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Una domenica, come tante, in un piccolo e tranquillo paese alle pendici di una bella montagna coperta di cedri e di betulle. Un piccolo paese ancora immune dalla speculazione edilizia, in virtù dell’orgoglio conservativo degli abitanti, vecchi contadini con le mani callose, più che per l’onestà e l’interesse dei suoi amministratori. I pochi abitanti, in maggioranza anziani, erano amministrati da un sindaco eletto circa vent’anni addietro e non c’era nessuna voglia di cambiarlo né esisteva alcuno che ambiva a sostituirlo. I personaggi  del piccolo paese erano il farmacista, ricchissimo, che erogava più consigli e piccoli rimedi che farmaci. Seguiva, in ordine d’importanza, il barbiere col suo virtuale sistema informativo, il proprietario del bar che gestiva l’unico posto di ritrovo, e la levatrice. Purtroppo costei, una volta fondamentale per le sorti anagrafiche del paese, moriva di noia, non perché le sue erano incombenze via via passate a cliniche e ospedali, ma per il fatto che mancava proprio l’oggetto del suo lavoro e, per fare qualche soldo, s’era messa a ricamare piccoli ornamenti in indumenti prodotti da grandi sartorie,  che davano qualche spicciolo per ogni passata d’ago. Tutti questi personaggi e gli altri minori di contorno, operavano in incontestata esclusività e pertanto il paese era sempre perfettamente in pace con se stesso.

Eppure, una domenica mattina qualcosa d’insolitamente nuovo accadde e fu come un colpo di frusta. Nella piccola e unica piazza del paese, alle otto del mattino, c’era il solito barbiere che aveva già levato la saracinesca per tagliare i capelli ai quei suoi paesani che, negli altri giorni, rimanevano al lavoro nel podere di campagna. Quella domenica, alla stessa ora, c’era il bar già aperto e la macchina del caffè appena messa in pressione. Il meraviglioso silenzio di quel momento fu improvvisamente rotto dal rumore di un motore d’auto, un rumore forte, compatto, da autodromo, comunque estraneo ai rumori dei veicoli dei paesani, in prevalenza, vecchie auto, furgoncini e motocarrozzette. Prima ancora che l’auto entrasse nella piazza, scattarono fuori dalla porta il barista, col suo grembiulino di colore indefinibile, il barbiere con in mano il vecchio rasoio a mano libera, e il suo cliente con mezza faccia insaponata. Se avessero udito il rumore di un’esplosione, la loro reazione non sarebbe stata così fulminea e impaurita. E ancora più di stucco rimasero i tre soggetti quando videro arrivare in piazza uno spider rosso che si fermò davanti alla porta della Banca, l’unica che non poteva che rimanere chiusa per tutta la domenica. Dallo spider venne fuori un giovane, elegantissimo in giacca e cravatta, che incurante d’essere osservato e seguìto in tutto i suoi movimenti, si esibì in un breve ma educato saluto, e si diresse al bar, costringendo il primo dei tre spettatori schizzati fuori dal bar e dalla barberia, a rientrare precipitosamente. Il barista si tolse rapidamente il grembiulino, come per essere più presentabile, e assunse un comportamento premuroso, come se dovesse rappresentare l’ospitalità di tutto il suo paese. Preparò il caffè chiesto dal signore, stando impalato come il portiere di un grande Hotel, prese la monetina in pagamento, e vide uscire quell’uomo che, con un passo lento e leggero, raggiunse l’auto e andò via sgommando.

Nella piazza cominciarono ad affluire altre persone, tutte allarmate dallo strano e insolito rumore, e tutte sembravano prese da una botta, tanto da essere incapaci di parlare. Poi qualcuno cominciò a svegliarsi e andò a chiamare il Sindaco, qualche altro corse in caserma a chiamare il poliziotto di turno e, quando tutti si trovarono in piazza, le ipotesi iniziarono a fioccare. Qualcuno disse che il giovane in spider, trovandosi forse a passare nelle vicinanze, fu preso dal desiderio di un caffè e, per questo, entrò in paese; qualche altro pensava a un primo sopralluogo per qualche progetto immobiliare atto a sfruttare le bellezze della zona, ma l’ipotesi più accreditata, manco a dirlo, fu quella di un diavolo o di un fantasma. I tre che avevano visto per primi quell’uomo, asserivano concordi che il giovane non camminava ma galleggiava in sospensione sul terreno. E fu a questo punto che venne fuori l’opportunità di preparare una messa in cattedrale, contro possibili influssi maligni, e il Sindaco assicurò che sarebbe andato dal parroco per provvedere. Quella domenica si chiuse senza le vecchie abitudini, come quella di comprare i dolcetti per dopo il pranzo, o quella della passeggiatina nel pomeriggio. Il paese sembrava sotto shock.

La successiva domenica, ci risiamo. Il giovane entrò nella piazza alle dieci del mattino, questa volta non preceduto dal rombo del motore, che rimaneva coperto dal vocio della giornata già avviata. Il barista uscì sùbito sul marciapiedi, sfilandosi il grembiule, e il barbiere fece altrettanto portandosi dietro un cliente con i capelli ricoperti di schiuma. Il giovane scese dalla macchina con dei fogli in mano, e incurante degli occhi che si portava addosso, si avviò per le vie del paese. Il barbiere, vecchio volpone e mente storica del luogo, afferrò per un braccio il garzone di bottega, il mitico ragazzo-spazzola, e lo spinse fuori dal locale dicendogli di seguire l’uomo e di notare dove andava e che cosa faceva. Nel frattempo alcuni dei pochi ragazzi rimasti in paese, si portarono a ispezionare l’auto. Girarono attorno, guardarono ogni cosa, premettero la carrozzeria su un lato come si fa per verificare la tenuta degli ammortizzatori, e rimasero interdetti perché non trovarono il nome del costruttore. Sul muso dell’auto c’erano scritte due strane lettere, una emme e una gi, che, per loro, dicevano né significavano poco o nulla. E conclusero che se il giovane era effettivamente un fantasma, allora la macchina era proprio quella tipica di tali creature, perché non c’è costruttore terreno che può farla così.

Dopo nemmeno mezz’ora il giovane tornò in piazza e, salutando garbatamente chi incrociava, andò via sgommando. Tornò anche il garzone del barbiere e si avviò in negozio portandosi dietro tutte le persone che c’erano in piazza. Il barbiere, geloso delle informazioni che avrebbe raccolto, e convinto di doverle analizzare lui prima di riferirle ad altri, disse al garzone di lavare i capelli a un cliente e buttò fuori dal negozio clienti e intrusi. Quest’atteggiamento fu proprio quello che non avrebbe dovuto assumere, perché alimentò l’impressione che il paese stesse vivendo qualche momento grave e delicato.

L’indomani, il lunedì, il giovane tornò inaspettatamente in paese, scese dall’auto e tirò dritto in farmacia. Tutti i presenti in piazza rimasero sbalorditi per questo strano e inatteso sviluppo della vicenda e fecero silenzio come se potessero sentire ciò che si diceva all’interno. Dopo una ventina di minuti, l’uomo fu visto uscire assieme al farmacista e i due si lasciarono come se si conoscessero da tempo. Lui salutò, questa volta cordialmente, il barista e tutte le persone che incrociava e sembrava contento di non avere addosso gli occhi penetranti del barbiere che se ne stava a casa sua per il giorno di chiusura settimanale del salone. Dopo il colloquio col farmacista sembrava un’altra persona, era visibilmente soddisfatto e, camminando, posava bene i piedi per terra. Andò via col suo spider rosso muovendosi lentamente e senza esibirsi in sgommate. Dopo le spiegazioni del garzone del barbiere e le notizie fornite dal farmacista, tutto apparve chiaro, il paese riprese i suoi ritmi normali e non fu necessario interessare il vecchio parroco che non amava il lavoro straordinario.

Il giovane era tutt’altro che un fantasma, lui era guidato da una stella e la stella era una bellissima ragazza che aveva notato qualche settimana prima quando, venuto in paese con una vecchia auto di un suo amico giornalista, aveva notato la ragazza e ne era rimasto incantato. Il suo amico, con la scusa di un’intervista, era riuscito a conoscere il cognome della donna e lui era venuto in paese per sapere  dove abitava e per poter contattare la famiglia.  Come aveva riferito il garzone del barbiere, il giovane, la seconda domenica, girando per le vie del paese, era passato a guardare ogni portone per leggere l’etichetta, e si fermò davanti al portone che recava l’etichetta col cognome che corrispondeva a quello della ragazza datogli dall’amico giornalista. Tornando in piazza, notò che quel nome c’era anche sull’insegna della farmacia, e sperò d’essere sulla pista giusta. Sarebbe tornato l’indomani a farmacia aperta.

L’incontro col titolare fu cordiale e, ovviamente, interlocutorio, anche perché c’era da tener conto dell’accettazione della ragazza, e dei prevedibili malumori dei giovani del paese per quella che poteva rappresentare, per essi, una sciagurata intrusione di un estraneo o, come andavano dicendo in giro, per la sottrazione di un diritto di prelazione che loro spettava. La ragazza, invece, era impazzita dalla gioia anche perché aveva sempre desiderato di avere uno spider rosso e i genitori, ricchi sfondati, non le avevano comprato neanche la miseria di una 500.

Il nostro uomo aveva saputo ben comportarsi perché, con il contatto preventivo del padre della ragazza e con la sua, seppur condizionata, approvazione, aveva cercato di acquisire una certa legittimazione agli occhi di tutto il paese.

 

 

 

 

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Vecchietto

Scrivo per essere sicuro di vivere

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