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Se avessi avuto un minimo di preavviso avrei scelto un abbigliamento comodo.

L’abito per la vita.

Anzi no, per la morte.

Quel baccalà steso in quella orrenda bara color mogano sono io.

Non avrebbero potuto scegliere nulla di più triste. Sarà stata mia madre, mi ci giocherei le ossa.

Mi vergogno anche del vestito che indosso, scusate …. Come lo chiamano i fashionisti?

Fumo di Londra? Cielo in tempesta? Io lo definirei nero di seppia.

Se avessi avuto un minimo di accenno avrei tirato fuori la maglia n. 5 della mia squadra di calcetto, gialla canarino con la scritta dello sponsor sulla schiena: “Formaggi di Nando e Figli”, un nome talmente lungo da doverlo stampare su due righe.

Goal fatti? Pochi, pochissimi.

Sono una schiappa, lo ammetto.

Ma la convinzione, ogni volta che scendo in campo è quella del calciatore professionista in procinto di giocarsi la coppa dei campioni.

Invece di coppe la mia squadra ha solo quella al caffè.

Gelateria Wilma. Al centro del paese.

Provo profondo imbarazzo. Per tutto!

Per la bara, per il vestito e soprattutto per l’assurda morte che mi sono andato a cercare.

Non potevo trapassare per annegamento durante un’immersione nelle profondità marine?

Oppure salvando un capriolo caduto nel lago.  No, non so nuotare e il lago più vicino si trova ad almeno cento chilometri da qui.

“Hai saputo che Ivo è morto?”

“Davvero? E come?”

“È stato colpito da un fulmine”.

Un fulmine! Capite? Come si può morire colpito da un fulmine? Ce ne saranno stati posti dove cadere?

Ha scelto me!

Mi ha colpito in pieno e non ho avuto scampo.

“Chissà che puzza di bruciato ci sarà stato. Sarà diventato nero?”

Mi pare di sentirli i miei compagni di squadra, gli amici di sempre.

Si saranno fatti delle sane risate alle mie spalle … bruciate.

Ma tutte quelle corone di fiori? Non lo sanno che sono allergico?

Sarebbe divertente starnutire nel bel mezzo della messa e far venire un infarto a tutti.

Ma vediamo un po’ chi sta partecipando alla grande festa in mio onore.

In prima fila, insieme ai miei genitori, c’è lo zio Calisto, più anni dell’invenzione del colino.

L’ultima volta che l’ho visto spegnere le candeline sulla torta avrà avuto sì e no ottantotto anni. E parlo almeno di sei anni fa.

“Dai zio, soffia forte”.

A momenti sulla torta ci ritroviamo fragole, panna e un ponte.

Mi ha sempre chiamato Livio. Non sono mai riuscito a fargli capire che il mio nome è Ivo, niente di più semplice. I miei genitori sono sempre state persone di poche parole. E direi anche di poche lettere.

Eccoli laggiù, navata di destra. Mio padre e mio fratello hanno gli stessi abiti che hanno usato per partecipare al mio matrimonio. Mia madre ha il solito abito marrone. Anzi no, tortora. Fa più chic ma resta ugualmente brutto. Tutti e tre imperturbabili, senza neppure un fazzoletto in mano a fare finta di dispiacersi.

Non è mai corso buon sangue tra di noi. Sarà stata la mia mancata laurea in ingegneria, l’aver distrutto la loro automobile contro un muro il giorno dopo aver preso la patente e avere spinto mio fratello da una scalinata in terza media causandogli la frattura del braccio destro e della gamba sinistra.

Erano solo quindici scalini di pietra, mica l’ho buttato da un palazzo.

Da piccoli eravamo cane e gatto. Ma non quelli di adesso che si raggomitolano insieme sul divano, parlo di quelli che si rincorrono per darsele di santa ragione. Solitamente ero io a scappare dopo avergli combinato qualche guaio. Non ero alla ricerca di attenzioni, mi stava semplicemente sulle scatole.

Non ha mai saputo divertirsi, sempre imbronciato e solitario. Andava ad allenarsi tutti i giorni e correva, correva veloce.

“OSVALDO È SCIVOLATO PER LE SCALE” – urlavo chiamando mia madre.

Lo hanno portato via con l’ambulanza e le sue grida superavano il fracasso delle sirene. Gli si vedevano persino le tonsille. I miei genitori mi guardarono fulminandomi con lo sguardo. Sapevano che ne ero stato la causa. E a son di fulminarmi, ecco che adesso sono morto.

Le scarpe che indosso sono nuove. Acquistate per presentarmi ad un colloquio in un grande magazzino come capo reparto.

Sono stato assunto sei mesi fa. Chissà se avrò già maturato delle ferie.

“Chi è morto?” – sta chiedendo a nonna Sofia lo zio Calisto, alzando gli occhiali da vista.

Andiamo bene, non si ricorda neppure del suo nipote prediletto.

No, non lo ero. Lo ripeteva a tutti quelli che passavano da casa sua, postino compreso.

“Un giorno lascerò tutti i miei averi a te” – mi ripeteva.

Peccato non possedesse il becco di un quattrino.

“Ma è Livio? Quello che ha preso il fulmine?” – continua a chiedere imperterrito a tutti quelli seduti intorno.

Si zio! Sono io! Lo zimbello del paese!

Metteranno la mia maglia gialla numero cinque sotto teca nella sala centrale del bar Sport e organizzeranno la classica partita “In ricordo di Ivo”.

“Non era un bomber, non era un fuoriclasse, non era molto amato dai parenti, ma è stato il primo cacciatore di fulmini di tutta la vallata” – diranno in molti.

Ed è stato così bravo da farsi attraversare da capo a piedi, aggiungo io.

Nonna Sofia, sorella di Calisto, ha novant’anni e assomiglia alla Regina Elisabetta. Stessi abiti ricercati, cappellini e rossetto. Neppure oggi si era risparmiata. Abito viola e veletta.

“Ti assicuro che tua madre non è stata adottata, l’ho partorita antipatica così come la vedi. Ha sicuramente preso da suo padre” – mi bisbigliava ogni tanto nelle orecchie.

Per “suo padre” intendeva dire il secondo di tre mariti. Come sa seppellirli lei gli uomini….

Nonna Sofia pativa a vedermi considerato la pecora nera della famiglia. Nonostante tutto ero sempre allegro ed estroverso, mentre gli altri in casa si comportavano sempre come se fossero in lutto.

Un presentimento? Chissà.

Penso sia una delle poche persone qui dentro ad essere davvero affranta per la mia dipartita.

Il prete finalmente posa la coppetta con il vino e si decide a parlare. Per dire cosa poi non lo so.

Si ricorda di me solo perché per il mio diciottesimo compleanno mi sono arrampicato fino alle campane e mi ci sono attaccato facendole suonare per un quarto d’ora. Ho svegliato tutta la vallata. Era mezzanotte.

“Fratelli e sorelle siamo qui per ricordare il nostro caro defunto Ivo” – inizia il sacerdote.

“Chi è Ivo?” – continua zio Calisto.

Nel silenzio si sente provenire dal fondo della chiesa un ghigno, ma non riesco a scorgere il viso.

Chiunque tu sia ti ringrazio, un po’ di allegria non guasta. Sembra un funerale!

“Ivo era un gran lavoratore, un figlio e un fratello amorevole, un buon padre di famiglia” – continua il reverendo.

Ma non ho figli! Reverendo poteva almeno informarsi prima!

Quanto durerà questo lungo ed inutile sermone?

Mi sto annoiando e non c’è neppure un buffet da cui attingere. È quasi l’ora dell’aperitivo e qualche stuzzichino lo mangerei volentieri. Patatine e tramezzini, quelli che fanno lievitare la pancia e ti fanno faticare il doppio sul campo di pallone.

“Amici, aperitivi e calcetto. Cosa vuoi di più dalla vita?” – è il mio motto.

E adesso? Va bene, non potrò più giocare ma non potranno mica togliermi tutto. Vorrà dire che mi siederò sugli spalti a fare il tifo per loro. Spalti, semmai quella vecchia panchina di legno bucata dai tarli.

Dai, veniamoci incontro. Posso rinunciare agli aperitivi. Posso anche cedere il numero cinque e prendere un semplice quattro. Vi lascio pure la mia ex moglie e tutto il resto della famiglia. Lo zio Calisto in primis.

“Livio è morto?” – incalza ancora lo zio.

Acquaviva Dolla è un paese di mille abitanti. Lontana dal mare, lontana dai monti, lontana dai laghi. In pratica non c’è nulla, ma almeno abbiamo parchi, prati e un campo dove allenarci tutti i lunedì. Le partite si svolgono al mercoledì e giochiamo sempre contro le stesse tre squadre:

Piastrelle Fratelli Teresio, Ottico Saverio, Semi e fiori da Flora e il nostro grande Club Formaggi da Nando e figli. Le prese in giro mentre giochiamo sono sempre le stesse da anni: “Vai dall’ottico che non vedi neppure lo specchio della porta”, “Ti asfalto il centrocampo, altro che piastrelle” e il classico “Adesso ti rastrello per bene, poi semmai Semi e fiori”.

Noi dovevamo subire il solito coro “La vostra porta è come il formaggio: ha i buchi”.

L’arbitro si chiama Bernardo ed è amico di tutti, tranne quando si distrae e non vede i falli, allora diventa il nemico pubblico numero uno.

“Cercatevi un altro arbitro perché mi sono stufato di essere insultato” – risponde incarognito ogni volta, ma intanto continua a presentarsi sul campo puntuale con il fischietto al collo.

Si è sistemato in un angolo in fondo, non lontano dall’uscita.

L’ultima volta che sono entrato qui dentro è stato in occasione del matrimonio del fratello del marito di mia cugina da parte di padre. Lo ammetto, non ricordo il nome e neppure la faccia ma non posso scordare la quantità di alcolici bevuti. La cantina della Famiglia Benvenuti aveva raddoppiato il fatturato rispetto all’anno precedente.

Tutto grazie a me.

Spero non se ne dimentichino e mi portino un bel grappolo di uva. È giusto periodo di vendemmia questa.

Mio fratello farà il diavolo a quattro per scegliere la mia tomba. Andrà dal marmista e sceglierà una bella statua con l’immagine di Thor, Dio dei fulmini.

Avrò modo di vendicarmi. E di tempo ne avrò un’infinità. Ci sarà da morire dal ridere.

Ma si può morire due volte? Spero di no perché un altro funerale come questo non potrei reggerlo, è di una noia mortale.

“Livio era il mio nipote preferito” – urla zio Calisto.

Il prete gli lancia un’occhiataccia e nonna Sofia gli fa cenno di zittirsi.

“Era l’unico qui dentro a portarmi al bar e a pagarmi un bicchierino di grappa” – continua.

I miei amici sorridono alle sue parole, non togliendo lo sguardo fisso dal pavimento in marmo bianco e grigio della chiesa. Solo Bernardo, vestito di nero dalla testa ai piedi, non dà segni di vita. Se ne sta rintanato nascosto nell’angolo e ha gli occhi lucidi. È davvero dispiaciuto. Sarà stato un fulmine a ciel sereno apprendere quello che mi era accaduto.

Il sacerdote si avvicina la coppa con il vino, dà la benedizione al mio corpo e beve. Ma di nuovo? Non lo aveva già fatto? E soprattutto….

“Scusi ma a me niente?”

Sono il re della festa, il principale invitato e neppure un goccio di buon rosso. Vedrà che durante la notte entrerò nella sua cantina e mi scolerò tutte le provviste. Voglio proprio vederla a bere della semplice aranciata alla prossima messa. Sarò in prima fila e mi gusterò la scena dopo essermi scolato il suo vino.

Il giorno del matrimonio di Bernardo, il cinque maggio di sei anni fa, avevamo preso in prestito un vecchio camioncino arrugginito e sul retro avevamo sistemato due grosse casse stereo attaccate alla meno peggio ad uno stereo. Nel momento in cui gli sposi sono usciti dalla chiesa, mentre tutti i parenti tiravano riso e petali di fiori noi alzavamo il volume al massimo facendo risuonare in tutta la vallata “Sympathy for the devil” dei Rolling Stones.

Non gli risparmiammo una sola nota. Le campane erano sovrastate da tanto frastuono e noi, non ancora alticci, saltavamo come dei grilli.

Il prete non rimase contento del baccano, e probabilmente, neppure della canzone scelta.

Bernardo, l’uomo in scuro. Abito nero in campo, abito nero al mio funerale.

Mio fratello Osvaldo pare una statua di sale. Non che di solito sia diverso. Anche quando va a correre per il parco sembra un morto che cammina.

“Ehi fratello, facciamo cambio?”

Osvaldo, il ragazzo senza sorriso nonostante i miei genitori gli abbiano fatto portare l’apparecchio per due anni, gli unici denti che ha mostrato fino ad oggi erano quelli che tirava fuori nei miei confronti. Neppure quando è nato ha fatto rumore. Hanno dovuto scuoterlo un poco per farlo piangere. Io da quando ho messo la testa fuori dalla pancia di mia madre non sono stato un attimo zitto. C’è stata una forte disparità nella distribuzione della loquacità. A chi troppa e a chi niente. A scuola parlavo talmente tanto che le insegnanti ci pensavano due volte a chiamarmi per interrogarmi. Non studiavo ma la mia parlantina era inarrestabile e con grandi giri di parole ubriacavo tutti facendomi rimandare a posto con la sufficienza.

Osvaldo non ha mai alzato il gomito. Ci ho provato in tutti i modi, una volta anche legandolo ad una sedia, ma ho ottenuto solo di restare chiuso in castigo nella mia camera per giorni. Non hanno apprezzato che volessi fargli provare un po’ di felicità.

L’unica volta in cui ho percepito una vaga soddisfazione da parte sua è stato quando ho avuto la brillante idea di convolare a nozze. Mi toglievo dalle scatole e non mi avrebbe più visto tra le mura domestiche.

Si, perché lui continua a vivere con mamma e papà e dubito fortemente cambieranno le cose nel futuro. “Perché non ti costruisci una bella casa nel bosco e non fai l’eremita?” – gli chiesi una volta.

Non accennò ad alcuna risposta però mi guardò con profondo disprezzo. Peccato, si sarebbe trovato bene tra il muschio e i funghi.

Velenosi.

Zio Calisto si è addormentato e il suo capo tende verso la spalla sinistra di nonna Sofia. Una grande donna. Non mi ha mai raccontato favole come tutte le altre, ma solo vecchie storie di famiglia.

“Tua madre si è sposata solamente perché ha trovato un uomo burbero quanto lei” – mi ripeteva.

Aveva provato, con estrema eleganza e tatto, a dissuadermi dallo sposarmi ma avevo voglia di mettere almeno un punto saldo nella mia vita, fare qualcosa per cui gli altri potessero essere finalmente orgogliosi.

Non penso di essere riuscito neppure in questo campo.

Il giorno in cui la incontrai fu un vero e proprio colpo di fulmine. Sempre lui dannazione!

Dopo neppure un paio di anni non avevamo molto più da dirci. Cioè, io non ho mai smesso di blaterare ma oramai più che una moglie la vedevo più come una cugina.

“Sei sicuro di essere ancora felice?” – si interessava nonna Sofia.

Felice era una parola grossa. Forse sì. Forse no. Si, mi andava bene, ma non provavo più emozioni.

Tiravo a campare. Mi rendo conto che non ho tirato abbastanza.

Quando abbiamo capito di non essere più la coppia di un tempo inizialmente è stato doloroso, abbiamo fatto lunghe chiacchierate per provare a recuperare quello che avevamo perduto, ma alla fine nulla si è riaggiustato.

Adesso lei è seduta silenziosa in seconda fila, occhiali scuri e una nuova pettinatura.

Chissà quanti di loro spereranno in una qualche eredità. Il gruzzoletto che avevo messo da parte è stato speso per risistemare la mia vecchia Saab 9-3 cabriolet. Carrozzeria tirata a lucido e nuove gomme. Con il resto ho acquistato una nuova moto da strada. La prima volta che sono salito in motocicletta avevo quindici anni.  Avevo preso di nascosto quella di mio padre e senza che nessuno mi avesse mai detto come guidarla, l’avevo messa in moto e mi ero stampato dopo cento metri sul fianco destro dell’edicola.

Io non mi ero fatto nulla ma tutta la parte anteriore era andata e alcuni giornali erano caduti sparpagliandosi. Nell’impatto ero rimbalzato, e anziché soccorrermi e assicurarsi delle mie condizioni, il giornalaio scuoteva la testa con disappunto.

Restai in punizione per una settimana intera. Nella mia vita ho accumulato più giorni di castigo di tutti i bambini del paese messi insieme. Ero un bimbo sorvegliato speciale. Ma non mi era di aiuto, anzi, quando riottenevo la libertà sentivo ancora di più il bisogno di combinare nuovi guai.

Mi spiace di avere dato tanti grattacapi, ma in fin dei conti ero buono. Avevo solo necessità di sfogare la mia energia. Dovevo esplodere in qualche modo. Alla fine, ho finito con fare il botto!

“Mah, Scusate, dove state andando tutti? Non lasciatemi qui da solo. Mi annoio!”

Ma cosa sento? Delle note musicali a tutto volume fuori dalla chiesa.

Non ci credo! Ma sono loro! I Rolling Stones!

Grande Bernardo, l’uomo in nero pece me l’ha fatta questa volta.

 

Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste

 

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2 Comments

  1. Alcano
    Alcano

    Non ho capito la morale e neppure la trama del tuo racconto, per quanto io ami i racconti “oltre” scritti usando correttamente gli “a capo”. il filo conduttore è labile, racconta solo i ricordi e i pensieri del morto ma, a mio avviso, manca qualcosa. Cosa ancora non so, lo rileggo…

    1. Babola71
      Babola71

      Ciao, ti ringrazio per averlo letto e commentato.
      Non esiste una morale o un continuo perché quello che scrivo mi viene di getto, e non so mai dove arrivo. E’ strampalato, lo so, ma è veramente il frutto di un qualcosa uscito spontaneamente. Per gli “a capo” devo ancora fare pratica su questo sito 🙂