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Francesco Di Ratto era un essere sfigato e aveva fatto incazzare i monaci della religione del Porkus Christi. Tutti gli anni c’era una cerimonia (nella Cripta delle Scorregge, dove forse si trova il Santo Graal rubato dai Predoni Furbi del Deserto del Sahara). Per loro è importante come il Natale, questo rito. Si gettavano delle fette di salame per terra (tipo Milano o ungherese). Tra la polvere. E certo non ci si aspettava mai che qualche sacrilego le raccogliesse, che schifo! Ma il Di Ratto le raccoglieva, per cibarsene subito come merenda per riparare al fatto di aver saltato, come sempre, la colazione. E per sostituire la cena che forse non ci sarebbe stata, come il pranzo del giorno dopo. Facendo così, si era meritato che i monaci lo picchiassero sodo, con calci e pugni dati con forza. L’ira dei porkochristiani era rara: erano più mansueti dei bonzi; tranne però con gli stronzi.

Francesco aveva avuto una fidanzata scrausa e orrida, con cui pensava all’amore eterno ogni giorno: si lasciarono dopo due anni. Si chiamava Daria Sacchetti, era grassoccia e baffuta. (Quando, raramente, facevano sesso, per chi avesse avuto la disavventura di assistervi sarebbe stato come un film dell’orrore). Erano brutti come funghi marci fritti, questi due. Lui viveva in via del Semolino, 17, con la sua gatta Bubi. D’estate un benefattore gli regalava un chilo di gelato alla frutta, forse per consentire caritatevolmente ad alcune vitamine di entrargli in corpo. Per il resto si dava alla “cucina pecorona”, un ramo  deprecabile della culinaria fetida più ispirata al buco del culo che alla salubrità dell’aria. Si trattava di prendere i pochi cibi avanzati regalati dalla Caritas e mischiarli in modo casuale, tanto da riempirsi la buzza. Per esempio, la pasta, che solo lui osava mangiare. Perché? Non ci credereste, ma usava l’olio di semi al posto di quello d’oliva non per friggere soltanto, ma anche per condire! Immaginate che sapori di merda. La sua casa poi era una catapecchia con affitto da 15 euro, visitata da blatte e falene, da moscerini e mosche tante quante quelle sulle facce degli abitanti del Congo. Era una topaia peggiore delle catapecchie del Senegal. Simile al tugurio di Giordano Marchetti. I due erano amici e aiutavano il tizio di Youtube che curava il canale THE ITALIAN MR BANANA.

Io in quel periodo studiavo come hacker. Ero amico anni fa di tutti questi sfigati. Ma l’amicizia finì quando chiamai il Di Ratto “figlio di un barbone”, perché in effetti il padre chiedeva l’elemosina cantando in Corso Italia, seduto su una sedia. Aveva lavorato per anni alla Coop, finché lo avevano licenziato dopo averlo sorpreso a razziare gli scaffali degli alcolici.

Questi amici si chiamavano La Ghenga, e il gruppo forse esiste tuttora. All’epoca, fine anni 90 inizio anni 2000, erano:

Nello Amedei, col suo pastore tedesco Lucky, sempre a caccia di lavoro ma sfruttato (gli avevano dato degli alpaca cui badare, ma non lo tennero fino ad assumerlo); Giulio Modena, che amava inviare agli amici lettere con racconti erotici ispirati a manga e anime. Amava il vino rosso, e disprezzava il bianco, era pelato più dei pomodori in lattina;

Fabione Baboi, uno psicolabile grasso e berlusconiano, con pantaloni comprati in sartoria extra extralarge;

Davide Gazzelli, uno che fingeva di volerti essere amico solo per farsi i cazzi tuoi, per poi essere uno cui non fregava niente di te;

Luca Porco Nicolai, un bravo ragazzo amante delle parolacce e del porno, che prese poi il Covid pur essendo vaccinato, e ha fatto un tampone a sue spese per poter andare in pizzeria.

Io pure ero sfigato ma non tanto come loro. Giordano Marchetti, quando lo trovai fu dopo che lo avevano iscritto a un programma alternativo al carcere: doveva imbottirsi di psicofarmaci, attendendo le infermiere che venivano al pomeriggio a verificare che ingoiasse il placebo e attendesse con pazienza di bravo paziente l’arrivo dei fastidiosi effetti collaterali (quale l’ebetudine perenne, e l’irreversibile raccorciamento ipotrofico del pene…) Gli psicofarmaci gli rallentavano i riflessi, come addormentandolo; e oltre alla mente intorpidita, gli veniva la scialorrea (detta anche ptialismo): si trattava di sbavare, senza potersi trattenere. Cosa aveva fatto di grave per meritare questo? Aveva dato a un parlamentare un dolce alla crema di Tico Berry. Ma piena di lassativo al limone, per fargli venire uno strizzone! Così questo politico cacò nella Piazza dei Cavalieri, di fronte alla statua del Re Mida…insomma, di quella statua che è là. Forse questo tipo diventerà pure il prossimo Presidente del Consiglio. Ci sarebbe da stupirsi?

Io imparo a hackerare credo per fare qualcosa di meraviglioso, come dipingere un buon futuro. Ma ora che avevo ritrovato Giordano in quello stato disgraziato mi accorgevo che un poco aveva ragione a pensar male di questa Italia non sempre grande come ambiva a essere. Era invece un paese ipocrita e ferito da una mancanza cronica di intelligenza civile. Una parte dei futuri padri se si fanno dei conti con la realtà da giovane avrà fatto parte di una baby gang, o avrà bullizzato degli innocenti. Altro che bel Paese.

Io trovai una bella ragazza di colore, dai bei bizzarri capelli ricci e crespi. Sperimentando il buon piacere del sesso negro. (Ho avuto per breve tempo anche un’amante cinese, di cui presto però volli vilmente scordarmi). Non rividi più quegli sfigati. Ho trasformato del latte di mucche rubate alle stalle della Maremma un formaggio quasi onesto da rivendere a conoscenti e a chi capitava. Mi comprai tele, colori acrilici e pennelli. E quei dipinti che mi costavano 20 euro a farli li vendevo a 50 o 100. Facevo cose simili a Keith Haring. Vendevo poco ma spesso.

Facevo formaggio. Fino a maggio. Hackeravo meno.

La mia ragazza nera si chiamava Aude Ismaela Mamadul.

Lei c’era sempre.

A lei piaceva la nostra Italia più della sua Africa.

E a me la nostra vita.

Nota.

Questo terzo racconto della serie di Giordano Marchetti segue “Porkus” e “La merda e il piscio”.

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta e Owntale. Teatro, romanzi e racconti. Sono il "Re" di una "Nazione Digitale" ("Utopia"). Scrivevo anche su MeeTale, ma è un sito chiuso.

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