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“Dal momento in cui l’uomo si è reso conto dell’ineluttabilità del fato che presagiva, per inevitabile ciclicità, la fine del mondo in cui viveva, ha in cuor suo, quasi sperato che ciò avvenisse per cause esterne, forse un meteorite oppure una pericolosa polluzione nell’aura del suo astro o un altro, inconoscibile, motivo.

Invece lui stesso ne fu la causa, la sua stupidità e la sua avidità ne sono state i catalizzatori.

Un conflitto, breve ma incredibilmente intenso, fu il risultato.

Esplosero armi in grado di polverizzare intere città nell’arco di pochi istanti, la terra che parve fremere sul proprio asse mentre migliaia di ordigni conflagravano simultaneamente.

L’orrore degli orrori fu opera dell’uomo, poi un lungo, gelido silenzio di morte avvolse il pianeta ferito.

Molti anni sono trascorsi da quel momento, tanto che io quasi non mi ricordo la vita di prima, preso come sono in quella di adesso, a tentare di sfuggire ai morsi della fame.

Ora un altro pericolo si sta profilando all’orizzonte, meno esplosivo certo, ma altrettanto micidiale e subdolo.

Arriva con l’oscurità, attacca i poveri accampamenti dei sopravvissuti privandoli delle persone più giovani, che spariscono nella notte senza lasciare alcuna traccia.

All’inizio si era pensato a un branco di lupi o di altri famelici predatori notturni ma, col tempo, questa ipotesi è stata scartata; niente sangue e segni di lotta, nulla che potesse lasciar pensare a un attacco, semplicemente sparivano dalle loro misere brande lasciando nella più cupa disperazione i loro familiari.

Soltanto nelle tarde serate in cui la luna piena illuminava a giorno la notte, come un’impalpabile ombra qualcosa si aggirava non vista tra di loro, e neppure percepita dai loro sensi, all’interno dai baraccamenti dei profughi, carpendo con sovrumana maestria i membri più giovani dagli accampamenti, l’unica, vera speranza per il futuro dell’umanità.

Non disdegnava anche prede più anziane, quando non trovava altro!”

 

 

Chiudo lo sdrucito blocchetto in carta millimetrata e rinchiudo tra i suoi fogli il mozzicone di matita fermando il tutto con un elastico beige.

Ripongo le memorie della persona morta ai miei piedi nel taschino interno della mia vecchia giacca verde, mi alzo dallo scomodo sasso che mi è servito come sedia e mi avvio verso il focolare che sta languendo.

Lo rintuzzo con sterpi ed erbacce secche, prima di nutrirlo avidamente con un grosso ciocco di quercia.

Sono solo ormai, quello che era il mio paese è distrutto, ed io non voglio ricostruire nulla, neppure la mia baracca nella quale vivevo con la mia adorata famiglia.

I ricordi, taglienti come rasoi mi affettano l’anima, i loro volti si materializzano davanti ai miei occhi, balenando come fantasmi, sullo sfondo devastato delle rovine che io una volta chiamavo orgogliosamente casa.

Tre anni sono passati dall’ultima volta che li vidi.

Tengo impresso il ricordo dei loro lineamenti, come se avessi paura di dimenticarli, di perderli per la seconda volta.

Martha, la mia adorata moglie, Mark, il mio piccolo.

Scorrono lacrime dense sulle guance, come tutte le sere da anni, da quando “è già l’ora che volge il desio
ai navicanti e ’ntenerisce il core, lo dì c’han detto ai dolci amici addio”,
come scriveva il sommo poeta italiano Dante Alighieri.

La poesia, in passato mia seconda ragione di vita, ha perso ormai qualunque importanza, ogni tanto balugina nella mente qualche frase, memoria di trascorsi ricordi, ma poi sparisce com’è arrivata.

Così, facendomi cullare dalle tristi reminiscenze, lascio che il bramato sonno mi assalga, assaporando, pochi istanti prima che Morfeo mi accolga nel suo abbraccio, il pranzo che mi aspetta l’indomani.

Il mattino mi accoglie con le membra intirizzite dal freddo della nottata, la sottile coperta in lana con la quale tento di scaldarmi non può molto contro quel nemico notturno ma, credo di averci fatto ormai l’abitudine, dopotutto ho dovuto adattarmi a situazioni ben più penose.

Io e il mio gruppo vivevamo nei grandi boschi dell’America settentrionale, cacciando cervi, orsi e altri animali selvatici.

Non eravamo numerosi ma eravamo molto uniti, quasi tutti parenti.

Un giorno di primavera incontrai lei, proveniva da una minuscola tribù dall’altro lato dell’immensa foresta di conifere, e con noi condivideva la maestosa origine.

M’innamorai subito di quella donna rossa di capelli – cosa molto rara tra la nostra genia – un fisico statuario decorato da un viso di forma perfetta i cui erano incastonati due occhi verde prateria.

Il corteggiamento durò il tempo necessario a che anche Martha si accorgesse che io ero l’uomo perfetto per lei.

Ci unimmo in matrimonio secondo il nostro rito millenario, quindi costruii una piccola ma meravigliosa casa di legno dove andammo ad abitare.

Un anno dopo la nostra dimora fu illuminata dalla nascita di un erede, bello come la madre e forte come il padre.

Furono momenti davvero magici, purtroppo il paradiso dove vivevamo fu una delle prime terre spazzate via dalla furia delle bombe.

Tutta la mia famiglia e i miei cari furono sterminati, il mio clan e gli altri presenti nel territorio, distrutti.

Soltanto io, per qualche oscuro disegno del destino, sono sopravvissuto, trovandomi proprio in quel maledetto momento all’interno di una profonda grotta, all’inseguimento di un grande orso bruno.

L’immane bestia fu un degno avversario, lottò tenacemente e con gran vigore, la sua voglia di vivere era tale che ebbe la meglio, così mi lasciò abbattuto sul pavimento, stordito, credendomi morto.

Ancora oggi non ho idea di quanto tempo rimasi in stato d’incoscienza.

Ore, forse giorni.

Quando uscii dal rifugio, non c’era più nulla, solo una riarsa vallata nera come la pece, terra bruciata ovunque punteggiata dai mozziconi fumanti di quella che prima era la mia amata foresta.

Corsi verso il posto nel quale era casa mia, alla febbrile ricerca di mia moglie e del mio bambino, nella vana speranza che fossero miracolosamente sopravvissuti a quella catastrofe.

Purtroppo tutti i punti di riferimento erano ormai distrutti, solo la mia capacità di cacciatore e i miei sensi eccitati all’inverosimile riuscirono a condurmi verso lo spiazzo fumante che, una volta era la mia abitazione.

Nessuno era sopravvissuto, non trovai neppure i resti dei miei cari cui dare degna sepoltura secondo il nostro primitivo rito.

Caddi a terra, con il cervello che si spense per il dolore lancinante.

Mi riebbi dopo molto tempo, non riuscii mai a quantificare quanto, con mille domande che mi giravano in testa e un senso incredibilmente profondo di vuoto nell’anima.

 

Respingo i ricordi con determinazione, non devo farmi opprimere da loro, stasera sono a caccia e l’ultima cosa che voglio è quella di finire sopraffatto.

Il giorno trascorre come il solito, ricercando legna e tracce.

Accatasto i rami poco distante dal fuoco, anche se stasera sarò distante non voglio che si spenga, quando tornerò sarò stremato e sudato, quel calore mi sarà vitale, come il cibo che intendo portare.

Ho trovato le orme di molte prede a qualche miglio di distanza.

Si rintanano, spaventati, in vecchi edifici diroccati, ricordo di quello che un tempo era un paese.

Dall’odore ho percepito anche la presenza di molti loro piccoli, quello che cerco.

La loro carne è delicata e morbida ma, soprattutto, estremamente nutriente.

Mi consentirà di tirare avanti la mia missione ancora per qualche tempo.

Estraggo ancora il notes che ho trovato addosso al corpo esanime disteso, privo di decorosa sepoltura, poco oltre.

“Come in balia di un atavico istinto, condiviso per centinaia di millenni dall’intero genere umano, i pochi sopravvissuti si radunarono quasi subito in clan, prima piccoli poi via via sempre più numerosi.

L’unione rendeva la loro vita più sopportabile, i campi sgombrati dalle macerie di quelle che una volta erano grandi città, divennero campi coltivabili, dando loro i frutti necessari a sfamarsi.

La pioggia, prima rifuggita dal timore di contaminazione, ora era ritornata un dono benedetto dal cielo, portatrice di vita e di speranza.

L’amore tra uomo e donna tornò a dare il suo contributo alla rinascita dell’umanità.

Un nuovo pericolo però incombe adesso su di loro, ne sentono parlare in continuazione dai viaggiatori che arrivano da lontano e che, davanti a un caldo fuoco e un bicchiere di sidro frizzante, diventano ciarlieri.

Raccontano di storie orripilanti, di bambini in fasce che spariscono e di uno strano mostro che si aggira tra di loro durante le notti di luna piena.

Alcuni di loro hanno persino ripescato vecchie leggende dal mondo di prima, di strane creature con l’aspetto di lupo e postura di uomo, la cui forza e ferocia hanno sempre terrorizzato chiunque udisse il loro nome; licantropo, penso lo chiamassero.”

Richiudo nuovamente il notes, trovo le parole scritte da quello sconosciuto prive di alcun interesse per me, ora devo cominciare a pensare alla caccia.

Tolgo la leggera giacca, memoria di tempi più felici, la ripiego con accuratezza e la ripongo a terra, a lato del pagliericcio che chiamo ancora “letto”, come in una sorta di tentativo di non dimenticare completamente il passato.

Lo stesso faccio con la maglietta logora e i calzoni rattoppati, mi stendo sul mio giaciglio nudo proprio mentre i primi raggi della luna, ormai piena, mi avvolgono, dopo aver attraversato prepotenti la fitta boscaglia, anche se ancora in fase convalescente dopo il conflitto.

Penso, in quell’ultimo barlume di lucidità, a tutti i cari che ho perso per colpa di questa stupida guerra voluta dall’uomo, e la mia rabbia si gonfia.

Tutti quelli della mia specie si erano volontariamente esiliati in questa zona, allontanandosi dal mondo cosiddetto civile, per non arrecare nessun male ad altri e per non riceverne, ma adesso tutto è cambiato, profondamente cambiato.

Ora la luce del dorato satellite illumina completamente il mio corpo denudato.

Uno spasmo mi assale, dolorose fitte, come quelle di mille aghi arroventati mi martoriano il corpo.

Il sangue mi pulsa così forte nelle vene che pare voglia esplodere; ogni muscolo, ogni singola articolazione pare voglia spezzarsi, tendendosi all’inverosimile.

Poi il male, anziché cessare, si acuisce; i muscoli si gonfiano ipertroficamente con un dolore pari a quello di mille bastoni che percuotono il mio corpo, con forza devastante.

La testa stessa pare spezzarsi in due, le ossa del cranio si contraggono e si allungano, quindi si espandono tendendo allo spasimo i muscoli del volto.

Le gengive e i denti dolgono in modo viscerale, vorrei urlare “Basta!” ma dalla mia bocca… anzi, da quello che ora somiglia al muso di un lupo, esce solo un lugubre latrato di dolore.

Dovrei esserci abituato ma la trasformazione è sempre incredibilmente penosa.

Poi tutto svanisce lasciandomi soltanto la consapevolezza del cambiamento; mi sento molto più forte e incredibilmente veloce, oltre che arrabbiato e affamato.

Ululando ancora una volta alla mia musa celeste, m’inarco e comincio a correre a quattro zampe come la fiera alla quale somiglio.

Il mio corpo, completamente ricoperto di peli e di muscoli e armato con poderosi artigli e massicce zanne, è stato plasmato nei millenni per macinare chilometri nella fitta boscaglia, senza il minimo sforzo.

La mia meta è distante solo poche decine di miglia, a questa velocità lo raggiungerò tra un’ora.

Sento di me la prepotente rabbia verso il genere umano, il desiderio di vendetta verso quelle creature che hanno cancellato la mia stirpe.

Ho cominciato cacciando i bambini più piccoli, con la voglia di annientare il loro futuro, come loro hanno fatto con il mio.

Sono conscio del fatto che, probabilmente, anche loro sono semplici vittime e che, volendo, i cervi sono tornati numerosi come un tempo, ma, onestamente, questo non riesce a placare la mia voglia di vendetta.

Annienterò fino all’ultimo di loro, è questa la mia missione!

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Alcano
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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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