanti di transiti più o meno sicuri attraverso le frontiere, come agenzie viaggi per disperati. Chi non era in grado di pagare, impegnava l’unica cosa che aveva, la propria libertà, offrendosi come manodopera da impiegare in lavori degradanti e rischiosi per un tempo stabilito e rendendosi in questo modo complice dell’organizzazione che lo sfruttava. Ma il peggio era la prostituzione.

Qualcuno la definiva il lavoro più antico del mondo, ma Roman non la vedeva così. Il lavoro più antico del mondo, in realtà, era costringere qualcun altro a lavorare al posto tuo. La prostituzione era il commercio di qualcosa che solo la necessità o la coercizione potevano obbligare a vendere, e c’entrava parecchio con il fatto che gli uomini, in molti casi, quando guardavano una ragazza, non vedevano una persona, ma una cosa. Era una strana sineddoche, come quella che scatta in un leone che guarda una zebra e vede bistecche ambulanti. Gli uomini guardavano le donne e per prima cosa vedevano sesso. E se questo sesso era anche in vendita, per di più a prezzi stracciati, l’istinto faceva un passo avanti e la ragione ne faceva un paio indietro. Da poliziotto, gli era capitato più spesso di imbattersi in persone che si erano fatte remore a comprare un orologio d’oro su un banchetto per strada, nel timore che fosse rubato, piuttosto che clienti di prostitute che si fossero almeno chiesti se l’oggetto del loro acquisto non fosse una schiava costretta con la tortura o il ricatto. Senza contare che, quando si trattava di sesso, il giudizio atavico della società era tanto indulgente con gli uomini, quanto severo con le donne, come se le prostitute fossero merce colpevole di essere stata messa in vendita.

Purtroppo, il mercato del sesso era una realtà, sia che fosse regolamentato, tollerato o combattuto. Reali erano i clienti che creavano la domanda, i trafficanti che fornivano l’offerta e i molti a cui non fregava un cazzo di immischiarsi in una questione tanto pruriginosa. Ma soprattutto, reali erano le vittime. Ragazze ingenue, bisognose o semplicemente sfortunate, cadute senza colpa nelle mani di aguzzini privi di scrupoli, che ne spezzavano la volontà con accanimento sadico e perverso. Trascinate da una parte all’altra dell’Europa, private dei documenti, vendute, scambiate e umiliate al punto da dare alla propria stessa vita un valore inferiore a quello pagato dagli sfruttatori per fare di loro ciò che volevano.

Pensare alle vittime era come gettare una secchiata di benzina sulle braci della sua rabbia repressa. Roman era troppo cinico per non sapere che, quand’anche fossero riusciti a strappare alla schiavitù una parte di quelle ragazze, non sarebbero mai state tutte, e che una volta tratte in salvo, l’unico destino che le attendeva era tornare nei villaggi assediati dalla miseria in cui tutto era cominciato. Quanto tempo sarebbe servito perché nuove organizzazioni prendessero il posto di quelle smantellate?

Il potere è come l’acqua, non si può creare un vuoto che non venga immediatamente e violentemente riempito. Prima o poi le ragazze soccorse con tanti sforzi, si sarebbero trovate di nuovo in pericolo. E forse non ci sarebbe stato il modo di salvarle una seconda volta.

Il filo dei cupi pensieri di Roman, pericolosamente vicini a diventare maniacali, fu opportunamente spezzato dal suo capo, il Commissario Principale Cimiu, che lo chiamò in causa per parlare degli sviluppi dell’indagine in corso a Bucarest.

Roman cominciò a esporre in inglese la lezioncina mandata a memoria negli ultimi giorni.

-Abbiamo continuato i pedinamenti e le intercettazioni tra i sospetti di collusione con  Stefan Lazar. Il boss non è ancora stato localizzato, ma riteniamo di aver ridotto il numero dei possibili nascondigli. Inoltre, abbiamo identificato almeno altri due membri della cosca. Questo porta il totale nei nostri indiziati a undici-

-Almeno?- chiese Ettore, prendendo appunti a testa bassa.

-Cezar e Iancu Bratu, sono i nipoti del boss. Gestiscono sotto falso nome alcune attività di copertura. C’è una terza persona, un altro cugino, Pavel, che però non ha precedenti. Gli accertamenti sono in corso-

-Quindi sarebbero dodici arresti più il boss? Il che porterebbe il nostro totale a centotrentaquattro. È possibile esaminare i riscontri?-

-Certamente, Commissario- rispose Roman –I fascicoli sono quasi completi-

Ettore alzò appena gli occhi dal foglio.

–Si può quantificare questo quasi? Quanto tempo occorre perché siano completi?-

-Meno di quello che occorrerà per risolvere le questioni giurisdizionali con i serbi- si intromise Cimiu –Che, da quanto ho capito, sono ancora in alto mare-

-Non intendevo mettere fretta- ribatté Ettore –Vorrei solo capire se avrò modo di vedere il materiale prima del mio rientro-

-Per questo non ci sono problemi. L’Ispettore Vlacu le illustrerà tutti i dettagli entro i prossimi giorni-

-Come sempre- disse Roman, con un mezzo sorriso che Ettore finse di ignorare.

-Ottimo- disse, dopo essersi consultato con gli uomini della sua ambasciata –Per quanto riguarda la polizia serba, il loro grado di collaborazione è alto, direi. Stanno facendo del loro meglio, considerata la situazione internazionale. Ma ci vorrà più del previsto. Per il momento è fondamentale completare la fase istruttoria, in modo da essere pronti a far scattare l’operazione congiunta-

-Noi siamo pronti- puntualizzò Cimiu –Lo siamo da almeno una settimana-

-Quello che vi chiedo è di continuare ad esserlo e, nel frattempo, mantenere un basso profilo. Una mossa falsa a questo punto potrebbe costarci molto cara- rispose Ettore.

-E se dovessimo riscontrare una situazione di pericolo immediato?- chiese Roman, di slancio.

Ettore lo scrutò.

–Cosa intende, Ispettore?-

-Per una… o più ragazze. Pericolo di essere rapite. Diamo la priorità alla sicurezza delle ragazze o a quella dell’operazione?-

La domanda piombò sul tavolo come un’incudine da mezza tonnellata. Alcuni degli ufficiali fissarono Roman come orchestrali con un violinista fuori tempo, ma ormai era andata, quindi ‘fanculo tutto. Voleva una risposta chiara. Ettore non si sottrasse, né sembrò considerare la richiesta terribilmente fuori luogo come la maggior parte dei presenti.

-La nostra operazione ha l’obbiettivo a salvarne molte più di una. Darei la priorità a questo-

-Sì, anche io- aggiunse Cimiu, fulminando Roman con occhi di fuoco.

-Però mi pare una buona cosa che l’argomento sia stato sollevato- proseguì Ettore –È importante chiarire che la coordinazione è tutto. Se vogliamo smantellare l’intera banda  dobbiamo essere certi di chiudere la rete prima che i pesci scappino. Per questo occorre evitare di metterli in allarme. Non si può fare altrimenti-

Roman annuì con un smorfia.

E per sottolineare quanto poco la cosa gli piacesse, aggiunse -Cioè restiamo a guardare finché voi non ci date l’ok?-

Vlacu!- sibilò Cimiu.

Ettore rimase impassibile.

–È un brutto modo per dirlo, però sì. È un problema?-

Roman fissò Ettore, come se nella stanza ci fossero solo loro due.

–Anche se lo fosse, non c’è modo di risolverlo. Quindi diciamo di no. Non è un problema-

Si zittì per il resto del pomeriggio, durante il quale vennero discussi noiosi passaggi procedurali riguardanti le estradizioni. Appagato in questo modo il moloch della giurisprudenza, la riunione fu chiusa da una interminabile serie di strette di mano incrociate.

Il sole era alto anche se ormai era l’ora di cena, quando Roman, ancora in divisa, e Ettore, uscirono fianco a fianco dal Palazzo di Giustizia.

-Prima o poi la smetterai di essere una testa di minchia- disse Ettore mentre saliva in macchina.

-Ti riporto in albergo- ribatté Roman, slacciandosi la cravatta.

-Non ce la facciamo una pizza? Così magari mi spieghi che cazzo intendevi con quella storia del pericolo immediato

-Sta sera non posso. Ho i suoceri a casa e sono già in ritardo-

-Ne parliamo domani mattina in ufficio?-

-Non c’è niente di cui parlare. Era solo una domanda ipotetica- rispose Roman, sbrigativo.

Mise in moto e uscì dal parcheggio. Ettore non smetteva di fissarlo.

-Non è che ipoteticamente stai facendo qualche stronzata, vero?-

-Tranquillo. Nessuno mette in pericolo la tua preziosa operazione-

-La nostra operazione. Ci siamo dentro insieme e falliremmo insieme, se faremo stronzate. E quando dico faremo, intendo farai– disse Ettore.

-Che ne sai? Magari l’ho già fatta-

Ettore si massaggiò la fronte, come per un improvviso mal di testa.

-Ok. C’è qualcosa che dovrei sapere?-

-È tutto sotto controllo, capo- mentì Roman.

–Sicuro?-

Roman avrebbe voluto parlare a Ettore di tutti i suoi casini. Avrebbe voluto davvero. Purtroppo, l’esito tutt’altro che positivo della riunione, con il tardivo ordine di mordere il freno, lo aveva precipitato in un groviglio di frustrazione e rancore verso il sistema che gli si chiudeva addosso come una camicia di forza passivo aggressiva da cui non riusciva a districarsi.

Quindi disse solo –Sì. Sicuro-

Ettore accolse la risposta con un sincero slancio di fiducia.

-Perfetto, allora a domani. Dì a Cecilia che non vedo l’ora di salutarla. È una brava ragazza. Ogni tanto se lo merita di abbracciare un vero uomo-

Roman sorrise quasi senza bisogno di fingere, felice di cambiare argomento.

-Credo che ti veda più che altro come un vecchio zio-

-È perché non mi ha visto bene-

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Rickyreds
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Scrivo per passione dall'età di 12 anni! (Leggo dall'età di 6, ma questo lo fanno tutti, quindi forse non vale la pena di sottolinearlo)

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