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Rientra in stanza procedendo a memoria nell’oscurità, trascinando il suo corpo di cemento armato.

La sua testa è leggera invece, uno stormo di rondini di primavera. Per una volta è riuscito ad abbandonarsi. Lui, che vuole avere sempre tutto sotto controllo e non cedere agli altri o alle  contingenze quotidiane, stavolta si è scolato anche l’ultima Faxe offertagli. Si sente ebbro, ma non ha ancora superato il sottile confine tra la volontà e l’istinto, la ragione e l’impulso, la memoria e l’oblio di sè stessi. Un altro passo incerto e poi crolla sul letto, ancora perfettamente rimboccato. Ha un sorriso beato disegnato tra la barba ispida, ma ciò che prova è la più nera amarezza. Steso sul letto, l’appuntamento con l’autocommiserazione non è più così raro. Salutato il sole sulla via del tramonto, in compagnia di sorella luna, Massimo ormai si lascia andare a lunghe elucubrazioni sulle cause del suo malessere quasi ogni giorno. Si ritiene insoddisfatto ed insoddisfacente su tutti i fronti. Con perizia chirurgica analizza sè stesso e le sue azioni, i suoi rimorsi e le sue aspirazioni. Quante aspettative disattese, quante speranze infrante! Melodrammatico fino all’inverosimile, con impeto istrionico cerca di perorare le sue ragioni innanzi ad una giuria immaginaria, cerca comprensione rispetto ai suoi slanci malinconici. Conscio che il suo benessere dipende strettamente dalle risposte altrui, si prefigge di trovare conferme rispetto ai piccoli mutamenti attuati ed escogita vane strategie per essere finalmente accettato. Quanti interrogativi lasciati senza risposta, quante richieste d’aiuto inespresse. Il suo stesso sguardo manifesta inarrestabili istanze di salvezza, ricerca di carezze, almeno verbali. Si sente vulnerabile Massimo, ma deve essere forte, deve mostrarsi sempre sicuro di sè. Ridere vivacemente anche se non è necessario, mostrarsi di buonumore anche se si muore dentro. Guardando sconsolato il suo cuore accartocciato si motiva: “Svegliati Massimo! Se vuoi uscire da questa impasse, devi comunque darti da fare, devi esporti, devi buttarti, devi metterti in gioco, fanculo le tue lamentele, sono solo stupide paranoie!”

Massimo, lo sa bene, il mondo è fatto per i lupi, non per docili agnelli, e, sulla scia di un’intuitiva associazione, ripensa ad uno dei suoi romanzi preferiti, Il lupo della steppa di Hesse. Anche lui, sebbene preferisca la solitudine e, perso, senza amici nè cari, sia vicino alla depressioni, anela solidarietà, anela la dolcezza di uno sguardo femminile, una forza muliebre che lo salvi dal baratro in cui marcisce. Ma, per adesso, comodo nel suo rifugio di coperte e materassi di lacrime, preferisce riposare, preferisce sprofondare in un pozzo senza pensieri senza preoccupazioni. Istrice, si chiude in sè stesso, proiettando aculei verso il mondo esterno. Spegne tutti i lumi, lampioni, candele, anche le stelle. Voglio la notte più buia pensa, voglio dimenticarmi di me. Distante, avulso da tutto. Abbandonandosi al nulla, sprofondando tra gli abissi. Dimenticandosi, annullandosi. Lontano, lontano…

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