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Vanity Charmspear e il potere della magia

Capitolo 2

La notte scorse tranquilla nella baita, nella quale non c’era un grande arredo, ma non mancava niente, essendo la branda piuttosto confortevole. Vanity vi riposò benissimo. Fu svegliata dal solito gufo. Solo che stavolta le era di fronte, e non rimase tale qual’era, ma si trasformò in un folletto.

-Bene, bene, bene, signorina Charmspear! Ben alzata.-

-Chi…chi sei!?-

Al che le fu risposto in versi:

-Frollo, è il mio nome è che son quasi sazio ma mai del tutto satollo tengo un amico bello e te lo dico, non è mio fratello…-

Arrivò Milton, che la tolse dall’impaccio.

-Non starlo a sentire, è oltremodo bislacco. E quando gli do un ordine, è sordo come chi fa finta di non sentire, ma ci sente bene, eccome, quando si risponde a ciò che chiede.-

Al che rimò ancora:

-Fratello vuol parermi l’amico ma non è per nulla perfetto: dice per dire, che di me non sa un fico!-

-Milton, non le vorrai assecondare, le sue rime sconclusionate?-

-No, anzi, e per evitare che tu ne ascolti altre, lo portiamo fuori dalla porta, educatamente, che non abbia a stizzirsi!-

Arrivò allora quasi velatamente a minacciare:

-Milton, Milton caro, che tu te ne penta: lesto un topo di fogna, quatto, che tu diventa!-

Se era bravo con le parole, non lo era altrettanto con la pratica magica. Perché fu lui a mutare! Con un modo che equivaleva a dire che protestava vivamente per il trattamento riservatogli, si trasformò in gatto, e con un miagolio infuriato svicolò in fretta e furia come se gli avessero pestato la coda. Coda che rimase a terra in effetti, pestata per sbaglio dalla ragazza, che si preoccupò volendo scusarsi, ma urlò, vedendola staccata. Quella parte del corpo birichina fluttuò in aria e permutò in un mucchio di penne variopinte e lucenti! Mai tanto presto lei ebbe un sussulto che da terrore mutò in stupore.

-Quello strampalato Pixie! Non sai quante volte mi è entrato in casa. Lo baciai (quando si finse una bella ragazza) e mi trovai le labbra a contatto con una palla di pelo! Un’altra volta saltai su per essermi trovato un alligatore nel letto!-

-Come si può sopportarlo?-

-Lo detesto infatti. Ma i Pixie fanno parte delle Creature Misteriose. Non è bene far loro del male, perché ne riceveremmo tanto in controparte. Cacciarli, equivale a invitarli a tornare.-

-Vorrei che non venisse, che so, in forma di serpente. All’improvviso.-

-Se ne entrasse uno vero, pensa, lo pesteresti scambiandolo per lui.-

-E mi morderebbe.-

-Oh, anche da Pixie lo farebbe.-

Si presentò sotto varie forme, ma non spaventevoli. I giorni passarono, e mai Milton fece altro che prepararle i pasti, accompagnarla nel bosco per brevi tratti, e prepararle il letto. Vanity si aspettava che da un momento all’altro iniziasse una sorta di addestramento. E vide che altri coetanei c’erano, in un campo non più coltivato. Erano vestiti con delle eleganti casacche e stringevano degli spadini con l’elsa colorata. Avevano gli occhi chiusi, concentrati in chissà quali meditazioni. All’improvviso, li aprivano, restando muti con le pupille dilatate, come in allerta. Brandivano gli spadini e ingaggiavano lotte con una qualche entità invisibile! Altri dimostravano una differente perizia, e usavano la piccola arma come un oggetto acrobatico, lanciandolo in aria, riprendendolo, o facendogli compiere delle altre evoluzioni.

-Chi sono? Eletti come me?-

-No, voi Speciali siete molto più rari. Questi sono gli Arrivati. E’ chi si è presentato davanti a me un po’come te, per poi restare. Ma non siete paragonabili.-

-Hai fatto molti incontri.-

-E non sai quante volte ho dovuto spiegare loro la situazione.Rassicurarli.-

Vanity s’avvide che i loro tratti mostravano le differenze di varie etnie: dovevano provenire da ogni parte del mondo. Rimpatriare i riluttanti doveva risultare molto costoso, a meno che si intraprendesse il viaggio di ritorno autonomamente, privi di un sussidio.

-Questo che ti guarda ogni tanto senza osar chiederti chi sei è Geoffroy Dulac. Combatte di rado, e pare piuttosto aspettare che gli diciamo che fare. Ma qui siamo in un’attesa, di cui nemmeno io so dir molto…-

-Fendono l’aria?-

-No, anche se si fanno i muscoli. Nessuno di loro sapeva cimentarsi in prodezze simili, ma pare che ci sia un’empatia psichica tra noi. O tra noi e le Spade della Verità.-

-Ne ho una anch’io?-

-Sì, ma non te l’ho ancora data, perché tu sei diversa, lo sai. E per te dev’esserci un altro cammino.-

Vanity pensò che se i giorni fossero trascorsi ancora nella monotonia avrebbe voluto aggregarsi con gli altri. Fino a farsi male alle braccia, roteando il ferro.

-Accennavi al fatto che gli Arrivati combattono con qualcuno, anche se non sembra. Con chi?-

-A volte con la loro Ombra, e non importa chi vince tra i due, perché porta a una conoscenza di sé in ogni caso, e nessun colpo inferto è letale. Si inizia così. Ma altre volte appaiono dal Mondo delle Tenebre non-morti pericolosi, i Ghostgaul. Sono Ghoul divoratori di anime. Non sono difficili da sconfiggere, ma perdere con loro equivale a svanire e divenire uno di loro, tornando tra i vivi solo dopo aver sconfitto un Arrivato.-

-Che sventura. Da brividi!-

-Già. Si tratta di rovinare la vita di un innocente, anche se non irrimediabilmente: lo scambio di identità salva, ma condanna l’altro a partecipare a una ruota funerea e penosa.-

-E io devo.-

-Non vorrei, ma non ti fermerò se, avuta la spada, tu facessi tutto da sola.-

-Ma tu non me la dai l’arma, giusto?-

-Io no, ma il Mago Archanor appare talvolta, e le consegna al mio posto. Non posso impedirglielo, per non espormi come ribelle al suo volere e per non provocarne l’ira e la vendetta. Io non posso evitarlo quindi…e nessuno ha mai rifiutato l’offerta.-

-Ciò che è gratis fa sempre gola.-

-E una spada ha un valore. Non ci sono fabbri umani in grado di accettare ordini così medievali, in un’epoca come questa…-

Vanity si chiese come fosse fatto, il Gran Nemico,e se avesse avuto la forza d’animo per ricusare quanto fornitole. Non sentiva d’essere una Maga, eppure era dentro un gioco più grande di lei, una vita nuova,mentre l’adrenalina le scorreva furiosamente nelle vene, chiamandola troppo spesso a dover cercare di capire quanto poteva essere reale ciò a cui assisteva, pur dovendo accettare anche l’impossibile; come quando ai piedi di quei ragazzi si stagliavano dal terreno luminosi Fuochi Fatui di grandezza variabile, alcuni dei quali si espandevano in volo, dal cui bagliore le conveniva ripararsi ponendo avanti le mani come a farsi uno scudo con le braccia, sperando di non accecarsi, stringendo le palpebre accanitamente. E nessuno tranne lei che se ne stupisse, che in quel momento si dovesse fare davvero così, con realmente quelle apparizioni davanti a sé! E poi in tutto questo quale era il ruolo effettivo che le sarebbe stato chiesto di coprire?Aveva fantasticato di essere già regina d’un magico regno o detentrice di poteri inimmaginabili, ancora da concentrare e far scaturire. Se quei giorni l’avevano vista cambiare, però, farsi un poco più ardimentosa, non possedeva ancora tanto coraggio per cimentarsi in chissà che scontri fantastici, ingaggiando duelli con forze sovrannaturali, che certo, se non altro per l’inesperienza, l’avrebbero vista soccombere. Immaginava quegli esseri scrutarla da un buio più nero del nero, per poi sorprenderla con sferzanti fulgori, potenti come molte braccia, in un assalto senza scampo… Fu allora che vide Tania. Era più magra e più muscolosa di quanto la ricordasse, e così fuori luogo tra i combattenti.Vanity pensò di averla sottovalutata e di misconoscere che avesse un sufficiente quoziente intellettivo. Ma,a quanto pare, si era sbagliata. Su di lei, e su lei stessa.

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta e Owntale. Teatro, romanzi e racconti. Sono il "Re" di una "Nazione Digitale" ("Utopia"). Scrivevo anche su MeeTale, ma è un sito chiuso.

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