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Ciao John! Oggi non è l’anniversario della tua nascita né quello della tua morte ma, non so perché, mi sei venuto in mente, come spesso mi accade per cose che riguardano il mio passato.

Già perché, in effetti, anche tu fai parte del mio passato.

Tu e pochi altri, siete stati la colonna sonora della mia gioventù, nelle cantine che qualche amico aveva allestito a “discoteca dei quindicenni”, noi, ancora troppo piccoli per poter andare al Piper.

E ballando in queste squinternate cantine, al suono di “Imagine” o “Girl” o “Across the Universe”, sono nati tanti piccoli amori, suggestionati da quelle musiche dolci di cui non capivamo le parole, ma bastava la magia di quelle melodie, per suscitare in noi delle emozioni che, arrivando al nostro cuore, ci facevano credere di vivere un vero amore.

Sei nato in un pomeriggio del ’40, mentre imperversava la guerra e i tedeschi bombardavano Liverpool.

Sei nato in un periodo di violenza, di morti innocenti, di paura.

Forse è per questo che, inconsci ricordi della tua primissima infanzia, hanno forgiato la tua anima, ti hanno spinto a cercare di dare una possibilità concreta alla pace nel mondo.

Per questo ti sei fatto molti nemici, perché di nemici della pace , nel mondo ce ne sono tanti, spinti dai loro interessi economici.

Non ho mai creduto al pazzo che ti ha ucciso per pura follia.

Anche o, soprattutto, da solo, eri diventato un personaggio scomodo.

“Siamo più popolari di Cristo, i giovani ci seguono molto di più di quanto non seguano Lui”

dicesti quando facevi ancora parte dei quattro ragazzi di Liverpool.

Non era accettabile da certi poteri.

Oggi avresti poco più di ottanta anni, son quarant’anni che non sei più qui ma quante altre cose avresti potuto fare, dire, realizzare se te lo avessero concesso?

Con la tua mente pensante controcorrente, contro gli stereotipi, l’ipocrisia, il denaro come valore assoluto, la violenza usata solo contro chi è debole…chissà oggi almeno qualcuno avrebbe imparato qualcosa dalla tua filosofia di vita.

Quando avevo cinque anni, mia madre mi ripeteva sempre che la felicità è la chiave della vita. Quando andai a scuola mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita.

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Brividogiallo

Scrivo perché mi piace tanto, perché quando scrivo riesco a parlare sinceramente con me stessa, perché spero di trasmettere interesse, emozioni e curiosità a chi mi legge

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