Leggere scrivere e pubblicare Racconti online su Owntale

Una piattaforma ricca di funzionalità dove pubblicare, leggere e scrivere racconti gratuitamente. Mettiti alla prova e raggiungi il punteggio milgiore!

Ecco, è successo ancora! A neanche una settimana dall’ultima volta, questa maledetta paralisi ritorna a farmi visita con lo stesso accanimento di un creditore ignorato.
Il medicastro che la mia giovane moglie si ostina a consultare ritiene si tratti di una mera questione di nervi, risolvibile con un periodo di riposo e una dose di laudano prima di andare a dormire, ma ho l’impressione che anche lui, come il suo più anziano predecessore, non abbia la ben che minima cognizione di questo mio male e di cosa fare per porvi rimedio. Non nego i benefici del laudano ma, Santo Dio, come si può pretendere che un uomo nella mia posizione possa gestire i suoi affari stando beatamente in vestaglia e pantofole, sorbendo tisane e sfogliando cataloghi di filatelia? Nossignore, il riposo forzato non si addice per nulla alla mia indole e non cambierò le mie abitudini per colpa di queste maledette paralisi. Me ne starò qua, come le altre volte, aspettando e pregando che finiscano il più in fretta possibile.

La prima volta che mi assalì questa terribile condizione avevo da poco compiuto diciassette anni e ne rimasi terrorizzato. Quella notte, e anche quelle delle settimane successive per la verità, mi ci volle un’eternità a riacquistare l’uso delle mie membra ma, nell’intima speranza che si trattasse di un fenomeno passeggero, per quanto agghiacciante, non ne feci parola con i miei genitori. Quando però a questo problema si aggiunsero anche  frequenti episodi di sonnambulismo, non potei più celarlo e ne subii le infauste conseguenze. Seguirono mesi di inutili e, secondo me, improvvisate cure finché, non cavando un ragno dal buco, al nostro vecchio medico non restò che arrendersi e consigliare un ricovero. E così, senza avere alcuna voce in capitolo, mi ritrovai a varcare la soglia di una delle più rinomate cliniche per la cura delle malattie nervose.

Fu un viaggio lungo e penoso, che feci muto e con gli occhi bassi. Sul sedile dirimpetto al mio stavano il nostro medico e l’uomo che da qualche anno aveva preso il posto di mio padre. Il buon dottore cercava in tutti i modi di rincuorarmi decantando i pregi del mio nuovo domicilio mentre l’altro, più interessato alle notizie del Times che alla sorte del sottoscritto, non mi rivolse parola. Non lo fece neppure per salutarmi quando, una volta sceso dalla carrozza, fui preso in consegna da due robusti infermieri.
Poco prima di varcare l’ingresso mi voltai per rivolgergli un’ultima implorante supplica ma egli, ormai compiuta l’incombenza, aveva dato l’ordine al vetturino e la carrozza era ripartita con uno schiocco di frusta.
Le cure – torture, sarebbe il termine più indicato –  a cui mi sottoposero per mesi ebbero infine    – almeno e in parte e di sicuro per pura casualità – l’effetto sperato e il sonnambulismo scomparve così come era arrivato. Non fu lo stesso per le paralisi prima del risveglio ma, a quel punto, avevo imparato a riconoscerle e ad aspettare che facessero il loro corso senza lasciarmi prendere dal panico e, pur di uscire da quell’orribile luogo, giurai e spergiurai che i miei risvegli erano oramai tranquilli come quelli di un bambino. Di fronte alle mie insistenze e anche, suppongo, per vantarsi della bontà dei loro trattamenti, quei luminari mi dichiararono guarito e fui dimesso. Il mio patrigno pagò forse a malincuore il conto e mia madre pianse quando tornai a casa.
Piansi anch’io quando fui tra le lenzuola candide del mio letto. Piansi ma presi le opportune precauzioni per impedire a eventuali e disgraziate passeggiate notturne di inaugurare il mio ritorno a casa. Poi dopo qualche mese, anche gli episodi di paralisi andarono diminuendo fino a diventare rari, anche se mai sopiti del tutto. Come un vecchio cane che a volte e improvvisamente trova l’energia per agitare la coda.
Questo fino al maggio di due anni fa, quando le crisi hanno ripreso a manifestarsi con sempre maggior frequenza. Per la verità il loro repentino intensificarsi mi ha causato più fastidio che preoccupazione, perché la loro durata raramente supera il quarto d’ora, e le sopporto senza eccessivi patemi. Il trucco è stare quanto più calmo e rilassato possibile, volgere la mente altrove e aspettare che essa riprenda il comando delle membra.
Fino a oggi.
Questa notte, infatti, sembra che non ci sia nulla che io possa fare per contrastare quest’orribile situazione nella quale sono vigile e cosciente ma impossibilitato a ricevere obbedienza da alcun muscolo.
La speranza che la mia sposa si desti dal sonno e mi tragga da questo abisso è una possibilità talmente remota che ho smesso da tempo di coltivarla. E non posso certo biasimarla. Pur al corrente del mio problema non è mai stata in grado di discernerlo da un normale sonno, e le poche volte che si è destata mentre ero preda di questo tormento non ne ha avuto alcun sentore e pacificamente ha ripreso a dormire. L’unica patetica consolazione che a volte il mattino dopo mi è concessa, è il poter accostare il capo al suo seno e godere, per qualche minuto, del suo profumo e delle sue carezze a consolazione di così poca accortezza.
In quei momenti la rivedo al braccio dell’anziano zio, la vigilia di Natale, alla cena dei soci, e di come ne fui quasi folgorato. Attraversarono la sala ammutolendo una conversazione dietro l’altra e la sua diafana bellezza annullò, in pochi passi, qualsiasi altra presenza femminile. Quando si voltò, guardandomi, annaspai nei suoi occhi e me ne innamorai seduta stante.
Ci dividevano quasi cinque lustri ma, a dispetto dell’invidia di molti, dopo un anno di serrato corteggiamento vinsi le sue difese e la sposai.
E quasi nove mesi dopo, come un figlio non desiderato e forse per smorzare quell’inattesa felicità, gli attacchi ripresero a manifestarsi con maggior frequenza.
A metterci lo zampino fu sicuramente la consapevolezza di non essere del tutto all’altezza delle necessità della mia giovane sposa, e il conseguente timore che potesse trovare soddisfazione altrove iniziò a rodermi le viscere…
Maledizione! Indirizzare i miei pensieri su questa strada sta solo peggiorando le cose. Ormai dovrei avere ripreso un poco di sensibilità alle dita e invece non riesco neppure a capire se ho gli occhi aperti oppure no.
Mi sento perfettamente sveglio ma nonostante ciò non odo alcun rumore.
Il ticchettio del grosso orologio nella nostra stanza, ad esempio, perché tace?
Non so cosa pensare. Sono avvolto da silenzio e buio assoluti.
Inoltre è da poco è iniziata una fastidiosa sensazione di scuotimento o tremolio che mai ho sperimentato prima. Potrebbe essere per via dello sforzo immane che sto facendo per richiamare alla vita braccia, gambe e dita che sembrano sempre più quelle di un cadavere. Sento che oramai sto per cedere e nella mia mente urlo come un ossesso mentre il panico e la frustrazione mi trascinano via come un cavaliere intrappolato nell’arcione.
Devo calmarmi.
Ci sto provando con tutto me stesso, ma sta facendo capolino un orribile parto della fantasia che temo di non poter contrastare. Non con le poche forze che mi restano. L’ha innescato quello stupido pensiero sul cadavere e così, mentre svanisce ogni traccia di razionalità, mi convinco di un’eventualità non del tutto campata in aria: potrei aver avuto un attacco molto più forte dei precedenti ed esser stato frettolosamente dato per morto dal nostro inetto e stupido dottore.
In verità, col senno di poi, devo ammettere che l’aver esagerato con la notturna dose di laudano potrebbe non esser stata una gran bella idea.
Per niente.
Però, che diamine! Anche in preda a una profondissima catalessi il mio cuore – anche se in maniera quasi impercettibile – avrebbe continuato a battere, e qualsiasi buon medico non avrebbe faticato ad accorgersene.
Già, eccole le parole magiche: un buon medico! Mi chiedo se ci sia abbastanza sapienza in quell’incapace damerino, abilitato alla professione solo grazie ai maneggi del padre magistrato.
La riposta, scontata, non fa che aumentare la mia disperazione.
Maledetto lui e maledetta lei per avermelo portato in casa!
Se veramente sono stato sepolto, posso solo pregare di svegliarmi prima di restare soffocato in questa cassa; basterebbe poi muovere appena un poco la mano per tirare con forza la cordicella che mi è stata legata al polso.
Fortunatamente sono stato abbastanza previdente da aver espressamente indicato, nel mio testamento, la volontà di esser sepolto con tutte le precauzioni indicando perfino le generose dimensioni della campanella da fissare alla base della lapide. Sono certo che appena riuscirò a far sentire la sua voce essa sarà in grado di svegliare tutti gli scavafosse del cimitero. Fossero anche più ubriachi del solito.
Devo solo ritrovare l’uso di almeno un braccio. Un solo maledettissimo braccio

Nella stanza da letto le imposte chiuse e le pesanti tende di damasco blu nascondono il mattino inoltrato. Il chiarore di una lampada a petrolio illumina il lavoro di ricamo che la giovane donna tiene in grembo. Distratte da un rumore lieve, dall’altra parte della stanza, le dita fermano l’ago sulla traccia di un intricato motivo floreale.
Lei solleva lentamente lo sguardo verso la porta e l’uomo che ora sta entrando le rivolge un accenno di sorriso. In pochi rapidi passi lui è accanto al grande letto, sfila l’orologio dal taschino del panciotto e lo osserva per qualche secondo. Annuisce e lo ripone mentre, con aria interessata, scruta il corpo che tra le lenzuola sfatte è scosso da leggeri tremiti.
Si china sul volto sudato e gli preme il palmo della mano sulla fronte trattenendo la testa sul cuscino. Poi con il pollice gli solleva le palpebre, prima una e poi l’altra. La pupilla è rovesciata all’indietro e si vede solo il bianco della sclera.
La donna si alza dalla poltroncina blu come le tende, posa sul tavolino il fazzoletto che sta ricamando e si avvicina al dottore sfiorandogli la guancia con un bacio.
“Ci vorrà ancora molto?” domanda con una punta d’impazienza.
“Non credo” le risponde mentre è intento a intercettare, con la punta delle dita, il battito delle carotidi.
“Le gocce che ho messo nel laudano hanno quasi fatto il loro dovere e appena termineranno gli spasmi gli si fermerà anche il cuore”.
“Mi ami?” chiede lei prendendogli il viso tra le mani e guardandolo negli occhi.
“Ho fatto questo per te, certo che ti amo”.
“Baciami”.

0
0
Purpleone
About

Quando un racconto bussa alla porta...scrivo. Nell'attesa tengo a bada le altre due "scimmie": la fotografia e la musica.

Commenta il racconto di

Lascia un commento

14 Comments

  1. Patel
    Patel

    Laudano per favorire il sonno e per sognare ancora e sempre.
    Poi quando la voglia di scrivere diventa imperiosa, ecco che il flusso interiore di esprime rivelando immagini muliebri e suoni fantastici.
    In sostanza l’Amore sembra trionfi quasi sempre.Mi sembra come in questo breve racconto.

  2. Rickyreds
    Rickyreds

    Mi ricorda molto Poe. Lui era ossessionato dalla paura dei seppellimenti prematuri (se non sbaglio c’era anche ne La Caduta della casa degli Usher), e delle varie controindicazioni legate alle sedute di mesmerismo. Poi, da fan dell’horror classico, mi piace lo stile retrò della narrazione. Complimenti.

    1. Purpleone
      Purpleone

      @Rickyreds: in effetti c’è, e neanche tanto nascosta, una strizzatina d’occhi all’ineguagliabile Poe, pilastro di questo genere di narrativa. Molte grazie per la lettura e il commento. Buon fine settimana. 🙂

  3. Purpleone
    Purpleone

    @Alcano:Molte grazie per l’apprezzamento e per il dono al precedente post. In quanto all’età hai perfettamente ragione! Mi sono reso conto adesso di aver pubblicato (forse ancora in preda agli effetti da bestia del fine settimana) la prima versione della storia, dove effettivamente avevo immaginato un’età tra i due non troppo distante. Nella successiva stesura però, oltre a piccole variazioni del testo, avevo reso lui molto più vecchio perchè mi pareva che fosse più in sintonia con l’epoca (tipo circa 25 anni di differenza).E così è adesso nella versione corretta. Senza la tua osservazione non mi sarei forse mai accorto della svista per cui…ancora grazie e buona domenica. :))