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Davvero, ho cinquantasette anni? Mi chiedo spesso perché mia madre abbia avuto tanta fretta di mettermi al mondo quando era poco più di un’adolescente.

Perché non si è goduta un po’ la vita, non ha fatto delle esperienze ma si è fermata con il primo che le abbia fatto battere il cuore?

Poi penso ai tempi in cui mia madre ha vissuto la sua prima gioventù e mi rendo conto di quanto io sia stata fortunata a vivere la mia in anni dove il mondo si era già capovolto, i mitici anni ’70.

Sono stata adolescente solo vent’anni dopo che lo era stata mia madre eppure tutto era cambiato.

Se uscivo, non avevo bisogno di una chaperon, le minigonne erano una realtà già da alcuni anni e io non avevo nessun problema a raccontare a mia madre come andava con il mio ultimo fidanzatino.

Tutte cose che per le adolescenti degli anni cinquanta erano impensabili.

Non dovevano essere facili i sedici anni allora.

Dall’America, dall’Inghilterra arrivò improvvisamente anche in Italia una spinta evolutiva, un cambiamento radicale di mentalità che si concretizzò in pochissimi anni.

Se si guarda indietro nel tempo, l’adolescenza, allora, per la maggior parte dei giovani è stata un sogno rispetto al passato.

Non abbiamo vissuto guerre né fame, tutto era facile, a portata di mano, la povertà sembrava essere sparita, relegata solo in alcuni angoli di periferia.

La mia generazione ha vissuto molti onori e pochissimi oneri.

Era una gran vita la nostra, priva di responsabilità, di preoccupazioni, di padri padroni e di mamme invecchiate precocemente dalla fatica e dalla paura della guerra, mariti, figli che forse non sarebbero tornati mai.

I racconti di mia nonna li sentivo distanti da me anni luce, eppure non erano poi così distanti quegli anni, non erano ancora storia, non li studiavamo sui libri di testo.

E le serate in discoteca, le corse sulle moto, i falò sulla spiaggia fino a tarda notte, le chitarre le canzoni…già le canzoni, perché anche la musica si era ribellata e da questa ribellione sono usciti capolavori che anche i giovani di oggi conoscono.

E questa vita, dove non potevano mancare come beni considerati di prima necessità, TV a colori, lavatrici, lavastoviglie, automobili, vacanze al mare ci ha resi liberi dalla fatica, da impegni onerosi e le donne hanno cominciato a scoprire che nel mondo del lavoro c’era bisogno anche di loro.

Non so se altri della mia stessa generazione abbiano notato una cosa.

Noi, i ragazzi degli anni ’70, non riusciamo ad invecchiare dentro.

Lo specchio ci rimanda l’immagine di volti segnati da qualche inevitabile ruga, il fisico non è più agile e scattante come diversi anni fa ma questa è l’esteriorità, l’involucro di anime rimaste quasi intatte, che non si sono accorte del tempo che passa e, se capita, trovano perfettamente naturale sedersi a gambe incrociate sulla sabbia di sera, tirare fuori una vecchia chitarra e cantare “Emozioni” o, quelli più “impegnati”, l’Antologia di Spoon River messa in musica dall’indimenticabile De André.

No, ragazzi, non sono ancora pronta per sferruzzare, per sedermi sul divano col gatto sulle ginocchia.

Sono anacronistica? Non posso farci niente, questa è ancora la mia natura, il mio modo spontaneo di essere ma soprattutto di sentirmi “dentro”.

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Brividogiallo

Scrivo perché mi piace tanto, perché quando scrivo riesco a parlare sinceramente con me stessa, perché spero di trasmettere interesse, emozioni e curiosità a chi mi legge

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