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Solitudine.
Una parola, una paura.
Esistono persone che inseguono l’idea di vivere felicemente con se stessi e con il proprio io interiore ostentando questa loro caratteristica al mondo esterno.
Ebbene, banale ma vero, sono proprio codeste le persone che più temono la solitudine e meno in equilibrio sopravvivono con loro stesse.
Si inseriscono in quel gregge che affianca coloro che disprezza pur di non passare un solo istante nella radura della propria anima.
Compassione (nel senso più dispregiativo).
Questa è il vocabolo che meglio designa ciò che nutro per quella piccola massa, neanche troppo piccola in realtà.
Davvero, è angosciante osservare come essa preferisca, letteralmente, la feccia piuttosto che la propria interiorità.
Vi sono poi coloro che sopravvivono insieme al loro io, ma ricercano disperatamente la compagnia.
Tuttavia non lasciano che il loro braccio si accompagni con qualunque individuo, tendono, infatti, a selezionare circondandosi di una modesta quantità di soggetti.
Alcune, all’inteno di questa categoria, sopportano meglio di altre la solitudine e certe raggiungono addirittura un equilibrio di natura quasi perfetta.
Simpatia.
Questa è la parola a loro personalmente destinata.
E, infine, ci sono io in compagnia di pochi altri.
Eternamente destinata a ricercare la compagnia di quei pochi eletti selezionati minuziosamente per non assopirmi nel benessere destato dalla solitudine.
La perfetta antitesi della prima classe di individui.
Ricerca.
Questa è la nostra composizione di lettere.
Ricerca della nostra oasi di solitudine, spesse volte mentale, anche in mezzo al mare della folla.

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