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3.

 

 

 

Le porte del vagone si chiusero con un sibilo. Ecaterina cercò un posto a sedere lontano dagli altri viaggiatori, allungò le gambe sul sedile di fronte e cominciò a guardare con cupo disinteresse la città che sfilava fuori dal finestrino. Cosa avesse spinto Eliana a lasciare il maestoso silenzio delle loro montagne per il cacofonico formicaio che gli uomini chiamavano civiltà, era incomprensibile.

Per quanto la riguardava, Bucarest era solo l’emersione visibile di un’infezione diffusa, come una sorta di verruca. Per qualche ignoto motivo, che li faceva somigliare a piccoli roditori timorosi, gli umani si rintanavano nelle loro tane ammassate le une sulle altre, implorando di essere schiavi di debiti e costrizioni. Incatenavano la propria libertà con chiodi di denaro e cemento, ricevendo in cambio una routine monotona e idiota, all’ombra della quale vivere giorni tutti identici, nella speranza di esorcizzare in questo modo il tempo e la paura che ne avevano.

Il problema, però, non erano tanto gli uomini e il modo in cui avevano scelto di trascinare le loro vite effimere. Potevano benissimo morire tutti ammazzati dalla loro avidità insaziabile, come un serpente strangolato da un boccone troppo grande, se così volevano. Il suo vero cruccio era Eliana e la sua grottesca curiosità nei loro confronti, come una bambina ancora priva del senso del ribrezzo che si fosse incaponita a giocare con la merda di cane, costringendo anche Ecaterina a immergerci le mani. Se solo avesse potuto trascinare Eliana a casa con la forza e incatenarla a un albero finché la sua follia non si fosse esaurita, lo avrebbe fatto. Purtroppo non poteva.

-Biglietto, prego-

Ecaterina si rese conto che il tizio in uniforme ce l’aveva con lei solo quando la sua ostinazione cominciò ad infastidirla. Si voltò a guardarlo. Il ragazzo la fissò a sua volta, l’obliteratrice di lucido acciaio puntata verso di lei in attesa di qualcosa da mordere.

-Biglietto- ripeté, con una punta di impazienza.

-Vai a ‘fanculo- rispose Ecaterina.

E riprese a ignorarlo. Il ragazzo rimase immobile per un attonito istante. La prudenza gli suggerì di non aggiungere altro. Rigido come una statua, si voltò verso i turisti tedeschi dell’altro scomparto.

-Biglietti, prego-

Era l’ottavo viaggio che si costringeva a fare su quel treno, in una direzione o nell’altra. La scena si era ripetuta sempre uguale. Ecaterina non aveva prestato attenzione agli idioti che si erano fatti avanti di volta in volta, o almeno non tanta da riconoscerli, tuttavia cominciò a chiedersi quanto potessero essere stupidi per continuare ad insistere. Curiosamente, cominciava a capirli. Dopo tutto, anche lei non faceva altro che andare avanti e indietro, per chiedere a Eliana la stessa cosa, solo per ricevere ogni volta identica risposta. Per questo, fin ora, si era limitata a mandarli a fare in culo, senza sciancarne neppure uno. O forse Diana aveva ragione. Tutta questa storia l’aveva fatta rammollire.

Per quanto si sforzasse, non riusciva a evitare di pensare a lei. Non la vedeva da più di sei mesi, ormai. Con il tempo, anziché guarire, la ferita del distacco bruciava sempre più. Se Eliana fosse stata in grado di sbirciare nei suoi sogni, avrebbe scoperto quanto, in questo, erano simili. Con la differenza che Eliana e il suo Dorian potevano vedersi quando volevano, mentre i baci di Diana, per Ecaterina, erano solo marchi a fuoco impressi nella memoria. La fuga di Eliana le aveva portato via molto di più di quanto la sorella pensasse, o cercasse di comprendere.

Se la mamma fosse stata ancora con loro, tutto questo non sarebbe successo. Non che fosse colpa sua. La mamma aveva fatto ciò che doveva e Ecatrina, in cuor suo, la adorava per questo. Ma finché c’era lei, la ribellione di Eliana si era limitata a un’autistica resistenza nell’accettare il loro mondo. Un incaponimento che le era valso una serie di epiteti tra cui il più gentile era forse ritardata, appioppatole da Diana a sei anni e da cui, per altro, non aveva fatto nulla per liberarsi, anche se era evidente quanto la ferisse. Ecatrina non aveva mai amato sentirla chiamare in quel modo, specie quando la vedeva piangere, ma, al contrario della madre, non aveva neppure tentato di difenderla, sperando che quelle sferzate potessero in qualche modo spronarla a lottare.

Non era successo. Al contrario, Eliana si era rifugiata ancora più a fondo nelle sue fantasie escapiste. Ecaterina, troppo concentrata sul suo apprendistato, aveva sottovalutato la cosa, opponendo la propria ostinazione a quella della sorella, in una sfida del silenzio che le aveva impedito di comprendere quanto quella follia fosse vicina ad esplodere, finché non era stato troppo tardi. Aveva continuato a vivere la propria vita, con l’arrogante sicurezza che Eliana avrebbe ceduto all’inevitabile e che quindi non fosse necessario convincerla a farlo. Questo fino a una mattina dell’inizio di dicembre, quando la consapevolezza di quanto si sbagliasse l’aveva travolta come una frana.

Aveva trascorso il giorno precedente e l’intera nottata insieme a Diana, a Brasov, cosa che all’epoca accadeva di frequente. Era una di quelle fasi in cui la loro turbolenta relazione andava stranamente per il meglio. Da più di un anno, tra loro, non esplodeva alcun vero scontro, fatto insolito, considerato quanto Diana amasse litigare. Ecaterina fremeva nel desiderio di apprendere cose nuove sul potere e sul piacere che solo Diana era in grado di insegnarle. Stordita dalle sue passioni, non aveva pensato a Eliana per tutta la notte, né durante il viaggio di ritorno, sulla corriera che arrancava con esasperante lentezza lungo i tornanti resi infidi dalla neve, certa di trovarla come sempre a casa quanto della presenza della casa stessa. Invece, aveva trovato solo un foglio di carta, sul cuscino della sorella. Poche parole vergate con la sua grafia morbida e infantile.

 

Non posso più stare qui. Mi dispiace.

Ti voglio bene.

Eliana

 

All’inizio aveva pensato a uno scherzo, forse una piccata reazione all’ennesima assenza notturna di Ecaterina. Così aveva stracciato il messaggio e si era messa a dormire, o almeno aveva tentato di farlo. Ma dopo ore di inutile rigirarsi tra le coperte, in attesa di sentire la neve scricchiolare sotto i passi di Eliana che tornava, pregustando l’indifferente silenzio che avrebbe opposto alla sua provocazione, aveva cominciato a temere che nulla di quanto immaginava sarebbe accaduto. Allora si era alzata e aveva controllato nella cassapanca. Mancavano lo zaino, le scarpe pesanti e tutti i vestiti. Eliana lo aveva fatto davvero. Era scappata.

La prima reazione era stata di rabbia. Gli artigli neri estroflessi, i denti mutati in zanne, aveva afferrato la cassapanca, era uscita in cortile e l’aveva scaraventata contro un albero con tanta forza da farla esplodere in schegge, ruggendo abbastanza da scatenare la fuga precipitosa di ogni essere vivente a portata d’orecchio. Senza la volontà di trattenersi, si era aggirata per i boschi in cerca di qualcosa da uccidere. Per loro somma fortuna, in quella stagione, i contadini trascorrevano la maggior parte delle gelide giornate rintanati in casa, così si era dovuta accontentare di un cervo. Lo aveva braccato tra la neve, inseguendolo lungo il pendio. Quando infine lo aveva preso, ne aveva sbrindellato la carcassa finché della bestia non era rimasto altro che una chiazza rosso scuro attorno a miseri resti di ossa scarnificate. Inferocita più che placata, aveva trascorso il giorno e la notte seguenti a caccia e non c’era stata preda abbastanza agile o combattiva da sfuggire all’ecatombe. Era tornata a casa solo quando si era sentita troppo esausta per continuare. Mentre guardava il sangue gocciolare sul pavimento dai propri capelli fradici, il furore si era lentamente mutato in angoscia. Eliana mancava da casa da ormai tre giorni. Dove poteva essere andata?

L’unica certezza era che stava bene, altrimenti Ecaterina lo avrebbe saputo. Fin dalla nascita, condividevano un legame che andava ben oltre la pallida intuizione millantata dai gemelli umani. Il vincolo che le univa era simile alla risonanza tra due diapason accostati, in virtù del quale se Eliana inciampava in una pietra, entrambe si ritrovavano col ginocchio sbucciato. Inutile negare che questo, unito all’affetto, aveva contribuito a renderla iperprotettiva, se non altro per un sano slancio di autoconservazione. Funzionava anche con le sensazioni molto intense, per questo era stato impossibile per Eliana tenerle nascosto il fatto di essersi innamorata. Come per la maggior parte dei loro doni comuni, anche tale connessione sembrava essere unidirezionale. La magia, in Eliana, era tanto debole che non ne subiva gli stessi effetti, come non poteva coglierne le sfumature, a eccezione di qualche sogno sporadico e solo quando Ecaterina voleva che ciò accadesse.

Era stato l’orgoglio a trattenerla dal cercarla. La fuga l’aveva ferita più di qualunque litigio e, per quanto la preoccupazione le strisciasse intorno alle caviglie come un viscido e ostinato tentacolo, per giorni Ecaterina si era costretta ad ignorarla nonostante inciampasse in essa a ogni passo. Se Eliana aveva deciso di essere la stupida che Diana riteneva, facesse pure. Prima o poi, la paura o la consapevolezza della propria inettitudine l’avrebbero costretta a tornare. Allora Ecaterina l’avrebbe accolta con un ringhio di vittoria. Ma neppure questo successe.

Con il solstizio sempre più prossimo e la preoccupazione che la teneva sveglia notte dopo notte, Ecaterina non era più riuscita a fingere. Il sangue versato a litri nei primi, furenti giorni della sua solitudine l’aveva riempita di energie, che la mancanza di calma e concentrazione le avevano impedito di utilizzare. In una notte di Luna Nuova, aveva avvolto lo Specchio d’Argento di sua madre in una spessa coperta ed era salita al Cerchio. Aveva scavato nelle proprie mani solchi profondi abbastanza da scoprire i tendini e aveva premuto i palmi sul metallo. Spezzata dall’estatica agonia della carne che ribolliva di acide ustioni, aveva offerto le sue sofferenze alla Notte, alla Terra e alla Nera Signora dei Trivi. Ma nessuno aveva risposto. Il fallimento l’aveva straziata nel corpo e nell’anima.

Nei lunghi giorni necessari a guarire si era interrogata su cosa fosse andato storto. La sua stessa natura avrebbe dovuto rendere più facile l’evocazione. E mai in passato era stata tanto carica di energie sacrificali né tanto determinata a ottenere risposta. Perché i demoni l’avevano ignorata? Immobilizzata dalle ferite e confusa da un esito tanto nefasto e inatteso, non aveva fatto altro che rimuginare, fino al giorno prima del solstizio, quando Diana si era presentata alla sua porta.

Diana non era sembrata per nulla stupita della notizia della fuga di Eliana, ma come avrebbe potuto? Era anzi sorprendente che non l’avesse prevista, come Ecaterina aveva subito insinuato. Se lo sapeva, perché non l’aveva avvisata, in modo da prevenirla? Incalzata dalle sue domande, Diana aveva risposto come sempre faceva, con un sorriso e una velenosa miscela di verità e menzogna. Avevano litigato. O meglio, Ecaterina aveva tentato di litigare, la rabbia che cresceva furibonda quanto impotente, alimentata dalla noncurante sufficienza di Diana. A lei non importava nulla di Eliana, non le era mai importato. La sua fuga sembrava anzi un sollievo, come se un’ospite indesiderata si fosse finalmente tolta di torno.

Ecaterina, infine, le aveva chiesto aiuto. Per la verità, l’aveva preteso. Con i suoi poteri, Diana poteva trovarla facilmente, ovunque si fosse nascosta. Le sarebbe bastato il più semplice dei rituali, che Ecaterina avrebbe felicemente irrorato con il proprio sangue, se fosse stato necessario. Il legame che condivideva con Eliana avrebbe reso tutto ancora più facile.

La risposta di Diana era stata una pugnalata al cuore.

Il rituale non poteva fallire, questo era vero, ma non ce ne sarebbe stato  alcuno, a meno che Ecaterina non l’avesse implorata, come risarcimento per gli insulti e l’arroganza che le aveva sputato addosso. Voleva umiliarla. Anzi, peggio, voleva che si umiliasse da sola, senza la certezza di ottenere ciò per cui avrebbe strisciato. Altrimenti, Ecaterina poteva continuare a prendere a testate i muri, o fare qualunque altra inutile cosa stesse facendo. E tanti auguri per la sua ricerca. Ecatrina si era infuriata. Ovviamente, il tentativo di imporre la propria volontà con la forza era terminato in un nuovo, catastrofico fallimento. Dopo averla domata, Diana le aveva riso in faccia e se n’era andata. Non la vedeva da allora.

Il treno entrò nella stazione di Brasov poco prima del tramonto. L’ultimo tratto del viaggio offriva panorami decisamente più coerenti con il concetto di bello di Ecaterina. Sebbene la città dilagasse tra i colli come una pozzanghera di pietra, da quelle parti, gli umani avevano ancora il buon gusto di non essere troppo numerosi. Nonostante i goffi tentativi di sembrare diversa, Brasov non era meglio di Bucarest. Rigonfia di migliaia di uomini che davano importanza a cose che ne erano prive. L’unico sentimento che le suscitava quell’incrostazione fognaria era il desiderio di andarsene più in fretta possibile.

L’ultima corriera che risaliva la valle era partita da un pezzo. Lungo la strada, i taxi  aspettavano allineati sotto i lampioni i turisti da scorrazzare per il centro, i conducenti radunati in piccoli crocicchi fumosi. Ecaterina raggiunse la prima auto della fila. Il taxista era al posto di guida. Sul sedile posteriore, tre ragazzi alticci stavano decidendo dove farsi portare. Ecaterina aprì la portiera dal lato del passeggero e si sedette, dopo essersi liberata del borsello dell’autista, gettandolo sul tappetino. Colti di sorpresa, tutti si zittirono e la guardarono. Dopo un momento di silenzio, il taxista, un uomo corpulento, con la testa rasata e il vistoso tatuaggio di un orso sul collo, provò a dire la sua.

-Sono occupato-

Ecaterina si voltò verso i ragazzi.

–Scendete. Ora-

I tre rimasero immobili, aspettando che qualcuno provasse ad obbiettare. Ma nessuno lo fece. Così, molto saggiamente, si precipitarono fuori alla massima velocità consentita dal loro stato alterato.

Risolta la pratica degli ubriachi, Ecaterina si rivolse al taxista.

–Conosci Vraj?-

Lui annuì senza fiatare. Era così grosso che sovrastava Ecaterina con la sua mole anche da seduto, ma sembrava essersi reso conto all’improvviso di essere chiuso nello stretto abitacolo con una tigre.

-Portami lì-

L’uomo annuì di nuovo. Ingranò la marcia e partì senza mettere la freccia. Sfiorò un altro taxi in partenza, che strombazzò tutto il proprio disappunto sterzando bruscamente a sinistra. Il taxista non gli badò, aggrappato al volante come un naufrago a un pezzo di legno.

-Mi ucciderai?- chiese, immettendosi nel traffico in uscita dalla città, la testa calva luccicante di minuscole perle di sudore.

–Non lo so. Pensi di riuscire a guidare e stare zitto?-

L’uomo chiuse la bocca e guidò senza più parlare.

La strada che conduceva a Vraj, l’unica degna di quel nome nel raggio di chilometri, non era mai stata asfaltata. Era una lingua di ghiaia e polvere che serpeggiava in tornanti lungo il fianco della valle, ampia a mala pena abbastanza da consentire il passaggio di due veicoli affiancati. Si allargava in corrispondenza della piccola chiesa di mattoni del paese in una piazza da tempo derubricata ad area d’inversione per gli unici veicoli che si spingevano fin lassù: la corriera da Brasov che faceva capolinea e qualche raro automobilista che si era smarrito. Nessun forestiero si spingeva volontariamente fino a Vraj. La cosa non era poi così strana, considerato che la maggior parte dei suoi stessi abitanti cercava il modo per andarsene.

La chiesa era un edificio basso e robusto, più simile a un granaio che a un tempio, con il tetto di legno che spioveva quasi fino a terra e una tozza guglia campanaria in corrispondenza dell’altare. Non aveva finestre, solo strette feritoie a forma di croce, profonde e cupe, da cui  la luce faticava ad entrare. L’interno, affumicato da secoli di devozioni contadine, era un antro angusto e soffocante, su cui vegliava a lume di candela un plotone de icone annerite dalla fuliggine. Era sorprendente l’attaccamento con cui la gente del villaggio continuava ad adorarle, nonostante fosse evidente quanto poco questo servisse a proteggerli. E lo era ancora di più se si considerava che era stata proprio la crosta dorata di inutili rituali sotto cui gli umani avevano sepolto il Bene a limitarne la potenza.

La malconcia pensilina della fermata della corriera e i tavoli all’aperto di un bar così isolato da non aver bisogno di un nome, completavano il misero corredo della piazza, da cui partiva una ramificazione di ripide viuzze che si insinuavano tra le case dimesse. Alcune avevano ancora il tetto di paglia e qualche scrostata traccia di antiche decorazioni sulla facciata, ma la maggior parte erano vecchi ruderi trascurati, con i tetti in lamiera e reti da pollaio arrugginite a segnare i confini dei cortili invasi di ciarpame. Nel bar trovavano posto, come Eliana le aveva ricordato, l’unico telefono di Vraj, uno dei pochi televisori, la rivendita di tabacchi e l’edicola, e questo era sufficiente a renderlo una vera attrazione per i vecchi del paese. Sul retro dello stesso edificio c’era il negozio, che vendeva un po’ di tutto, dai vestiti alla carne in scatola. La corriera passava due volte al giorno, trattenendosi appena il tempo necessario a consegnare e ritirare la posta e scaricare i rifornimenti. A parte il telefono del bar, era l’unico collegamento con il mondo esterno. Non c’erano passi nelle vicinanze e la strada si sfilacciava in sentieri di montagna che si addentravano tra i boschi. Nessun turista, neppure i più temerari amanti delle camminate, si spingeva fin lì. Non c’erano monasteri o castelli. Solo campi e pascoli verso il fondovalle e foresta verso le cime, spezzate e taglienti come i lembi slabbrati di una coltellata. Vraj era senza dubbio l’angolo più dimenticato della più remota valle delle Alpi Transilvane. Per questo Ecaterina lo adorava.

Il taxi raggiunse la piazza dopo più di un’ora di salita. Il buio della notte, finalmente indisturbato, incombeva sulle foreste ancestrali, assediando le sparute briciole di luce che baluginavano dalle finestre delle case. Anche nel cuore del villaggio le finestre illuminate erano poche. La maggior parte delle case era vuota. Vraj perdeva ogni anno nuovi abitanti, come una emorragia da una arteria recisa. Presto, quando la morte fosse giunta a bussare alle porte degli ultimi vecchi ostinati, sarebbe diventato un villaggio fantasma. O così sperava Ecaterina, che carezzava da tempo l’idea di ritrovarsi regina del silenzio, libera dalla fastidiosa presenza dell’umanità. Ma ciò che per lei era un sogno, agli occhi di Eliana doveva essere parso un incubo. Tanto da spingerla a unirsi all’esodo.

Il taxista accostò accanto all’ingresso del bar, chiuso ormai da qualche ora. Ecaterina scese dall’auto, si stiracchiò, assaporando l’aria fresca e pura, appena condita dall’odore di letame che saliva dalle stalle. Poi si voltò verso l’uomo al volante.

– Torna a casa. Domani sarai ricompensato per il tuo servizio di oggi- disse.

-Ti ringrazio, oh Benevola- mormorò il taxista, si sporse verso lo sportello, lo chiuse con un colpo deciso, fece manovra e imboccò la strada in discesa come se stesse fuggendo.

Ecaterina guardò le stelle. Era una notte serena, la via lattea scorreva come un fiume gonfio di presagi. Sua madre le aveva insegnato come interpretare i moti degli astri, notte dopo notte, sdraiate nei pascoli o appollaiate sulle rocce a strapiombo, rivelandole i nomi segreti delle cose nascoste nel nero abisso. Ma per leggere correttamente occorreva uno spirito incontaminato come l’aria, una condizione che da tempo non riusciva ad ottenere. Come molte altre cose, anche questo era colpa di Eliana.

Dopo che Diana se n’era andata, Ecaterina aveva trascorso lunghi giorni silenziosi a fissare i muri della sua prigione solitaria. Ignorata dai demoni e abbandonata dall’unica persona a cui era legata quanto a Eliana, era scivolata in una depressa afasia. Non era in grado di trovare Eliana da sola e ogni aiuto che aveva cercato le era stato negato. L’aveva perduta per sempre e mai sarebbe stata capace di rassegnarsi. Ma quando ormai vagava alla deriva nella propria disperazione, i sogni le vennero finalmente in soccorso. Non i suoi, quelli di sua sorella.

Dopo settimane di distacco, Eliana aveva cominciato a sognarla. Questo aveva richiamato la mente di Ecaterina, creando un flebile contatto. All’inizio si era trattato di visioni troppo sporadiche e confuse per riconoscerle per ciò che erano, ma dopo qualche notte in cui le insistenti immagini di luminarie natalizie e palazzi dalle facciate di vetro erano tornate a presentarsi, aveva capito cosa stava sognando. O meglio, cosa sognasse Eliana. Ecaterina aveva alimentato il contatto con i propri poteri, spingendo il loro legame al limite, ed era riuscita infine a raggiungerla nel reame onirico.

“Dove sei!” aveva ululato nella notte.

Eliana, spaventata, aveva tentato di ritrarsi. Ecaterina si era resa conto che se lo avesse fatto, anche quell’opportunità di trovarla le sarebbe sfuggita. Allora aveva fatto per Eliana ciò che non aveva voluto fare per Diana. L’aveva implorata.

Ti prego. Ti scongiuro dimmi dove sei. Farò tutto quello che vuoi. Ma ho bisogno di vederti.

Era stato in quel momento che Eliana le aveva proposto il loro primo patto.

Anch’io voglio vederti, le aveva detto in sogno, ma non voglio tornare. Promettimi che non mi costringerai a farlo. E ti dirò dove sono.

Ecaterina sapeva cosa questo avrebbe comportato. La sua natura le impediva di tradire o sciogliere una promessa. Per questo, quando era costretta a vincolarsi a un accordo, ne formulava solo di vaghi e contraddittori, come i demoni le avevano insegnato. Ma in quel momento, era troppo disperata e troppo vicina ad avere sollievo per concedersi il lusso della prudenza.

Dimmi dove trovarti e io non ti costringerò a tornare.

Solo allora Eliana le aveva aperto la sua mente. Poterla vedere di nuovo, abbracciarla e trascorrere tempo con lei quando ne aveva voglia erano condizioni più che accettabili, dopo tutto. E, anche se mai lo avrebbe ammesso ad alta voce, Eliana sembrava effettivamente cavarsela abbastanza bene con la sua nuova vita. Anche troppo bene, per suoi gusti. Purtroppo, non aveva alternative se non accettare ogni nuova condizione impostale, pur di continuare a far parte della vita di Eliana. E macchinare un modo per cambiare quello stato di cose.

Incontrare questo Dorian poteva essere un inizio. Aveva promesso di non terrorizzarlo attivamente, ma nulla impediva che lui, come tutti gli altri, si terrorizzasse per conto suo, senza che Ecaterina dovesse fare nulla. Con un po’ di fortuna, se la sarebbe data a gambe alla prima occhiata, rifiutandosi di avvicinarsi di nuovo a sua sorella per sempre. C’era la possibilità che Eliana non la prendesse bene, ma meglio affrontare un problema alla volta. Il primo era liberarsi di quel fuco fastidioso.

Con questa dolce prospettiva, si avviò lungo la strada in salita, le mani calcate nelle tasche, il cappuccio tirato sul capo. Al suo passaggio, i cani nei cortili trotterellarono verso i cancelli, la coda tra le gambe, uggiolando in cerca di conforto, come se temessero di averla contrariata. Un gatto tigrato interruppe le sue scorribande per avventurarsi temerario in mezzo al sentiero. Si strusciò con insistenza sulle sue gambe, finché  non si decise a prenderlo in braccio e concedergli qualche coccola doverosa.

Ecaterina seppe che qualcuno la aspettava molto prima di arrivare in vista di casa. L’inatteso visitatore aveva varcato il cancello del cortile senza essere stato invitato, una grave scortesia. Gli abitanti di Vraj non la amavano, questo non era un segreto. Ma la temevano abbastanza da sapere che disturbarla era una pessima idea. La maggior parte di loro evitava semplicemente di addentrarsi troppo nella foresta, o di trattenersi più del necessario. E nessuno lo faceva di notte.

Nelle rare occasioni in cui Ecaterina scendeva al paese per procurarsi qualche provvista, le vecchie si chiudevano in casa al solo vederla e gli uomini si affrettavano nella direzione in cui li spingevano le loro faccende, a testa bassa e senza parlare. Teo, il figlio del proprietario del bar, che si occupava del negozio sul retro, quando la vedeva entrare, attendeva a bocca chiusa  che lei finisse di prendere quello che le serviva, cercando di non farsi notare. Da quando aveva iniziato a far visita a Eliana, Ecaterina aveva cominciato a chiedersi se non si aspettasse di essere pagato. Una volta lo aveva anche fatto, per valutarne la reazione. Lui era rimasto immobile a guardare i soldi, molto concentrato, pensando forse a una specie di esame. Poi aveva aperto un cassetto e ci aveva spinto dentro il denaro con un foglio di carta, senza toccarlo. Ecaterina aveva cercato di capire se la quantità di banconote accartocciate che gli aveva gettato davanti fosse eccessiva o inferiore alle aspettative. Non riuscendoci, aveva smesso di interessarsi alla questione. E aveva ricominciato a non pagare.

La sua casa era sormontata da un alto tetto di paglia che spioveva fino ad accecare le poche finestrelle quasi del tutto. I mattoni erano anneriti dall’umidità e dalle incrostazioni di muschio e una rigogliosa infestazione di ortiche era cresciuta alla base del muro, lasciando libero solo uno stretto spiraglio davanti alla porta di legno. Il cortile, delimitato da una sbilenca staccionata di tronchi, ospitava il capanno della latrina, la legnaia e un orto officinale folto e disordinato, che debordava senza un confine preciso occupando più di metà dello spazio recintato. Da lontano chiunque l’avrebbe scambiata per un rudere abbandonato. Quando Eliana viveva lì, la casa aveva un aspetto migliore, ma erano bastati pochi mesi di incuria totale per trasformarla in un selvaggio monumento alla misantropia.

Ecaterina scrutò il cortile in cerca del suo ospite indesiderato. Lo vide seduto al riparo della tettoia della legnaia, in precario equilibrio sulla catasta dei ceppi, la torcia elettrica accesa, posata lì accanto, puntata verso il cancello. Era un giovanotto alto e robusto, con la camicia abbottonata fin sotto il mento e le mani infilate nelle tasche dei calzoni da lavoro. Quando la vide, si alzò e accennò un timido sorriso. Ecaterina non rispose.

Lo conosceva. Si chiamava Stanel, ed era uno dei pochi contadini di Vraj a non essere ancora emigrato. Era stato così sciocco o temerario da manifestare qualche timido interesse per l’amicizia di Eliana, fin da quando erano bambini. Niente più che un saluto e poche parole scambiate per strada, quando nessuno poteva vederlo. Ma forse riteneva che fosse una credenziale sufficiente a valergli qualche privilegio. Si sbagliava.

Ecaterina aprì il cancello e puntò alla porta di casa, gli occhi fissi sul viso largo ed ebete di Stanel. Il sorriso sparì dalla faccia del ragazzo.

-Che vuoi?-

Ai piedi di Stanel c’era una gabbia di ferro arrugginita. All’interno, un grosso gallo nero muoveva la testa a scatti, reagendo a ogni rumore con meccanica stupidità. Stanel la raccolse.

-Buona sera, Ecaterina-

-Che. Vuoi.-

-Io… ti aspettavo. Non lo sapevo che eri via. Devo parlarti-

Ecaterina aprì la porta con una semplice spinta. Non chiudeva mai a chiave, per il semplice motivo che non riusciva a immaginare qualcuno tanto folle da tentare un furto in casa sua. L’interno era tetro e squallido quanto l’esterno. Un unico stanzone faceva da cucina, dispensa e camera da letto, con una botola sempre aperta che scendeva in cantina e una scala per il sottotetto. Dalle travi pendevano tranci di carne e cespi di erbe essiccate. Il letto di Ecatarina era un grumo di coperte su un sottile materasso di paglia, accanto al camino. L’unico angolo d’ordine, era il letto di Eliana.

Sul tavolo, c’era una candela infilata in una vecchia bottiglia. Ecaterina schioccò le dita e la fiamma esplose sullo stoppino. Stanel, fermo sulla soglia, sussultò. Ecaterina scostò una sedia e si mise comoda, i piedi accavallati sul pianale. Sfilò le scarpe spingendole via.

-Posso entrare?- chiese Stanel.

Nonostante il timore, non sembrava intenzionato a desistere. E il gallo nero poteva solo significare che aveva in mente qualcosa di serio.

-Entra-

Stanel esitò, prima di varcare la soglia. Ecaterina lo sentì mormorare qualcosa a bassa voce, la mano destra che correva incerta dalla fronte alla pancia, in uno zoppicante segno della croce.

-Entra e basta-

Stanel avanzò fino al tavolo e posò la gabbia accanto ai piedi di Ecaterina.

-Ho portato questo-

-Sarebbe la cena?-

-Cosa? No. Cioè… questo è… per un’altra cosa-

-Dimmi cosa vuoi. E poi vattene-

Stanel abbassò gli occhi e cominciò a parlare guardandosi la punta delle scarpe. Disse tutto d’un fiato, stropicciandosi le mani senza sosta.

-Hai presente Oleg? Il figlio di Vlad? Dice che s’è stufato di fare il contadino. Suo fratello sta in Germania e gli ha trovato un posto da muratore. Oleg vuole partire con la famiglia, così fa studiare i figli e tutto il resto. Loro hanno questo terreno che confina col mio. Ne abbiamo parlato. Io ho uno zio che è emigrato pure lui, te lo ricordi? Mi manda dei soldi, ogni tanto. Li manda a mia madre, cioè. Ma comunque ho messo da parte qualcosa. A Oleg fa comodo vendere, così parte con le tasche piene e io con la terra in più magari ci faccio il vino. Ma lui non può vendere se suo padre non vuole-

-E Vlad è uno che la terra non la vende- concluse Ecaterina, pregustando la fine di quel tortuoso sentiero.

Stanel annuì.

-Mia madre dice che bisogna avere pazienza. Che è solo un vecchio e che si tratta di aspettare qualche anno- infilò una mano in tasca, ne estrasse un rotolo di banconote giallastre. Le posò accanto alla gabbia –Ma io i soldi ce li ho adesso-

Ecaterina guardò il denaro con moderato interesse. Guardò Stanel.

-Ho sempre pensato che tu fossi una specie di deficiente. Ma quando si tratta di affari sembri avere le idee molto chiare-

Stanel parve rigirare la frase di Ecaterina, prima di rinunciare a capire se fosse un insulto o un complimento.

–Quindi lo farai?-

–Fare cosa?-

Nella luce fioca della candela il volto di Stanel impallidì fino a sembrare evanescente.

–Lo sai…-

Ecaterina, piegò la testa da un lato.

-Dillo. O non lo farò-

-Farai… morire Vlad?- mormorò Stanel  –Voglio… io voglio che muoia-

-E bravo Stanel-

Ecaterina allungò la mano, prese i soldi e li fece scivolare in tasca senza contarli.

–Farò quello per cui hai pagato-

-Quanto ci vorrà?-

-Non molto. Ma devi portarmi delle cose-

-Quali cose?- chiese il contadino, con un fremito nella voce, una lontana eco di paura per la concretezza omicida della conversazione.

-Cose di Vlad. Niente che il suo devoto figlio non sia in grado di procurare-

-Come i suoi vestiti?-

-Meglio i suoi capelli. Unghie. Cose così. E c’è dell’altro-

Stanel si rabbuiò.

–Credevo che bastava pagare-

-E io credevo che i contadini fossero persone pazienti. Vuoi che sia fatto o no?-

-Sì-

-Allora tu e il tuo socio dovete fare una cosa. Vlad è un vecchio attaccato alla terra. Casa sua sarà protetta. Quelle protezioni devono essere rimosse. O non funzionerà. Non posso essere io a farlo. Dovrete farlo voi-

-Protezioni?-

-Sai a cosa mi riferisco- disse Ecaterina.

Stanel rimase in silenzio, pensoso.

–Credo… credo di sì. Ma se ne accorgerà-

-Fatelo all’ultimo momento. La sera stessa della Luna Nuova-

-È allora che succederà?-

Ecaterina sorrise.

–Sì-

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Rickyreds
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Scrivo per passione dall'età di 12 anni! (Leggo dall'età di 6, ma questo lo fanno tutti, quindi forse non vale la pena di sottolinearlo)

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