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E’ successo!
Non pensavo potesse capitare anche a me, ma è successo: mi ha lasciato!
Benvenuto nel Club“ direte voi ma, non essendo mai stato un sostenitore del “mal comune mezzo gaudio”, mi perdonerete se questa vicinanza di malasorte non mi consola affatto.
Soprattutto perché non credevo che l’avrebbe mai fatto.
D’accordo, c’erano state minacce nei mesi precedenti ma Santo Dio, son cose che si dicono in certi momenti e il giorno dopo è tutto come prima. E invece no! Questa volta l’ha fatto sul serio: se n’è andata con armi e bagagli.
Non un fulmine a ciel sereno, ma quasi.
E poi, dico, fra tutti i giorni della settimana perché ha scelto proprio il lunedì per levare le tende? Già il lunedì è la giornata peggiore per eccellenza, ma questa è stata la classica goccia che non sta nel vaso. Non bastava il litigio col direttore del personale, la mano incastrata nella bocca del distributore di merendine (con relativa perdita dei bottoni del polsino) e la rigatura bastarda sulla portiera della mia Smart (alla faccia del parcheggio privato dell’azienda). E no, ci voleva pure questa sorpresina al mio rientro a casa.
Così, con ancora in mente una sequenza di maledizioni tutte da sciorinare e ignaro dell’imminente botta del destino, apro il portoncino dell’appartamento. Ancora prima di fare due passi dentro casa mi levo le scarpe infilando le pantofole, se no chi la sente, dico fra me e me. Appendo il soprabito e mi accorgo subito che c’è qualcosa di strano: non sento profumo di cibarie. Che diavolo sarà successo? E’ vero che per colpa del traffico serale sono arrivato con quasi un’ora di ritardo ma l’odore della cena dovrebbe ancora persistere nell’aria. Chiamo il suo nome una volta, poi una seconda e una terza, a voce più alta e un poco allarmata questa volta.
Silenzio.
Sarà uscita?
Non credo.
Non a quest’ora comunque. E poi mi avrebbe lasciato un messaggio.
Con la testa in subbuglio e un principio di panico nello stomaco, attraverso corridoio e salone e, in rapida successione, lancio un’occhiata alla stanza da letto e al bagno.
Tutto è in perfetto ordine, come il solito d’altronde, ma lei non c’è.
Sempre più in apprensione entro in cucina e lì, in bella vista sul tavolo, poggiata sopra una confezione (ormai scongelata) di bocconcini al formaggio, c’è una busta gialla dall’aspetto ministeriale con sopra il mio nome.
Intuisco subito che non sono buone notizie.
Le buste gialle non le sopporto, mi ricordano gli avvisi di accertamento e le rogne amministrative e già solo il vederle, a prescindere dal contenuto, mi sale l’ansia.
Mi chiedo perché, con tutte le buste bianche che ci sono nello studio, ha scelto invece una di quelle gialle. Mi rispondo ancor prima di aver terminato la domanda: questo è il suo modo perfido (assolutamente in linea col suo carattere) di sottolineare il fatto che sono di fronte a una comunicazione ufficiale e senza appello
Prendo la busta con rassegnata titubanza, e con lo sconforto nel cuore trascino i piedi fino al divano del salone e mi ci sprofondo dentro. Sto così per qualche secondo poi penso che un goccetto, anche se a stomaco vuoto, potrebbe aumentare di qualche tacca il coraggio che mi occorre per aprire la missiva e vedere le brutte nuove che mi aspettano.
Mi ci vogliono due brandy abbondanti prima che mi decida a riprendere la busta in mano, a sollevarne i lembi, estrarne un foglietto piegato in due e finalmente leggerne il contenuto.
Sarò sincero: non è che mi aspettassi una riedizione di Guerra e Pace o della Divina Commedia (non è mai stata un grande chiacchierona), però avrei gradito almeno qualche riga di spiegazione, un accenno di rammarico o anche degli stramaledetti insulti piuttosto che quelle irrimediabili e definitive tre parole: “me ne vado”. Scritte in stampatello e sottolineate non da uno, ma due punti esclamativi.
Accartoccio foglio e busta e stizzito lancio la palla in direzione della finestra di fronte.
Le auguro acidamente buon viaggio qualunque sia la sua destinazione e mentre verso un altro brandy (forse per farle un tardivo dispetto), mi stravacco ancor di più poggiando i piedi sul tavolino di cristallo. Alla faccia sua.
Lo so che può sembrare scontato e anche un pochino squallido, però non posso trattenere il pensiero e così, abbiate pazienza, lo lascio andare in tutta la sua banalità: “dopo tutto quello che ho fatto per lei!”
Ecco l’ho detto.
E pensare che quando la vidi per la prima volta non le dedicai più di una rapida occhiata. Non la filai neppure di striscio, quasi fosse parte dell’arredamento.
Eravamo a casa di quel presuntuoso vanesio di Pierfranco, mio cugino, e solo durante la cena iniziai a dedicarle più di qualche occhiata. Poi, forse a causa dell’eccellente Chianti e dell’ottimo arrosto o forse roso dall’invidia, a fine serata decisi che Pierfranco non la meritava e che avrei fatto di tutto per portargliela via.
In preda ad una sorta di euforia adolescenziale mi alzai per andare al bagno e intrufolandomi in cucina le misi in mano il mio numero di telefono.
Non chiamò. Ovviamente.
Ormai però mi ero incaponito, e benché non sopportassi per nulla quell’idiota di Pierfranco, trovai il modo di farmi invitare a cena almeno una volta la settimana. Bastava accennare a quanto fosse superlativa la sua conoscenza dei vini e che delizia per le orecchie il suo impianto super surround, per farlo andare in brodo di giuggiole e ottenere in men che non si dica un invito praticamente perpetuo.
E così, lasciando da parte il fair play e tutte le stronzate simili, continuai imperterrito a farle una corte insistente e senza scampo finché alla fine, stremata, e voglio credere anche conquistata, si arrese e telefonò.
D’altronde ero (e sono) senza dubbio un miglior partito rispetto a quel vecchio snob e spilorcio del cugino Pierfranco. Dalla mia ho un lavoro migliore, una casa in zona super residenziale, un’auto da sballo e risorse finanziarie di gran lunga più sostanziose. E in più, anche fisicamente, non sono certo da buttar via.
Non voglio pensare adesso, a cose fatte, che forse si trattò solo di una questione di soldi, ma non posso escluderlo. Sia come sia lei venne a stare con me e ne fui felicissimo e al diavolo il Pierfranco e la sua boria.
I primi furono bei tempi poi, come in tutte le convivenze, qualcosa pian piano si incrinò e iniziarono a saltar fuori le magagne: “lascia le scarpe in corridoio perché sono luride e chi pulisce sono io”; “un poco di attenzione con l’acqua della doccia non guasterebbe”; “il venerdì sera mi piacerebbe andare a cinema con le amiche”; “se fai tardi e la cena è fredda non è colpa mia”; e potrei andare avanti ancora e ancora.
Ora, guardando il suo ultimo messaggio appallottolato ai piedi della finestra, non posso escludere che forse, come dice la canzone, la colpa è stata un po’ anche mia. Avrei dovuto tenermela stretta e darla meno per scontata.
Ma cosa avrei dovuto fare di più? Per i miei standard affatto dispotici e meno maschilisti di chiunque altro conosca pensavo di averle concesso tutto quello che umanamente era possibile (compreso darci del “tu” quando eravamo soli), eppure quella convivenza si era trasformata irrimediabilmente come il peggiore dei matrimoni.
Un bisbiglio tardivo di coscienza mi suggerisce che avrei dovuto cedere un pochino di più.
Forse ha ragione, però mi brucia parecchio l’esser stato lasciato come un pirla, anche se magari me lo son meritato.
Mi sale un sorriso di autocompassione pensando che il cugino Pierfranco direbbe: “chi la fa l’aspetti!”. E non avrebbe torto.
Al diavolo, prendiamo il toro per le corna e mettiamoci una pietra sopra.
Mi alzo dal divano più determinato che mai a non cedere allo sconforto e penso che la cosa migliore sia scacciare il chiodo con un altro chiodo. Meglio se più grande.
Recupero il cellulare dalla tasca del soprabito e l’agendina nera dal cassetto della scrivania nello studio e prima di riaccomodarmi sul divano mi servo un altro brandy.
Bene, mi dico, sono soltanto le sei di sera e dovrei trovare ancora qualcuno.
Prima mi levo il pensiero e meglio sarà.
Scorro le pagine fino al numero che mi interessa e lo digito sul mio costosissimo cellulare. Sento che squilla. Attendo con un filino di ansia, poi una voce suadente attraversa l’etere fino al mio orecchio destro, scatenandomi un brivido involontario.
«Buonasera, sono Carmen, come posso aiutarla?»
Buttò giù un groppo di saliva e rispondo con un lieve imbarazzo, anche se non è la prima volta:
«Buonasera a lei Carmen, avrei bisogno, con una certa urgenza, di una domestica/cuoca altamente efficiente e referenziata. Ottimo stipendio, massima autonomia decisionale e possibilità di alloggio indipendente e gratuito, in loco.»
La professionale efficienza di Carmen mi mette nuovamente di buonumore. Chiudo la chiamata dopo aver lasciato indirizzo e numero di telefono e mentre vado in cucina per metter nel forno i bocconcini, penso che, dopo tutto, la vita continua e… morto un Papa se ne fa sempre un altro.

 

 

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Purpleone
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Quando un racconto bussa alla porta...scrivo. Nell'attesa tengo a bada le altre due "scimmie": la fotografia e la musica.

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9 Comments

  1. Brividogiallo
    Brividogiallo

    Ciao! Ma tu riesci a pubblicare? Io è più di un mese che non ci riesco. Sul dashboard mi si dice che ho diversi post a disposizione ma continua a chiedermi commenti. Non so più cosa commentare se non che questi siti hanno tutti dei bugs.

  2. Brividogiallo
    Brividogiallo

    Più che un papa a morire questa volta è stato un amore scombinato e malmesso.
    Quanto alla domestica/cuoca altamente referenziata aggiungerei “che Dio ce la mandi bona!”
    Però,,,magari si potessero sempre prendere con tanta filosofia certi biglietti di addio…

  3. Purpleone
    Purpleone

    Che dire? Anche l’occhio vuole la sua parte ed è indubbio che, per quanto efficiente e professionale, in pochi preferirebbero avere in giro per casa una sosia della “signorina Rottenmaier” di Heidiana memoria. Ciao e grazie per la lettura e il commento.

  4. FilippoArmaioli
    FilippoArmaioli

    Racconto simpatico con finale a sorpresa. Mi fa pensare a un’azienda che ho visitato in cui almeno 2 addette alle pulizie non erano affatto male. (Capisco quindi come si possa sentire la mancanza del personale uscente quando hanno un bel “personale”.)