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L’ultimo pensiero del povero Bernardo fu che quella bocca aveva più denti di una tagliola. In verità più che un pensiero fu una rapidissima immagine ad attraversargli la mente, dopo di che perse i sensi e morì dissanguato tra gli sterpi, con l’arteria femorale recisa.

Era una bella famiglia quella di Bernardo: una donna con le lunghe trecce nere che vedevo spesso, soprattutto la sera, quando ritirava i panni stesi sul retro della casa, e due bambini vispi come furetti. Avranno forse avuto quattro o cinque anni i piccoletti, ma non ci giurerei. Mai stato capace ad azzeccare l’età di qualcuno. Una cosa però la so per certo: erano buoni come il pane. Giocavano chiassosi come piccoli coyote ma sempre d’amore e d’accordo e mai che li vedessi o sentissi litigare come spesso fanno quelli della loro età. Obbedivano ai genitori e non si allontanavano quasi mai oltre lo steccato che circondava l’orto e parte della casa. Guardandoli correre mi feci l’idea che fossero malati. Non so, trotterellavano in modo strano, come trascinando i piedi, ma lo ripeto, erano dei buoni bambini.
Io, appena arrivato, andai a stare a poca distanza dalla loro casupola – l’ultima e la più distante da quella manciata di case che chiamavano villaggio – e quindi, anche se non ci frequentavamo spesso, posso affermare che li conoscevo abbastanza bene. Confesso che quando passavo dalle loro parti mi capitava, a volte, di provare un pizzico di fastidio nei loro confronti ma credo fosse solo il mio desiderio di avere una famiglia. Da troppo tempo ero solo come un cane e, invecchiando, la solitudine mi pesava sempre più.
A quei tempi capitava che facessi più volte la strada che passava alle spalle della loro casa di mattoni di fango e sempre vedevo Bernardo al lavoro. Il più delle volte a spaccarsi la schiena nel piccolo orto oppure, la sera, ad accudire le galline e i conigli o a riparare qualche tegola del tetto. E sempre cantava. Non che avesse una bella voce, e perlopiù non capivo un accidente delle parole che lanciava in aria, ma la melodia mi piaceva e a volte, se il vento era a favore, potevo sentirlo già prima che scendessi dalla collina.
Non ebbi mai l’impressione che fosse un uomo violento ma quando una notte, spinto dalla fame, cercai di portare via una dei suoi animali mi scaricò dietro – per fortuna con poca mira – entrambe le canne del suo fucile. Non gliene volli per questo, ma mi feci più cauto e decisi che un pollo o un coniglio non valessero il rischio di una palla fra le scapole.
Li vidi molto meno l’anno successivo quando, probabilmente a causa del loro lutto, uscivano molto meno all’aperto e, se capitava, mai senza il fucile e mai dopo il tramonto. Facevano così tutti quanti in quei giorni e, credetemi, ne avevano tutte le ragioni.
Quando sono ritrovati due bambini di forse quattro o cinque anni con le membra straziate e divorate e le budella di fuori, chiunque diventa un tantino più prudente.
Ricordo che in quel periodo, di giorno e di notte, decine di volontari battevano la campagna e i canyons alla ricerca del responsabile di quello scempio, bestia o uomo che fosse. Una baraonda che durò forse una settimana o poco più poi, come spesso succede quando le cose non ti riguardano di persona, la fatica ebbe la meglio sulla sete di vendetta e quei contadini, uno alla volta, si arresero e tornarono ai loro campi.
Finalmente potevo riposare tranquillo: niente più fiaccole a rischiarare la rada boscaglia e niente più spari accidentali che mi facevano sussultare nel cuore della notte.
Nei mesi successivi, quando, da lontano mi capitava di incrociare Bernardo, ebbi l’impressione che invecchiasse un poco di più ogni volta: i cappelli erano sempre più grigi, e la schiena curva e il passo strascicato rivelavano tutta la sua dolorosa rassegnazione.
L’ultima volta che vidi sua moglie invece, fu a pochi passi dal luogo nel quale erano stati ritrovati i suoi figlioletti, e anche lei nelle loro stesse condizioni.
Era stata una bella donna – per quel che può saperne un vagabondo come me – ma quel giorno, coperta di sangue e formiche, con la faccia scarnificata fino all’osso e brandelli di carne sparsi ovunque, sono sicuro che fece passare molti notti insonni allo sceriffo e ai suoi volontari.
Eppure, anche quella volta, benché forse più numerosi e più armati, quei poveri diavoli abbandonarono ancora una volta le ricerche dopo pochi giorni. Scarpinare per terre aride e sassose e sobbalzare a ogni ombra dietro uno sperone di roccia, mettono a dura prova coraggio e determinazione e, se non sei un cacciatore di professione, torni presto a rintanarti in casa. E così fecero.
Passò non so quanto tempo senza che accadesse nient’altro di così terribile e io vedevo sempre di meno Bernardo. La sua modesta casupola ora somigliava sempre più a una tana in rovina: gli alberi da frutto s’erano seccati e l’orto era diventato un groviglio di erbacce selvatiche, e nessuna gallina o coniglio scorrazzava più nel piccolo recinto sul retro.
Con l’arrivo della stagione fredda presi a fare, non saprei dirvi esattamente perché, un giro diverso dal solito, evitando poi del tutto di passare dalle sue parti. La notte però, dal mio giaciglio, vedevo brillare in lontananza la lucina della sua casa e mi addormentavo con quell’immagine negli occhi.
Quelli che vennero dopo furono tempi duri per tutti (ma per noi vagabondi, quando mai non lo sono stati?) però, in un modo o nell’altro, non mi mancò mai di che campare perché sono vecchio, è vero, ma quando si tratta di mettere qualcosa in saccoccia non pecco certo in iniziativa, potete credermi.
Finché arrivò il giorno in cui anche Bernardo ci lasciò la pelle.
E non è un modo di dire.
Fu conciato, se possibile, peggio della moglie e dei poveri figlioli.
Lo trovarono quasi sulla soglia di casa, tra i rovi e gli sterpi dell’orto, e con ben poca carne attaccata alle ossa. Immagino che, a quel punto, i più pensassero a una specie di maledizione – e forse proprio di quello si trattava – una malasorte tignosa che si era attaccata a quella famiglia e che non c’era stato verso di scrollare via. Fino alla morte.
Non saprei dirvi il perché o il percome, ma dopo qualche giorno dal ritrovamento dei suoi resti (è proprio il caso di dirlo), sentii il bisogno impellente di dare un’occhiata fuori dal mio rifugio, anche se non lo faccio quasi mai di giorno per via del gran caldo.
E fu così che li vidi.
Erano a occhio e croce, a meno di dieci metri e, sicuramente per via dell’abbiocco da digestione in cui ero sprofondato, non li avevo sentiti arrivare.
Colto completamente di sorpresa e mentre mi davo dello stupido per non aver coperto meglio le mie tracce, un colpo di fucile mi catapultò all’indietro con una forza esagerata. Con la vista un poco offuscata li guardai avvicinarsi con circospezione, finché un viso ispido e scuro come la carne secca occupò tutta la mia visuale.
Non sapevo da dove quel tizio venisse o come si chiamasse ma non ebbi comunque alcun dubbio: era un cacciatore!
Abbandonai questa terra con un misto di stupore e soddisfazione perché anche lui sapeva chi ero e le uniche parole che pronunciò furono quelle del mio nome:
el Chupacabra.

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Quando un racconto bussa alla porta...scrivo. Nell'attesa tengo a bada le altre due "scimmie": la fotografia e la musica.

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