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🌟Vanity Charmspear e il potere della magia🌟

Capitolo 1

Si era inzaccherata le scarpe nuove, pochi minuti dopo essere scesa dal bus, correndo lesta verso un sentiero nel bosco, misconoscendo che la gente della Contea si era rinchiusa in casa per fuggire alle sferzate fredde e umide delle intemperie. Aveva piovuto a lungo a dirotto, al punto che Lionel Dobkins, il primo cittadino, si era precipitato lestamente per accorrere là dove la diga del Vecchio Mulino certo non avrebbe retto al copioso flusso della corrente fluviale ingrossata oltremisura dall’impietosa pioggia ininterrotta. La strada molle era fatta di fango, ma Vanity Charmspear era una ragazza con la mente più volta alle misteriose vie del cielo (che disegnava lei stessa, coi suoi creativi pensieri), distogliendo l’attenzione allo stare coi piedi per terra, come doveva. Lo splash sudicio fu un rumore beffardo, che con una nota floscia le ricordò dove si trovasse davvero, perché non si rese conto della patacca sulle sketchers finché i suoi begli occhi non si abbassarono affranti e delusi davanti a sé. Sbottò allora in un:
– Benvenuta a Liberty Grove!,- con una nota assieme dolce e sarcastica.
Fu in quel momento che, a rimarcare che quando le cose vanno male tutto può anche andar peggio, la gravità scivolosa della melma marrone la colse ulteriormente in fallo, facendole battere il posteriore, sporcare la stoffa sulle natiche e le gambe, e facendole atterrare i gomiti e le mani dove era meglio non posarsi…
– Benvenuta, davvero!-
Un gufo le commentò il rassegnato sconforto con il suo un uh spigoloso, quasi a sottolineare quanto fosse sciocca e risibile la sua scomoda posizione. Fu guardandolo che notò qualcosa di sorprendentemente insolito. La luna! Come poteva un primo pomeriggio vederla alzata in cielo, già nascosto il sole nel nulla? Controllò l’ora al polso, per accertarsi se fosse in effetti assurdamente sera, e vide che le lancette giravano vorticosamente e a tre velocità…Una per i minuti, una per le ore e che dire di quella dei secondi! Sfrecciava come un atleta a una maratona, compiendo il giro completo del quadro assai prima che paresse possibile! Segno tangibile che qualche ingranaggio  doveva essere stato mosso da un cardine che gli facesse da freno, e divelto per far rollare una rotella.
– Che sta succedendo?, – disse, – dovrebbe girarmi la testa, non il tempo!-
Ma esso, apparentemente, correva eccome. Tornò a fissare l’orologio, e pensò di togliere la batteria, per non esaurirla; fatto, che faccia fece, quando constatò che la rimozione non
aveva fermato le lancette! Non esisteva una carica d’energia immagazzinabile: poteva trattarsi solo di magia. Solo che la magia per quel che si sa, mica esiste…O no?…
-Non può essere vero!- quasi urlò, e perché non continuasse a parlare da sola (cosa un po’meno strana di quel fatto, ma non normale comunque) un compagno di strada in quella
bizzarra avventura le afferrò un braccio, e la trascinò verso sé. Non con troppa forza da farle male, ma tanta da persuaderla a muoversi. Era un ragazzo dai capelli neri come la notte, con una mèche argentea poco sopra la zazzera. Vestiva di nero, tranne una camicia d’un azzurro sfolgorante. Doveva essere zoppo, pensò, vedendolo brandire un bastone istoriato, ma quando la sospinse nel seguirlo, s’avvide che non lo usava per poggiarcisi, ma come uno scettro.

– Che vuoi da me?-
-Zitta. Ci staranno già cercando.-
– Chi? E TU CHI SEI!?-
– Calma. Mi chiamo Milton Grant.-
-Che mi succede?-
– Che sei stata Prescelta. Come altri prima di te, e come me. Anche se devo ammettere che è la prima volta che mi trovo con una tipa tanto petulante e goffa. Certo, siete tutte
spaventate, lo capisco, trovarsi catapultate così bruscamente…-
-Scelta, ma per cosa?-
-Prescelta.- ribadì il ragazzo, – E questo lo deduco dal fatto che sei qui, e che…fammi indovinare: il tuo tempo “vola”, vero?-
-Come fai a saperlo?-
-Anche io come ti ho detto sono stato Prescelto. Gli altri che sono venuti qui, i tanti che incontrerai, se resterai, sono stati tutti o quasi miei ospiti, cui spesso ho dovuto raccontare un sacco di balle, e confortarli. Gli suggerivo che si erano persi per strada, confondendo la mia casa con la loro, e la loro mente era troppo scossa per credere a tutto ciò che volevo far loro credere. Non che mi sia piaciuto mentire. Ma dovevo riportarli
alla loro vita. Per te, è diverso. Per noi, voglio dire.-
-Ancora non capisco.-
-Capirai qualcosa, credo. O almeno lo spero. Anche perché non voglio che tu mi stia preso per tutto il tuo percorso.-
-Che?-
-Vedi, io ero come te, avevo la mia vita, mi alzavo nella mia camera in una casa confortevole, senza esser disturbato dai versi degli animali. Ma ora devo fare il Guardiano. Sentire le Voci, radunare i Dispersi. E aspettare te, ma, bene, ora ci sei.-
-Pensi che io sia predestinata a sobbarcarmi parte del tuo lavoro?-
– No, non ho incarichi per te. Penso però che la tua via potrebbe condurmi fuori da questogioco, che come te non ho voluto.-
– Se tu non sei tanto speciale da sopportarlo, dovrei esserlo io?-

Vanity pensò a quanto dovesse essere in difficoltà ogni volta che un’incombenza la distoglieva dalla pigrizia o dalla voglia di stare nel suo mondo fatto di piccole cose. Rassettava meticolosamente capi del guardaroba tolti dagli armadi per essere passati in rassegna. Afferava le sue cose per tastarne ora la sofficità, ora la levigatezza. Un lieve accenno di nostalgia la prese ripensando a quanto distasse da casa. Ricordò solo allora che non doveva proprio trovarsi lì. Era uscita per informarsi su un alloggio per un’amica indaffarata che voleva cambiare residenza. La via era formata da un intreccio di strade parallele e perpendicolari, che infittendosi si espandevano in una rete che proseguiva ininterrotta unendo urbanisticamente la città coi paesi vicini. Era come la sua mente, ma non lo sapeva, che dentro sé si nascondeva molto più che non sapesse. Adesso però aveva freddo. Sì, l’aria d’inverno era gelida, ma il suo brivido era dovuto ad altro, a qualcosa di esterno, ma anche di interiore. Ascoltava ciò che gli diceva Milton, ma temeva quella luce oscura negli occhi di lui, viva e guardinga, presaga di pericoli imminenti.

– A che ti serve quel bastone?-
– A coprire il mio scettro.-
Non era di legno, ma di gomma, quell’astuccio, e in effetti al suo interno custodiva un cilindrico oggetto magico, istoriato con rune e con una preziosa gemma scintillante posta
in cima, che brillava in modo discontinuo, con maggiore o minore lucentezza…Quasi vivesse d’una vita propria, o fosse sensibile a quella di chi lo tenesse. Se il mio orologio
gira senza batterie, pensò Vanity, perché questa luce dovrebbe essere elettrica.
-E’bagliore di stella.-
-Cosa?-
-Ti stavi chiedendo della luce. E’Luce Pura. Viene da un luogo ch’era prima del Tempo.-
-E’vero. Pensavo di chiedertelo. Ma come hai fatto a leggermi nel pensiero?-
– La Luce mi ampia l’arco dei pensieri, fino a concentrarmi su quello di chi mi è accanto.-
-Come se non contasse chi dei due pensa?-
– Esatto. Come fossimo dentro una stessa testa!-

Vanity era costretta a credere a ogni cosa, anche perché Milton aveva l’aria di una persona dabbene. Uno di cui fidarsi. Era questo nuovo Mondo che non era più garante di che
fosse possibile e cosa no. Tutte le sue certezze erano svanite. Che cosa l’aspettava?
-Ti chiedi se hai fatto bene a seguirmi, vero?-
-Già.-
-Non hai altra scelta. Non ti obbligo a stare con me, ma ciò che ti aspetta è tornare alla tua vita senza sapere davvero chi sei.-
Una proposta interessante, non c’era che dire. Andare via e restare la signorina Charmspear o partire per esplorare se stessa, ed essere così davvero Vanity? Forse le veniva chiesto di diventare presto donna, non più un’adolescente ancora indecisa se essere femmina gentile o guerriera ribelle. Come Tania Brightwood, che cercava solo certe compagnie, e a lei non la degnava d’uno sguardo (Anzi, correva voce che parlasse
di lei male alle spalle…)
-Una cosa ti devo chiedere: che quando ti chiederò di correre, tu lo faccia, senza pensarci. Qui regnano due volti di una realtà a te nuova. Una è buona. L’altra no, e forse è terribile.-
-Sto con te. Ma spiegami ogni cosa. Quel che puoi. E lascia che io vada, se ancora in tempo.-
L’accordo fu fatto quindi, con buon senso.

*

Questo è il primo capitolo, e purtroppo lo ammetto c’è davvero poco per farvi capire se merita che andiate avanti nella lettura, o no.

🔸Dovrebbe uscire integrale su “Meetale”, o altrove.

🔸Tutto è partito dal fatto che Emma Watson/Ermione mi era piaciuta più degli altri personaggi di Harry Potter.

🔸Dove la mia eroina è più grintosa invece, trae la mia ispirazione da Katniss Everdeen di Hunger Games.

🔸Il cognome finisce con “spear” in omaggio alla bellezza di Britney Spears nel video di “Baby one more time”.

Spero vi piaccia l’incipit e che poi lo cercherete intero. (Nei commenti qui sotto pubblicherò un messaggio quando l’ho edito tutto).

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta, Meetale e Owntale. Teatro, romanzi e racconti. Sono il "Re" di una "Nazione Digitale" ("Utopia").

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